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«La libertà mentale…non c’è altro». Haiku on a plum tree: Giulia Falistocco intervista Mujah Maraini-Melehi

Nel 1938 Topazia Alliata e Fosco Maraini si trasferiscono in Giappone con la figlia piccola Dacia. Negli anni seguenti nascono Yuki e Toni. Dopo l’armistizio si rifiutano di giurare fedeltà alla Repubblica di Salò e a seguito della loro coraggiosa scelta vengono imprigionati nel campo Nagoya. Haiku on a plum tree è la loro storia, è una storia umana, ma è anche un viaggio nella memoria condotto dalla nipote Mujah Maraini-Melehi, regista e sceneggiatrice della pellicola. Il docufilm è stato presentato al Festival del cinema di Roma e in questi giorni esce nelle sale italiane e internazionali.

Cresciuta tra Marocco, Italia e Stati Uniti, Mujah si laurea in Lettere al Sarah Lawrence College di New York, specializzandosi in Teatro con Shirley Kaplan e critica cinematografica con Gilberto Perez. Studia filmmaking alla Boston University, recitazione alla Royal Academy of Dramatic Arts di Londra, all’Actor’s Studio di New York e privatamente con John Strasberg e Allen Savage. Recita al Teatro La Mama di New York sotto la guida di Ellen Stewart. Continua a lavorare in teatro e televisione negli Stati Uniti, dove vive per oltre vent’anni. Il documentario Haiku on a Plum Tree segna il suo esordio alla regia e il suo ritorno in Italia.

 

Come nasce Haiku on a plum tree? Da un’esigenza personale o artistica?

Certamente nasce da un’esigenza personale. Questo è un documentario molto intimo e speciale per me. Ma penso anche che più le storie siano personali, più diventino universali. Io ho sentito il bisogno di raccontare questa storia, visto che era ancora viva mia nonna, Topazia, e mi sembrava una cosa molto importante preservare questa testimonianza sia per la mia famiglia, ma anche per gli italiani, visto che è un pezzo di storia che appartiene a tutta la nazione… e anche al Giappone.

 

Nel documentario appunto è rappresentato questo confronto/scontro tra Giappone e Italia.

Io lo definirei uno scambio culturale, per mantenere viva una memoria che appartiene ad entrambi i paesi. In Giappone, soprattutto le nuove generazioni non conoscono la storia dei campi di concentramento, non se ne parla. Anche per questo motivo ho sentito il bisogno di riportare questa testimonianza diretta attraverso le parole di mia madre Toni, di mia zia Dacia e di mia nonna centenaria.

 

Tua nonna è morta nel corso della lavorazione del documentario. Cosa ha comportato?

Mia nonna è morta poco dopo il mio rientro dal Giappone e le interviste che si vedono nel film: io so che in un certo senso lei ha aspettato che io lo concludessi. Era molto coinvolta nella lavorazione. Mi è dispiaciuto che non abbia potuto vedere il film, ma l’ha vissuto intensamente fino all’ultimo: è un dono che ha fatto a tutti noi.

 

Cosa ha significato per te vivere in una famiglia di grandi artisti e intellettuali?

Mi ritengo fortunata, per quanto i miei familiari sono personaggi grandi e forse ingombranti. Infatti, io a sedici anni sono andata a studiare in America, dove ho incontrato mio marito, dove mi sono creata una nuova vita, e forse questo è stato molto sano per me, per creare il mio carattere e per sviluppare le mie idee. In sostanza, è stato importante per la mia crescita allontanarmi per un po’. Dopo vent’anni sono tornata e ho potuto fare questo film, ma prima ho avuto bisogno di raggiungere la mia indipendenza intellettuale e creativa da un’altra parte.

 

Come mai la scelta del genere documentario?

Sapevo di voler raccontare questa storia. Qualcosa era già stato pubblicato come il diario di guerra e prigionia di mia nonna (edito da Sellerio nel 2003), Dacia aveva scritto La nave per Kobe (che riguarda il momento immediatamente precedente, quello felice), mentre Fosco cita il diario di Topazia nei suoi libri (Ore giapponesi, Case, amore, universi). Insomma di questo periodo non era ancora stato scritto molto, ma c’erano già tracce letterarie. Dall’altra parte, io ho studiato teatro e cinema, perciò le immagini sono il mio linguaggio e mi è sembrato naturale rivolgermi al genere del documentario. Così ho iniziato la ricerca, intervistando mia nonna, e successivamente anche mia madre e Dacia. Poi ho iniziato a fare delle riprese, che però non ho inserito nel film. Sentivo, infatti, il bisogno di rendere la narrazione più intima; le loro voci dovevano guidare le immagini, senza presentarsi come una serie di interviste. Da questi primi incontri con la mia famiglia ha preso vita il documentario. Inoltre non essendoci immagini della prigionia, né fotografie, né video, ho subito pensato al linguaggio mitico del teatro. Perciò, per me questo è un documentario particolare, non ho usato uno stile giornalistico, ma mi sono rifatta ad altre forme come l’animazione, il teatro, il disegno, per aderire a un tono più poetico.

 

Legati al teatro ci sono molti elementi meta-narrativi, come la cornice presente in molte scene.

Sì esatto. Per me voleva rappresentare il teatro della memoria, i ricordi che si aprono e si chiudono, visto che la memoria è un processo di strati. Avevo trovato questo teatro dogugaeshi e mi era parso perfetto, una bella metafora per andare indietro nel tempo, per proiettare tutte le immagini come quelle del viaggio del ’38. Inoltre ho deciso di accompagnare questo viaggio metaforico, rappresentato all’interno del teatro, in parallelo al mio, nel presente in Giappone.

 

Mi ha colpito una delle frasi finali di Topazia: «eravamo felici di dimenticare». Allo stesso tempo si avverte il bisogno delle seconde o anche terze generazioni di riappropriarsi della memoria, anche se tragica, dei familiari. Mi sembra sia stato questo bisogno che ti ha spinto a compiere questo percorso e a realizzare il documentario.

La frase di Topazia è molto importante, vera per tutti quelli che hanno subito l’esperienza della guerra e della prigionia. Per questo sarà molto difficile per le generazioni future preservare questi ricordi che tendono ad essere celati. Eppure la memoria continua a rimanere nel non detto, nel DNA esperienziale di una persona, e costituisce il punto d’accesso per le generazioni successive, per attingere a questo patrimonio di vita.

 

Oltre al viaggio di Fosco e Topazia il film racconta anche del tuo viaggio ed è seguito simultaneamente dallo spettatore. Cosa ha significato per te questo percorso?

Esatto si deve creare coesione tra me e lo spettatore, tanto è vero che io compaio nel documentario, ma sempre ripresa di spalle. Nel corso delle riprese, mentre riflettevo su come rappresentare la storia, ho capito che ne facevo parte, ma allo stesso tempo mi sentivo anche estranea, perciò volevo essere esterna e interna all’inquadratura. Per questo ho chiesto a Maura Morales Bergmann, la direttrice della fotografia, di seguirmi, così da diventare una specie di guida per lo spettatore. All’inizio, quando ho scritto il progetto con Deborah Belford de Furia (la co-sceneggiatrice), avevamo previsto di riportare mia madre in Giappone (come Topazia, lei non c’era mai ritornata, a differenza di mio nonno e delle mie due zie). Ma all’ultimo Toni non se l’è sentita più, così la sceneggiatura è cambiata. Ecco il bello del documentario: tu puoi scrivere la sceneggiatura, ma questa cambia nel corso del processo di lavorazione. Questo mi ha inoltre permesso di capire altre cose a livello personale: non posso costringere altri a fare un percorso e ho compreso che dovevo essere io ad intraprenderlo. Nel finale del film avrei voluto una riconciliazione, ma non era compito mio renderla possibile. Alla fine comunque si è rilevata un’esperienza importante per tutti noi, anche per Dacia: adesso vorrebbe scrivere un libro su tutti i suoi ricordi.

 

Cosa rappresenta per te, e quale funzione incarna nel documentario il Giappone?

Come dico nel film non mi sono mai sentita una turista, anche se era il mio primo viaggio. Da parte di tutta la mia famiglie e in particolare da mio nonno mi era stato trasmesso un profondo rispetto per il Giappone, perciò pur non essendoci mai stata ho sentito molte cose familiari. Anzi durante il viaggio la passione di Fosco per questa terra mi ha pervaso completamente.

 

Questo mi porta al grande assente, ma sempre presente: Fosco. Cosa significa per te tuo nonno e come lo hai rappresentato nel documentario? Insomma quali sono state le difficoltà nel dare vita a una figura così avventurosa e coraggiosa?

Purtroppo quando ho iniziato il documentario non c’era già più. Con lui sarebbe stato un altro film. Mio nonno è stato sicuramente un gran personaggio, con una vita appassionata e avventurosa, come del resto anche quella di Topazia. Non dobbiamo dimenticare com’era la Sicilia a quei tempi: loro due hanno fatto esperienze incredibili per l’epoca e il luogo, in cui vivevano. Per quattro anni pur non essendo sposati hanno viaggiato insieme, dormivano nella stessa stanza d’hotel, cosa che in quel tempo era sicuramente anticonvenzionale. Sono stati fin dall’inizio una coppia super moderna. Nel film, infatti, quando Topazia racconta della scalata Maraini-Alliata aggiunge sottovoce «non eravamo sposati». Questo è un piccolo dettaglio, ma che dice molto delle loro vite.

 

Piccoli dettagli ma che hanno rappresentato per le generazioni future grandi conquiste. Figure come Topazia e Dacia sono state un punto di riferimento per tante donne. In fondo, tutto sembra nascere nelle parole che tua nonna ti ha regalato poco prima di andarsene: la cosa più importante nella vita è la libertà mentale.

Sì è vero. Queste sono state le ultime parole che mi ha detto mia nonna e proprio con queste parole ho voluto chiudere il film. Mentre noi mettevamo insieme tutte le scene, montavamo, mia nonna ci ha regalato questo ultimo commovente insegnamento. La libertà, infatti, ha sempre accompagnato la sua vita. Nel ’38 fa il giro del mondo per arrivare a Kyoto, che all’epoca era come andare su un altro pianeta, con una bambina piccola, Dacia, e poi ne ha un’altra (mia madre infatti è nata in Giappone). Quando finisce nel campo di prigionia ha trent’anni, ed è stata per sua scelta, perché era una donna forte e con una grande integrità, a cui ha tenuto sempre moltissimo. Mi ricordo diceva sempre: «io non ero un pentolino che Fosco si portava appresso, io mi sono rifiutata di firmare perché l’ho deciso io». Una decisione motivata da una frase molto bella che pronuncia nel documentario: «se dobbiamo morire, moriremo tutti insieme», come famiglia.

 

Una cosa bella e anche molto attuale vista la situazione del confine statunitense.

Assolutamente, ne parlavamo con la mia co-sceneggiatrice proprio in questi giorni. Mia madre nel film dice una cosa molto attuale e molto giusta: a chi le diceva che in fondo loro non avevano sofferto e non erano morti come le persone nei campi europei, rispondeva che non bisogna tollerare nessuna forma di orrore. La scala dell’orrore, come la definiva, deve essere distrutta del tutto, altrimenti a poco a poco l’umanità finisce con l’introiettare i campi di detenzione. Non è possibile che società pacifiche e democratiche permettano un orrore del genere, anche nelle forme meno efferate. Lo scenario americano, dai tratti un po’ orwelliani, dimostra che non si è imparato niente dalla storia. Perciò questa frase di mia madre oggi ha valore come ieri: nessun campo di concentramento deve essere tollerato.

 

Mi ha colpito molto questo Giappone rappresentato nel documentario martoriato dai bombardamenti, terremoti e tempeste di neve: una terra inospitale per tutti gli esseri umani, non solo per i detenuti nei campi.

Sì infatti. Alla fine dico esplicitamente di aver scoperto documenti dell’FBI che attestano la correlazione tra i terremoti e bombardamenti. Documenti che sono stati secretati per cinquant’anni e ora finalmente sono consultabili da tutti in rete. Ed è una cosa che in parte spaventa perché ci fanno pensare a quante cose accadono nel mondo, di cui non siamo a conoscenza. Ho anche trovato documenti giapponesi nei quali si dice esplicitamente che se gli alleati non fossero arrivati in tempo, avrebbero eliminato tutti i prigionieri dei campi, così da cancellare tutte le tracce.

 

Come d’altra parte non parliamo abbastanza dei campi di concentramento per i giapponesi negli Stati Uniti. Nel documentario, infatti, emerge con forza l’importanza del ricordo che deve essere affidata alle generazioni successive, piuttosto che alle narrazioni ufficiali. Nel documentario si dà dignità alla micro-storia, alla storia del singolo, spesso invece estromesso dalla grande storia ad appannaggio di “super uomini” e politici. Nello specifico questa è una storia segnata da scelte coraggiose: la prima è quella di andare in Giappone per creare un ponte culturale con l’Italia, poi quella di non prestare fedeltà alla Repubblica di Salò, fino al gesto tragico dello yubikiri.

Dicono che dopo ottant’anni è necessario andare negli archivi per ricostruire la storia, perché viene a mancare il testimone diretto. Mia nonna fortunatamente è vissuta a lungo (era centenaria quando è morta) e ha potuto raccontare lei stessa la sua storia. I miei nonni volevano creare un ponte culturale, ma anche lasciare l’Italia fascista di quegli anni. Poi certo lo yubikiri, che Fosco mi spiegava essere una rappresentazione d’onore come per noi il duello. Queste sono appunto storie di coraggio, storie umane che devono essere comunicate a tutti, di cui abbiamo bisogno. Senza dimenticare che questa è anche una storia al femminile.

 

Hauki on the plum tree mi ha fatto venire in mente Lessico familiare e la frase che Ginzburg riporta a proposito del confino in Abruzzo con Leone: seppure erano soli, soffrivano la fame e avevano i figli piccoli, Natalia scrive che quello era stato “il tempo migliore della nostra vita”.

È strano è vero… il tempo migliore della nostra vita… io mi ricordo Yuki, quando ero piccola, che mi raccontava che il periodo della prigionia era stato traumatico, segnato dalla guerra, la prigione, la fame, però, diceva, «c’erano papà e mamma, eravamo uniti»; forse anche per lei erano stati gli anni migliori della sua vita. Infatti, alla fine della guerra tornano in Sicilia, ma Fosco sente il bisogno di continuare a viaggiare per il suo lavoro di antropologo, Dacia e Yuki vanno in collegio a Firenze, mia madre rimane a casa. Insomma la famiglia si divide. Il tempo migliore della nostra vita… anche Fosco quando torna in Giappone, scrive su Ore giapponesi, che qui c’è l’odio e l’amore, la vita e la morte, c’erano tutti gli estremi che hanno reso le loro esistenze intense, autentiche e vitali.

 

Hai seguito dei modelli per preparare il documentario?

Avevo in mente soprattutto My Architect del figlio di Kahn e il lavoro di Chris Marker in particolare Sans Soleil. In America inoltre ho letto moltissime mémoires, racconti personali, diversi dalle autobiografie, e mi sono serviti per scrivere la sceneggiatura.

 

La memorialistica ha preso poi vigore con la Seconda guerra mondiale, forse il primo vero evento che ha creato la coscienza della responsabilità etica del singolo e della sofferenza collettiva.

Esatto, chiunque può scrivere e raccontare sé stesso questo è il bello e il fulcro della memorialistica. Perciò ho pensato al film come a una memoria per immagini: è questo in ultimo quello a cui miravo.

Un’ultima domanda quale significato ha la bambola che compare nel documentario?

La bambola è Yuki. Purtroppo lei è morta nel 1995 e come raccontano Topazia e Dacia forse lei è quella che ha sofferto di più durante la prigionia. Non ho voluto affidare il suo ricordo alle fotografie, ma ho scelto di dare vita a questa bambola in stile bunraku, grazie all’artista Basil Twist che è anche il proprietario del teatro dogugaeshi. E intorno a lei ci siamo riunite come nelle costellazioni familiari.

 

Progetti futuri?

Sto scrivendo un paio di progetti, non documentari, anche se è un genere che intendo sicuramente riprendere in futuro.

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