avvenimenti · Libro d’artista

Litografia Bulla. Un viaggio di duecento anni fra arte e tecnica. Enrico Pulsoni dialoga con Eva Scurto e Marta Variali

Come possiamo raccontare la storia della Bottega Bulla?

La storia della stamperia Bulla può essere raccontata in due modi distinti, ma strettamente connessi: come una storia dell’arte che abbraccia le epoche e i contesti delle diverse generazioni dei Bulla e gli artisti che con loro hanno condiviso le varie tappe, ma anche come il racconto dell’evoluzione nel tempo della litografia, che nelle sapienti mani di questi artigiani ha saputo assecondare il mutare dei linguaggi artistici.

La storia della Bottega inizia nel 1818 a Parigi, dove Francesco Bulla, giunto dal Canton Ticino, stabilisce il primo stabilimento litografico in una delle strade più vivaci della capitale. Proprio in quegli anni la tradizionale tecnica dell’acquaforte viene sostituita con quella più facile ed economica della litografia che, utilizzata inizialmente come mezzo di riproduzione, comincia ad aprirsi alle più svariate sperimentazioni artistiche. In un continuo confronto e dialogo con le tradizionali tecniche incisorie, l’attività di François si accompagna alla cura per le esigenze del pubblico e del mercato, che lo portano ad affrontare i più disparati soggetti dell’arte, della scienza e del costume: dalle illustrazioni d’autore alle riproduzioni dei dipinti più noti, dalle carte geografiche alle scene di storia, religione e mitologia. Tale carattere di sperimentazione e ricerca contraddistingue anche la stamperia romana, fondata da Anselmo Bulla nel 1840 e ancora oggi attiva in via del Vantaggio.

I fratelli Romolo e Rosalba – gli attuali titolari della bottega – coltivano l’immagine della Stamperia come un luogo di incontro e di scambio per artisti provenienti da tutta la penisola e oltre, dove si discute d’arte e si esplora la tecnica litografica in ogni sua potenzialità espressiva, con la consapevolezza di tentare soluzioni sempre nuove e inaspettate. Si giunge con loro a comprendere che nel progressivo trasferimento dalla carta alla pietra e ancora alla carta si racconta la storia del gesto e del segno di ogni singolo artista.

Raccontare la storia della bottega Bulla significa dunque raccontare anche la storia di come la litografia abbia saputo adattarsi a diverse e opposte esigenze artistiche, evidenziando il ruolo fondamentale dello stampatore come colui che, detenendo i segreti della tecnica, si pone da intermediario fra le sue regole codificate e il desiderio dell’artista di trasformarle e affrancarsene.

  

Cosa è esattamente la litografia?

Inventata nel 1798 da Aloys Senefelder, la litografia è una tecnica di stampa da una matrice di pietra calcarea, che, sfruttando lo speciale trattamento chimico al quale la pietra viene sottoposta, permette di imprimervi un’immagine che può essere poi stampata in serie su carta o su altro supporto.

Pur essendo tradizionalmente annoverata fra le tecniche incisorie – con le quali condivide la difficoltà di dover disegnare un’immagine al rovescio rispetto a quella che sarà stampata – la litografia se ne distingue per essere una tecnica in piano: l’immagine stampata non deriva dal fatto che la matrice sia scavata – in incavo, come nel caso della calcografia, o in rilievo, come nel caso della xilografia – ma è il risultato dello speciale trattamento chimico-fisico al quale la pietra è sottoposta.

Il disegno può essere realizzato sulla pietra in diversi modi e con diversi utensili, a seconda dell’intensità del tratto che si vuole ottenere, a condizione però che i prodotti impiegati siano costituiti da sostanze grasse. Ogni pietra può essere impiegata varie volte, ma prima di accogliere qualunque segno, deve essere accuratamente preparata e levigata, così da riportarla allo stato vergine eliminando ogni eventuale traccia del disegno precedente.

È dopo aver realizzato il disegno che la pietra subisce quella particolare lavorazione chimica – definita in gergo tecnico acidazione – che contraddistingue la litografia. Affinché si stabilizzi, bisogna infatti assicurarsi che il disegno permei in profondità nella pietra: si cosparge perciò di talco e si distribuisce su di essa una soluzione di gomma arabica e acido nitrico che, sfruttando l’incompatibilità chimica fra acqua e sostanza grassa, interagisce in modo diverso con le varie zone della pietra, rendendo idrofile le parti non disegnate e idrofuganti, ossia insolubili in acqua, quelle disegnate. L’immagine disegnata è così fissata sulla matrice, ma prima di essere pronta per la stampa deve essere “rinforzata”, deve cioè emergere distintamente rispetto alle aree bianche. A questo scopo si passa sulla pietra acidulata, protetta da un’ulteriore strato di gomma arabica, uno straccio imbevuto di bitume e trementina (soluzione che prende il nome di litofina) con il quale si asporta progressivamente il pigmento fino a che del disegno non rimane che la traccia incolore – traccia che è la testimonianza della buona riuscita del processo chimico poiché dimostra che il disegno è stato completamente assorbito dalla pietra. Dopo averla lavata, si stende su di essa con un rullo rivestito di pelle l’inchiostro litografico, tante volte sino a quando lo stampatore ritiene di aver raggiunto l’intensità di segno desiderata dall’artista. A questo punto il procedimento è in via di conclusione: si impagina il foglio sulla pietra, che viene posizionata sul torchio litografico, e seguono le varie prove di stampa fino all’ottenimento del cosiddetto bon à tirer (il “visto si stampi”), il prototipo decisivo al quale lo stampatore dovrà riferirsi per eseguire la tiratura.

Nel caso di litografie a più colori, le modalità di preparazione della pietra e di stampa non variano, ma il procedimento si complica, prolungando notevolmente l’attesa del risultato: per ogni colore infatti, deve essere preparata un’apposita matrice – l’artista traccerà su ciascuna pietra solo il disegno relativo al rispettivo colore – e in fase di stampa bisogna fare particolare attenzione nel mettere a registro il foglio, che ogni volta deve essere correttamente posizionato sulle singole matrici per ricevere i nuovi colori.

 

Cosa cercano gli artisti utilizzando la litografia?

Nell’800 gli artisti hanno intravisto nella litografia una tecnica dalla straordinaria potenzialità comunicativa, in grado di raccontare i molteplici aspetti della realtà di cui erano al contempo protagonisti e testimoni: si pensi alla satira politica e alla caricatura, alle scene di genere e di denuncia sociale di artisti quali Honoré Daumier, Henri de Toulouse-Lautrec o Grandville, che hanno ritratto, con incredibile freschezza, la complessa pluralità di voci che animava la società dell’epoca.

Con l’aprirsi del nuovo secolo, le avanguardie inaugurano una nuova espressività artistica: l’arte non è più solo finestra mimetica del mondo reale, ma diventa uno strumento con cui comunicare la propria interiorità. Il campo semantico del linguaggio artistico si amplia notevolmente e, in questa nuova affermazione del sé, che si definisce secondo tempi e modalità differenti nei vari contesti artistici – per poi esplodere in un completo stravolgimento della concezione storico-estetica dell’opera d’arte –, la grafica permette di sperimentare diverse vie di comunicazione: il segno, manifestazione visibile del sentire identitario dell’artista, viene così ad assumere un valore profondamente significante.

Ancora oggi gli artisti continuano a ricorrere a tecniche legate alla tradizione artigiana. Grazie alla versatilità di materiali e di tecniche di lavorazione della pietra, la litografia riesce a rendere con la stessa forza comunicativa – ma attraverso una processualità del tutto propria – il tratto di una penna, di un pastello o di un pennello, permettendo agli artisti di spaziare in un infinito panorama di segni rispondenti a infinite possibilità creative. Di fronte alla pietra, infatti, gli artisti si trovano come davanti a una tela bianca, ma forse con ancora più emozione per le sorprese che la tecnica può riservargli.

 

Quali sono gli artisti che, nel tempo, hanno lavorato, con questa tecnica, con maggior frequenza?

Sono innumerevoli gli artisti che, con eterogenee e quanto mai diverse esperienze formative si sono nel tempo affidati ai Bulla per sperimentare questo linguaggio tecnico, giungendo ciascuno a un proprio personale risultato.

Possiamo ricordare, ad esempio, esponenti della Scuola di San Lorenzo (Bruno Ceccobelli, Gianni Dessì, Giuseppe Gallo, Nunzio, Piero Pizzi Cannella e Marco Tirelli) e della Transavanguardia (Sandro Chia, Enzo Cucchi e Mimmo Paladino), oltre che figure internazionali quali Carl Andre, Ana Mendieta e Jim Dine.

Mimmo Paladino sperimenta continuamente assieme a Romolo e Rosalba Bulla, di cui è divenuto uno degli amici più cari, spronandoli ogni volta a superare i limiti della litografia e della xilografia per creare opere grafiche estremamente complesse, che talvolta si trovano ad accogliere anche altre tecniche, come l’acquaforte, la serigrafia o il collage.

Anche l’arrivo di Jannis Kounellis, nel 1972, costituisce un punto di svolta decisivo nella vita della stamperia. Kounellis a Roma ha stampato solo con i Bulla, in un rapporto di collaborazione interrotto soltanto dalla morte dell’artista, nel febbraio del 2017, e che ha condotto alla creazione di una ventina di multipli (ne viene esposto un gruppo a conclusione della mostra).

La capacità dei Bulla di collaborare alla creazione di opere multiple di carattere sperimentale è proprio uno dei fattori che portano gli artisti in stamperia: Enzo Cucchi, ad esempio, tenta con Romolo e Rosalba connubi sempre nuovi di tecniche e materiali, in cui la litografia si affianca a inserti di cellulosa, collage e altre materie.

In altri casi, gli artisti scelgono di affidare le loro opere alla cura dei Bulla perché gli riconoscono anzitutto la competenza tecnica e la precisione del lavoro, come avviene per l’americano Jim Dine, che ama la grafica per la complessità del processo creativo, e descrive i fratelli Bulla come “stampatori speciali, meticolosi, senza però essere pignoli”.

 

Nelle vostre intenzioni di curatrici questa mostra, nella prestigiosa sede della Calcografia nazionale, cosa deve trasmettere?

Lo scopo di questa mostra non è tanto quello di costruire attraverso l’attività dei Bulla una storia dell’arte a Roma negli ultimi settant’anni, quanto di comprendere in che modo la stamperia si sia intrecciata con quella vicenda e ne sia stata parte attiva.

Può forse sembrare anacronistico, dopo la rivoluzione delle ultime avanguardie che ha completamente stravolto la concezione storico-estetica dell’opera d’arte, affrontare oggi un tema legato a una tradizione artigiana e dunque dedicato a un mestiere dell’arte. Tuttavia è un dato di fatto che gli artisti, ancora nel pieno della nostra epoca digitale, continuino a ricorrere alla tecnica litografica, pur nella loro profonda diversità di linguaggio. L’obiettivo che ci si augura di raggiungere in questa mostra è perciò anche quello di evidenziare, a partire proprio dal racconto di “come si fa” un’opera d’arte, quanto sia proficuo per la sua stessa creazione il dialogo fra il sapere tecnico e l’invenzione artistica, rivalutando così la figura dell’artigiano oltre i confini del semplice esecutore.

Il buon esito di una stampa infatti non è un successo individuale, ma si gioca nel rapporto fra due persone: una, l’artista, inventa l’immagine, l’altra, lo stampatore, la traduce in forma passandola al vaglio di modalità operative sistematiche, dettate da un sapere storico, sedimentatosi nel tempo.

 

 

Notizie utili

Litografia Bulla. Un viaggio di duecento anni fra arte e tecnica

Mostra a cura di Claudio Zambianchi, con Beatrice e Flaminia Bulla, Marta Maria Caudullo, Federica De Giambattista, Giulia Papale, Francesca Petito, Patrizia Principi, Eva Scurto e Marta Variali

 

Roma, Istituto centrale per la grafica, Palazzo Poli

Via Poli, 54

20 aprile – 1 luglio 2018

Mercoledì – Domenica, ore 14:00 – 19:00

Ingresso gratuito

 

 

 

Eva Scurto (Roma, 1990) ha conseguito la laurea magistrale in storia dell’arte all’Università di Roma La Sapienza, con una tesi sulla Collezione Edelweiss di Adolfo Venturi. Nel 2015 è stata vincitrice del percorso di eccellenza integrativo al corso di laurea. Attualmente frequenta la Scuola di Specializzazione in Beni Storico-Artistici della medesima università ed è cultrice della materia presso la cattedra di Critica d’Arte. I suoi ambiti di interesse riguardano la critica d’arte e tutela in Italia.

È una delle curatrici della mostra La Litografia Bulla. Un viaggio di duecento anni fra arte e tecnica (Roma, Palazzo Poli, 20 aprile – 1 luglio 2018).

 

Marta Variali (Roma, 1990) si è laureata in storia dell’arte all’Università di Roma La Sapienza, con una tesi su I dipinti della navata di Santa Maria in Vallicella. Nel 2015 ha vinto il percorso di eccellenza integrativo al corso di laurea. Dal 2016 frequenta la Scuola di Specializzazione in Beni Storico-Artistici della medesima università ed è cultrice della materia presso la cattedra di Letteratura artistica. Ha svolto studi sul Seicento romano.

È una delle curatrici della mostra La Litografia Bulla. Un viaggio di duecento anni fra arte e tecnica (Roma, Palazzo Poli, 20 aprile – 1 luglio 2018).

 

 

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