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I Fondi Europei nel dopo-Brexit. L’Italia, anche per i suoi ritardi, rischia di perdere diversi miliardi di euro, di Paolo Padoin

1 – Bilancio Ue dopo Brexit – È partito in salita il confronto tra i 27 sul futuro bilancio pluriennale dell’Unione per il post-Brexit. I leader dei Paesi Ue hanno sviluppato un confronto che si annuncia più complesso di quanto sia avvenuto in precedenza e che per l’Italia vale oltre 40 miliardi di fondi strutturali. Semplificazione, flessibilità e riconoscimento del ruolo importante delle autorità nazionali e regionali nell’uso dei fondi strutturali europei, dalla loro programmazione al loro controllo. Sono i punti principali delle conclusioni sul futuro della politica di coesione dopo il 2020 adottate dai ministri europei responsabili del dossier, riuniti  in Lussemburgo. Tenuto conto che sia la politica di coesione sia la politica agricola hanno subito una decurtazione del 5% nella proposta di bilancio comunitario presentata dal presidente Jean Claude Juncker, la posizione dell’Italia non sembra facile, anche se qualche vantaggio potrebbe derivarci dal quasi raddoppiato stanziamento per le politiche dell’immigrazione e accoglienza.

2 – Consiglio Ue – Il Consiglio Ue ha messo l’accento anche sulla necessità di garantire una transizione dolce fra i periodi di programmazione ed ha invitato gli Stati membri ad accelerare ulteriormente l’utilizzo dei fondi strutturali Ue, in modo da dimostrarne l’utilità. I ministri hanno anche chiesto alla Commissione Ue una maggiore semplificazione delle regole esistenti, che deve avvenire sia a livello Ue che nazionale, ma anche più flessibilità nella programmazione e riprogrammazione che permetta agli Stati membri e alle regioni di accontentare i loro bisogni specifici e reagire velocemente agli imprevisti.

3 – Rischio Italia – Con questi presupposti per l’Italia si fa sempre più concreto il rischio di perdere milioni di euro di fondi strutturali europei  che autorità nazionali e regionali non stanno spendendo neppure per il periodo in corso 2014 – 20120 nella misura concordata. Questo  pericolo emerge dalla lettura degli ultimi dati pubblicati dalla Commissione Ue sul suo portale web. Il tasso di spesa italiano risulta ancora fermo fra il 5 e il 7% per i fondi di sviluppo regionale Fesr e sociale Fse (contro una media Ue del 9,7 e del 12%), con picchi negativi (zero per cento) per alcuni programmi regionali (Fesr Sicilia, Abruzzo, Bolzano) e nazionali (Governance e Legalità).

La necessità di recuperare il tempo perso, accelerando decisamente il ritmo di spesa dei fondi europei, nasce dalle nuove regole in vigore. Norme che, nell’ambito del quadro finanziario 2014-2020, obbligano le autorità di gestione nazionali a rendicontare una spesa che raggiunga i target minimi concordati per ogni programma entro una certa data. Se ciò non avverrà entro la fine dell’anno, scatterà il disimpegno automatico e, salvo diverse intese ad hoc dell’ultima ora, l’Italia perderà i fondi non spesi.

4 – Regioni – Per quanto riguarda le regioni, i dati migliori sulla spesa sono dell’Emilia-Romagna, che con il suo 17% è prima in Italia sul Fesr ed è terza per il Fse (20%). La media italiana di soldi Fesr spesi e rimborsati dall’Ue è appena del 4,57% sui quasi 34 miliardi previsti per il 2014-2020 (media Ue 9,74%), mentre per il Fse il Paese è fermo al 7% dei 17,7 mld totali (media Ue 12%).

Restando sul Fesr, che rappresenta la fetta più consistente dei fondi Ue, le uniche regioni che con l’Emilia-Romagna sono in doppia cifra sulla spesa sono Valle d’Aosta (14%) e Toscana (10%). Le altre toccano al massimo l’8%. Quasi tutto il Mezzogiorno è nelle ultime posizioni: uniche eccezioni la Calabria (6%, settima in Italia col Piemonte) e la Puglia (4%, nona con Marche e Provincia autonoma di Trento) che però presentano un dato unico per Fesr e Fse.

Sono ferme a percentuali intorno allo zero Sicilia, Abruzzo e la Provincia autonoma di Bolzano, dove i ritardi sono legati anche alla designazione tardiva dell’autorità di gestione. Per quanto riguarda il Fse, guida la classifica dei pagamenti il Piemonte (25%), seguito dalla Provincia autonoma di Trento (23%). In coda ci sono nuovamente Sicilia (3%), Abruzzo (2%), Molise (2%, dato unico per Fesr e Fse) e la Provincia autonoma di Bolzano (1%).

5 – Livello nazionale – Gli stessi problemi emergono se si volge lo sguardo ai programmi nazionali: ”Reti e infrastrutture” (1,85 mld) è fermo al 3% della spesa; ”Città metropolitane” (893 mln) all’1%, mentre ”Governance” (828 mln) e ”Legalità” (610 mln) si aggirano intorno allo zero.

Dunque le nostre autorità, nazionali e regionali, fanno a gara per acquisire i maggiori ritardi nelle procedure di realizzazione dei programmi comunitari finanziati con i fondi, soprattutto per la rilevante complessità degli adempimenti burocratici e per gli incroci di competenza fra i vari enti interessati.

Se non corriamo ai ripari non solo alla fine del periodo in corso non avremo sfruttato, neppure questa volta le risorse a nostra disposizione, ma rischiamo di perdere o di ridurre notevolmente, con le nuove regole e le nuove progettazioni a partire dal 2020, una somma pari a 40 miliardi di euro, non pochi per un Paese che stenta a rimettersi in riga con gli altri partners europei.

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L'autore

Paolo Padoin
Paolo Padoin
Paolo Padoin è nato il 25 gennaio 1947 a Firenze, dove ha compiuto tutti i suoi studi fino alla laurea in Giurisprudenza, conseguita nel 1969. Coniugato con Lucia Lazzerini, professore ordinario di filologia romanza all'Università di Firenze. Prefetto della repubblica a riposo. Nel 1972 ha iniziato il servizio presso la Prefettura di Arezzo; dal 1973 al 1993 ha svolto le funzioni di dirigente della protezione civile, capo di gabinetto e vice prefetto vicario nella Prefettura di Firenze e nel Commissariato del Governo del capoluogo toscano. Dal 1980 al 1984  ha prestato servizio presso l'U.E. , alla Commissione dell'Unione europea a Bruxelles, nella direzione mercato Interno e affari industriali. Si è occupato di libera circolazione delle merci, delle persone e dei capitali. Nel 1986 ha contribuito a realizzare il primo piano di protezione civile, basato su criteri scientifici, per l'ipotesi di alluvione del fiume Arno in Firenze. Nominato prefetto nel 1993 è stato al Ministero dell'Interno, dove ha ricoperto gli incarichi di Responsabile dei servizi informatici, Direttore centrale degli istituti di istruzione della Polizia di Stato e Direttore centrale del personale dell'Amministrazione civile. Dal 1992 al 1995 ha svolto anche le funzioni di Commissario per l'istituzione della provincia di Prato. Nel maggio 1997 è stato nominato prefetto di Pavia, dal giugno 2000 al febbraio 2003 prefetto di Pisa, dal febbraio al dicembre 2003 prefetto di Campobasso (dove ha affrontato i problemi dell'emergenza post-terremoto che ha colpito San Giuliano di Puglia), dal dicembre 2003 al marzo 2008 prefetto di Padova, dal marzo 2008 al settembre 2010 prefetto di Torino, dal settembre 2010 all'aprile 2012, data del pensionamento, prefetto di Firenze. Attualmente è Presidente dell'Opera Medicea Laurenziana di Firenze, su designazione del Cardinale e del Prefetto e nomina del Ministro dell'Interno.