poetare nelle varie lingue d'Italia

Alessandra Cutrì intervista Claudio Giovanardi

Claudio Giovanardi è professore ordinario di Linguistica italiana presso l’Università degli studi di Roma Tre. Ha progettato, con Paolo D’Achille, il Vocabolario del Romanesco Contemporaneo, ha dedicato numerosi studi al dialetto di Roma e alle sue vicende storiche (si ricordano, ad esempio, le Note sul linguaggio dei giovani romani di borgata, 1993; Io vi ricordo ch’in Roma tutte le cose vanno ala longa: studi sul romanesco letterario di ieri e di oggi, 2013; e alcuni volumi realizzati con Paolo D’Achille, come ad esempio Dal Belli ar Cipolla: conservazione e innovazione nel romanesco contemporaneo, 2001). Fra gli ambiti di suo interesse rientrano anche la lingua del teatro italiano dal Cinquecento ad oggi (Lingua e dialetto a teatro: sondaggi otto-novecenteschi, Ed. Riuniti, 2007; La lingua del teatro. Il Mulino, 2015, scritto con Pietro Trifone), il dibattito linguistico nel Cinquecento (La teoria cortigiana e il dibattito linguistico nel primo Cinquecento, Bulzoni, 1998), oltreché la norma dell’italiano contemporaneo (L’italiano da scrivere: strutture, risposte, proposte, Liguori, 2010). Insieme a Pietro Trifone ha condotto l’indagine L’italiano nel mondo (Carocci, 2012), che ha contribuito a far conoscere la condizione dell’italiano all’estero, non solo negli Istituti Italiani di Cultura, ma anche nelle università.

Qual è il Suo punto di vista riguardo alla condizione dei dialetti in Italia? Sono davvero in estinzione?

L’idea che i dialetti siano in estinzione è ormai respinta anche dagli studiosi più pessimisti. Basta girare per l’Italia per rendersi conto che i dialetti sono vivi e vegeti. Ciò che più sorprende è che anche intorno a Roma, unica vera metropoli italiana, i dialetti resistono al modello della capitale: basta allontanarsi di qualche decina di chilometri da Roma per ascoltare parlate tipologicamente diverse dal romanesco. Certo, oggi la figura del dialettofono è profondamente mutata rispetto al passato: difficilmente troveremo dialettofoni puri ed esclusivi, ma persone che sanno alternare i due codici, italiano e dialetto, a seconda delle situazioni. Più che di diglossia, oggi si preferisce parlare di dilalia; il dialetto è spesso una risorsa stilistica che arricchisce il repertorio individuale senza produrre fratture tra sistemi linguistici diversi.

Nella Roma capitale quale posto occupa il dialetto romanesco? È varietà prevalentemente diastratica o diafasica?

Il romanesco di oggi, o neoromanesco, è molto diverso da quello immortalato dal Belli nei suoi sonetti. Se diversi tratti fonologici ancora reggono (bono, quanno, farzo, corzo, vedemme, te dico, ecc.), nel campo della morfologia (verbale e nominale) si è avuta una sostanziale italianizzazione: nessuno dice più potemio per potevamo, staressimo per staremmo, le canzone per le canzoni, ecc. Anche il lessico si è italianizzato, e tuttavia permangono ancora marcate differenze con l’italiano. Oggi a Roma prevale un italiano regionale che può avvicinarsi allo standard o propendere verso il dialetto tradizionale. Le componenti diastratica e diafasica sono entrambe importanti: presso i ceti meno istruiti il ricorso al dialetto sarà inevitabilmente più marcato; ma si può usare il dialetto anche in situazioni scherzose o particolarmente rilassate.

Che peso ha il dialetto nelle produzioni linguistiche dei giovani romani?

Si è parlato di una recrudescenza del dialetto presso le giovani generazioni a Roma. Diciamo che la “demotivazione normativa”, come l’ha definita Pietro Trifone, spinge i giovani romani a non curare il proprio eloquio, e ciò determina una continua incertezza nel confine tra italiano e dialetto. Non sempre i ragazzi riescono a controllare alcuni fenomeni locali che si insinuano nel loro parlato. Penso ad esempio alla grande vivacità delle forme apocopate degli infiniti verbali: esse, avé, , partì, sapé, ecc. Penso a pronunce trascurate come daa per della, quoo per quello, chee per con le (si tratta del fenomeno della lex Porena, dal nome dello studioso che ha descritto per primo il fenomeno). Penso all’uso della desinenza tripartita per la prima persona plurale del presente indicativo: annamo, scennemo, venimo (un fenomeno che ha attraversato tutte le fasi del romanesco dal Trecento in poi). Non c’è nulla di male nell’usare forme dialettali, ma occorre saper virare prontamente verso l’italiano non appena il contesto situazionale richieda un innalzamento del livello stilistico.

Il romanesco contemporaneo continua ad evolversi, evoluzione che aveva caratterizzato la lingua di Roma già a partire dal periodo rinascimentale, soprattutto sotto l’influsso del toscano. Quali sono i principali tratti innovativi?

Effettivamente, nonostante insigni studiosi avessero previsto un’imminente disfacimento del romanesco, il dialetto di Roma ha continuato a dare segni di vitalità e di innovazione anche nella fase post-belliana. Intendo dire che nel romanesco contemporaneo vi sono dei tratti che erano ignoti a Belli, o ancora in fase aurorale. È il caso dello scempiamento della r intensa in posizione pretonica o postonica (i tipi caretto per carretto e guera per guerra): in Belli il fenomeno è quasi assente e si sviluppa pienamente nel corso del secondo Ottocento e poi del Novecento. Altro fenomeno innovativo è quello già descritto della lex Porena, che consiste nell’indebolimento e poi nel dileguo della l nei derivati dal latino ille, successivamente esteso ad altri contesti fonologici. Ancora, è stata notata la tendenza a pronunciare il nesso st come ss: questo diventa quesso; a omettere la v intervocalica: uva diventa ua; a pronunciare la s iniziale seguita da consonante con una palatalizzazione che avvicina in questo caso il romanesco al napoletano (avete presente come pronunciano stupido i napoletani?); a pronunciare la e aperta quasi come una a soprattutto davanti a nasale: bene diventa quasi bane.

Com’è nato il progetto di un Vocabolario del Romanesco Contemporaneo e in cosa differisce questo strumento dalle tradizionali opere dedicate alla descrizione del lessico del romanesco?

Il progetto è nato diversi anni fa per opera mia e di Paolo D’Achille. La lessicografia del romanesco manca di un dizionario che fotografi la fase pienamente novecentesca. Il vocabolario di Chiappini fu scritto all’inizio del Novecento; quello di Ravaro è degli anni novanta, ma ha il difetto di raccogliere tutto il lessico senza selezionare le parole antiquate da quelle moderne. In più Chiappini e Ravaro (e tutti gli altri autori di lessici romaneschi) sono dei dilettanti del dialetto, certamente acuti, ma non dotati di conoscenze scientifiche adeguate. Il nostro VRC è concepito su solide fondamenta scientifiche. Abbiamo già pubblicato la lettera I e ora sta per uscire la lettera B. Ci siamo avvalsi, per la parte etimologica, della collaborazione dell’Università di Zurigo nelle persone di Vincenzo Faraoni e Michele Loporcaro. Si tratta di un lavoro molto impegnativo, che necessita di una redazione di giovani studiosi preparati, che ci aiutino a completare il vocabolario in tempi ragionevoli (speriamo in 4 o 5 anni).

Quali sono le fonti del VRC?

Le fonti del VRC sono innanzi tutto i dizionari del passato, da Chiappini in poi, poi tutti i glossari e prontuari lessicali di vario genere. Molto importante è il contributo del web, nonché della nostra competenza di romani, anche se non romanescofoni. Notevoli innesti vengono dal linguaggio giovanile, anche se il contributo del “giovanilese” appare meno consistente di quanto si potesse pensare in un primo tempo.

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