L'arte del tradurre

Maristella Petti intervista Daniele Petruccioli

Daniele Petruccioli è nato e vive a Roma. Diplomatosi nel 1992 all’Accademia d’arte drammatica “Silvio D’Amico”, per anni ha lavorato in teatro come attore e regista, finché, forte di una laurea in lingue con tesi in comparatistica della traduzione, ha cominciato a lavorare come traduttore, scout ed editor freelance. Oggi insegna traduzione dal portoghese alle università di Roma Tor Vergata e Unint. Fra i suoi autori: Dulce Maria Cardoso, Philippe Djian, Will Self. Nel 2010 ha vinto il premio Luciano Bianciardi per la traduzione letteraria. Ha pubblicato i saggi Falsi d’autore. Guida pratica per orientarsi nel mondo dei libri tradotti (Quodlibet 2014)

Le pagine nere. Appunti sulla traduzione dei romanzi (La lepre 2017)

 

In cosa consiste la professione del traduttore? Può raccontarci le singole tappe del suo lavoro rispetto a una stessa opera?

Cercando di stringere al massimo, direi che il traduttore di letteratura è una persona che si occupa di far entrare nel nostro immaginario collettivo immaginari altrui. Per farlo, deve conoscere molto bene due sistemi linguistico-culturali, allo scopo di romperli. Gli scrittori inventano la lingua, i traduttori devono ricomporre questa invenzione.

Per farlo, si deve tener conto di come funziona un certo testo all’interno della lingua-cultura che lo ha prodotto, per ricreare lo stesso tipo di effetto fra la nostra traduzione e la lingua-cultura in cui si inserirà. Per farlo ognuno ha una sua metodologia, visto che come ogni mestiere creativo non c’è una procedura ben definita, a tappe. Comunque, ciascun traduttore deve necessariamente tener conto del fattore semantico e musicale della lingua all’interno di come viene costruita una storia. Ci saranno quindi una serie di parametri (linguistici e narratologici) da interpretare per poi scegliere quale forma dargli nella traduzione. Il loro ruolo e la loro importanza all’interno di ogni strategia traduttiva dipenderanno essenzialmente dall’originale, per come il traduttore lo interpreta.

Quali sono le caratteristiche imprescindibili del buon traduttore?

Non ci sono. Esistono tantissimi modi di tradurre, e ciascuno mette la propria personalità e le proprie qualità precipue al servizio della sua traduzione. Naturalmente ci sono delle competenze di base che non si può non avere (ottima conoscenza della lingua-cultura da cui si traduce, agio estremo nel muoversi nella propria, aggiornamento continuo di entrambe – il che implica parlare, viaggiare e leggere il più possibile in tutte le lingue e i posti da cui traduce e nella propria lingua madre), senza le quali tradurre è impossibile perché si verrebbe seppelliti da errori stupidi, ma non è con queste competenze che si traduce. Tradurre è un’operazione ermeneutica, le cui difficoltà vere arrivano dopo la decodifica di un messaggio (pur rimanendo questa imprescindibile perché l’operazione possa cominciare ad aver luogo).

Attraverso il libro, uno scrittore riesce a entrare in uno scambio comunicativo diacronico con il lettore. Che ruolo ricopre in questo scambio il traduttore: è esso più assimilabile al lettore che interpreta il testo o all’autore che ne scrive uno nuovo?

Il traduttore è autore non del libro, ma della traduzione. Si trova quindi un po’ a metà fra i due, secondo me, perché la sua interpretazione determinerà la lingua su cui tutte le interpretazioni successive (nella lingua in cui traduce) si baseranno.

Lei nasce come attore, e si è avvicinato alla traduzione proprio grazie alla traduzione di testi teatrali. Com’è stato passare alla traduzione della narrativa? E cosa ne pensa della leggendaria impossibilità di tradurre la poesia?

È stato naturale, perché si parla sempre di voci. La differenza è che in narrativa bisogna fare lo sforzo di (e avere l’orecchio per) ricordarsi che anche un tavolo, un paesaggio, una descrizione sono voci, perché sono fatte di parole. Per contro, venire dal teatro mi ha aiutato ad avvicinarmi al mestiere ricordando che le parole sono anche oggetti (perché il lettore, per quanto muto, nella sua testa ne sente il suono) e penso che questo sia un vantaggio in un mestiere fatto di voci ma svolto nel silenzio, che a volte rischia di portare a sottovalutare il lato musicale della traduzione.

Qual è il problema più grande davanti al quale si è trovato nel corso di una traduzione? Esiste l’intraducibile?

Si tende a pensare che ci siano cose più facili da tradurre di altre. Non sono d’accordo. A parte certi stilemi di genere, che quando si traducono romanzi di genere posso tornare utili e velocizzare un po’ il processo, non esiste un romanzo più difficile dell’altro da tradurre. Sono tutti unici. Di conseguenza, se si vuole sono tutti intraducibili. Una volta che si è capito che questo non ha mai fermato l’umanità dal tradurre, e con grande beneficio di tutti i popoli, l’intraducibile non esiste più. O meglio, è un’aporia, di fronte a cui l’unica scelta è agire.

Lei traduce dall’inglese, dal francese e dal portoghese. Qual è il suo rapporto con ognuna di queste lingue, e relative letterature? Ne preferisce una?

Per motivi familiari ho imparato e inglese e francese, e vissuto nelle rispettive culture (europee), fin da piccolo – io le chiamo le mie “lingue bambine”, con cui ho una frequentazione antica e profonda. Il portoghese è la mia lingua di studi, sono laureato in Brasilianistica ed è questa la letteratura che seguo con più assiduità nella mia attività di scout. No, non ce n’è una che preferisco, le trovo tutte meravigliose.

Qual è, invece, il rapporto tra l’interesse del mercato editoriale italiano e le produzioni letterarie di queste tre lingue?

Come sempre in ogni periodo storico, anche nel nostro ci sono culture egemoni e altre più periferiche. È evidente che in questi anni è l’inglese a fare la parte del leone. Questo rende purtroppo il mercato dei libri tradotti in Italia molto meno diversificato di quanto sarebbe auspicabile. È anche per questo che all’università ho voluto studiare portoghese, per avere una dimensione culturale un po’ più ampia e sfaccettata. Ci sono comunque alcuni editori coraggiosi che cercano nuove letterature da tradurre, ma spesso sono i più piccoli e peggio distribuiti.

Si può vivere di traduzione editoriale in Italia? Non mi riferisco tanto alla passione quanto all’aspetto finanziario…

Quasi nessun traduttore vive solo del suo mestiere, purtroppo. L’Italia ha un compenso medio al 50% della media europea e molti colleghi e colleghe sono costretti ad avere un secondo lavoro. Questo rende la professione frustrante, a volte, anche perché è molto poco riconosciuta, e da questo deriva addirittura che alcuni traduttori quando trovano di meglio lasciano. È gravissimo, secondo me, perché così la professione, nonostante la generale bravura dei traduttori italiani, non si radica, non cresce e non viene trasmessa, rischiando di inficiare la qualità delle traduzioni nel loro complesso.

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