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Maristella Petti intervista Elizandra Souza

Scrittrice e giornalista, fondatrice del Coletivo Mjiba – Jovem Mulher Revolucionária, Elizandra Souza (1983) è attivista nel movimento sociale di giovani donne nere e periferiche. è stata editrice e giornalista responsabile dell’Agenda Cultural da Periferia na Ação Educativa (2007-2017). Da 16 anni concilia la militanza sociale alla diffusione della letteratura nera e femminista nelle periferie di São Paulo.  

Potrebbe raccontarci qualcosa della sua storia? Quali sono le tappe della sua vita che l’hanno resa ciò che è oggi?

Ho cominciato ad affinarmi e ricercare le parole molto precocemente. Sono stata a una scuola informale a due anni perché ho una sorella più grande che è andata alla scuola dell’infanzia a quattro anni, abbiamo due anni di differenza, piansi molto e rimasi a casa insistendo per poter andare anch’io a scuola con mia sorella, addirittura mi ammalai. Capisco solo ora che a due anni io già sapevo che volevo stare in spazi in cui potessi apprendere, migliorarmi, chiaramente a due anni non si ha questa coscienza, anzi è proprio ora che sto formulando questo pensiero nella mia memoria. Questo fatto in realtà non lo ricordo, è mia madre che mi ha sempre raccontato che ero molto insistente, anche se lei è solita usare la parola “testarda”. Ho sempre voluto stare in spazi di apprendimento, mi sono alfabetizzata molto presto per via di quest’ingresso a scuola a due anni, ho imparato ad amare la lettura. Nell’adolescenza fuggivo dalle faccende domestiche sostenendo che avevo compiti per casa da fare ed ero molto occupata e quindi non potevo sistemare la casa ma, in questo periodo, in realtà terminavo di fretta i compiti per poter leggere i primi libri di letteratura, quella letteratura classica che ci viene insegnata a scuola. Sono nata a São Paulo e sono cresciuta nel cuore di Bahia dai 2 ai 13 anni. Tornammo a São Paulo nel 1996, e fu allora che conobbi la cultura Hip Hop, che fu uno spartiacque nella mia vita, poiché presi coscienza di essere nera, donna, di periferia e con una famiglia del Nordest. Riconoscere la mia esistenza inserita in un contesto in cui le persone sopravvivono, lavorano per mangiare e la maggior parte di loro non ha accesso alla conoscenza né tantomeno alla Cultura, era qualcosa che già era presente dentro me. Sono sempre stata una bambina strana agli occhi di tutti quelli che mi stavano attorno, poiché ho sempre voluto molte cose che non erano alla mia portata. Ho letto molti libri presi in prestito da biblioteche pubbliche, sono riuscita a comprare i miei propri libri solo quando ho il mio prima libro Punga insieme al poeta Akins Kintê, con il denaro guadagnato dalle vendite compravo libri che mi hanno segnata, poiché volevo trasformarli in qualcosa di cui potessi usufruire per molto tempo… oggi ho un archivio di più di 1000 libri, la maggior parte di donne nere della Diaspora Africana di diversi Paesi.

Può raccontarci di quella volta in cui si è sentita discriminata come nera e di quella volta in cui si è sentita discriminata come donna?

Unisco le domande poiché le discriminazioni che soffre una donna nera non sono mai separate, non è possibile dire quando sono stata discriminata per essere nera o per essere donna. È umanamente impossibile nel contesto in cui vivo, che è una società maschilista, patriarcale e razzista. Le discriminazioni che più mi infastidiscono sono quelle la cui esistenza non riesco a provare, perché il razzismo in Brasile spesso è sottile e rientra nel campo della soggettività, posso riportare come esempio il fatto che sono sempre seguita dalla sicurezza al supermercato, nei negozi e simili. Sembra che io sia sempre il soggetto esemplare con le caratteristiche della ladra, il mio colore di pelle e i miei capelli sono visti come potenziale di rischio. E quando reclamo che sono seguita dalla sicurezza, in genere dicono che è un’attività di prassi e di routine con tutti i clienti, ma è una menzogna, non vedo mai donne bianche all’interno di un negozio preoccupate di prendere il cellulare dalla borsa quando squilla per non far pensare che si sono messe qualcosa in borsa. Io sono abituata a non aprire mai la mia borsa in negozi e supermercati perché, dato che sono sempre seguita, ciò potrebbe lasciar pensare che sto rubando qualcosa. Questi sono meccanismi di difesa che apprendiamo per non essere fraintese i negozi sono sempre così, nei negozi femminili sono sempre servita in ritardo e spesso sono indirizzata sul fondo del negozio dove si trovano le promozioni anche se non sono alla ricerca di promozioni. O quando scelgo qualcosa che voglio comprare e il commesso mi dice che c’è l’altro che è più economico… Allora, quando supero tutte queste tappe e sopraggiunge la domanda “Paga con carta di credito? In quante rate” e io rispondo “No, pago bancomat” il cassiere si meraviglia… è un misto di cose soggettive che, se una persona legge tutto questo, pensa “Però, che esagerazione”, ma ciò accade quotidianamente e capita varie volte al giorno. Se vado un ristorante un po’ meno popolare e rimango ferma sulla porta per aspettare qualcuno sono confusa con la funzionaria del locale… Queste cose sono quotidiane e spero di non abituarmici troppo, poiché il razzismo è schizofrenico e ci ammala giorno dopo giorno.

La sua opera letteraria è mai stata criticata o discriminata da editori, altri scrittori o lettori, perché di matrice femminile e/o nera?

Non è stata criticata da editori, poiché non vi è mai stata sottoposta e non c’è mai stato nessuno invito affinché una mia opera potesse essere pubblicata con qualche editrice. La storia del mio secondo libro, Águas da Cabaça, è che nasce da una poesia che ha infastidito molte persone, soprattutto gli uomini scrittori che mi circondano; questa è “Em legítima defesa”. Uno di questi scrittori mi disse che con questa poesia non avrei mai trovato u fidanzato, un altro disse che era una poesia di una donna amata male, io la mandai ad alcune antologie e la poesia fu rifiutata. Allo stesso tempo guadagnava forza tra le donne. Capii che se avessi voluto pubblicare questa poesia avrei dovuto io stessa organizzare il libro e fu quel che feci. È una poesia che porta alla riflessione che un giorno le donne cominceranno a reagire a tanta violenza domestica. Segue il componimento:

In Legittima Difesa

Sto solo avvisando, cambierà il prospetto

Già vedo sugli stendini i testicoli degli uomini

che non sanno comportarsi

Ricordi della Parrucchiera che hanno ucciso, l’altro giorno

…e le cataste di denunce ignorate?

Che la notizia è diventata telenovela e impunità

Donne morte ai quattro canti della città…

 

Sto solo avvisando, cambierà il prospetto

I titoli di domani avranno una donna,

a viso aperto, che dirà:

L’ho ammazzato! E non mi pento!

Quando il presentatore la contesterà

lei semplicemente ritoccherà il trucco.

Non vuole essere brutta quando la telecamera tornerà

a mettere a fuoco i suoi occhi, le sue labbra…

 

Sto solo avvisando, cambierà il prospetto

Se la giustizia è cieca, lo squarcio sulla retina può essere accidentale

Alla fine, gettare una macchina in un lago deve essere normale…

Gettare carne ai cani un procedimento casuale…

 

Sto solo avvisando, cambierà il prospetto

Dicono che la donna sappia vendicarsi

Magari non uccide con le mani, ma manda a trucidare…

Magari non spara, ma sa come avvelenare…

Magari non cava gli occhi, ma sa come accecare…

 

Sto solo avvisando, cambierà il prospetto

 

Da cosa nasce la sua poesia? Perché usare questo genere come mezzo di comunicazione?

La poesia è il genere in cui mi sento più a mio agio, le poesie sorgono nella mia vita in maniera molto organica, io sono quel tipo di poeta che rimane ad aspettare l’ispirazione, questo è un grande difetto mio, poiché potrei dare più contributi all’universo con le mie poesie. Lo faccio quando sono loro a cercarmi, poche volte vado fino alle poesie, sono loro che vengono da me, tanto che sono poche le poesie che sono lavorate più volte, poiché queste nascono quasi pronte. Mi piace il racconto, ma ancora mi sento insicura con questo genere. La poesia è la mia compagna di molte ore.

Chi è la donna nera nella sua poesia: un io autobiografico, un io lirico o il suo pubblico?

La donna nera nella mia poesia sono io, la mia ancestralità, le mie amiche, le mie sorelle più grandi e le più giovani, quindi è un misto di autobiografico, io lirico e pubblico. La mia poesia è la mappatura dei miei sentimenti di fronte a queste donne nere che anche io sono. 

Come può la costruzione di un’identità – individuale e collettiva – affermarsi tramite la letteratura?

La letteratura nera femminile, che è l’ambito in cui sono inserita, ci porta elementi che rinforzano la costruzione di identità nere femminili positive poiché nella letteratura convenzionale la donna nera è costruita in maniera stereotipata, erotizzata e marginalizzata, che sì esistono, ma non sono la maggioranza. E quando la letteratura fatta dalle donne nere per le donne nere entra nella soggettività e ci è restituita l’umanità, possiamo essere donne nere complesse dentro e fuori dalla letteratura. La letteratura è una rappresentazione di diversi tipi di persone, ma quando i personaggi sono neri in questa letteratura convenzionale siamo descritti senza famiglia, senza amore, senza professione, senza sogni, senza sfide, siamo un componente che può essere scartato, siamo figurativi, siamo oggettificati… allora la costruzione di identità nere all’interno della letteratura nera è la base poiché ci porta questa complessità e questa umanità che ci è tolta continuamente all’interno della società razzista. Ché siamo persone complesse e possiamo essere anche personaggi complessi. 

Cosa ci dice la sua poesia riguardo le sue origini? Possiamo incontrare l’Africa nei suoi versi?

Nei miei versi è possibile incontrare le mie origini nordestine, periferiche e una rappresentazione di africanità che sono riscontrate nel nostro quotidiano. Nel libro Águas da Cabaça si trova la mia impressione su Maputo in Mozambico che è un punto di vista in diaspora, non è possibile trovare le Afriche nei miei versi, perché non sono africana, ma sì lo sguardo di una diasporica, di ricostruzione di un’africanità post-coloniale. Nel mio immaginario e in quello di ogni nero in movimento di diaspora, esistono Afriche immaginarie che spesso non corrispondono con quelle che si trovano là nell’attualità… quando pensiamo Afriche dimentichiamo di pensare che la colonizzazione ha cambiato la storia di coloro che sono venuti via mare e di quelli che sono rimasti… perché se sottrai il padre e la madre e lasci i bambini, questi avranno un’altra esperienza senza i loro genitori… e questi genitori che sono venuti via mare avranno sempre un sentimento di banzo (nostalgia tipica degli africani in diaspora, n.d.t.) nel loro cuore… io sono la discendenza del banzo di quelli che sono venuti… 

L’estetica nera in questo contesto (oggigiorno, in Brasile) rappresenta un discorso di lotta? Possiamo affermare che la sua poesia è la sua personale forma di resistenza socioculturale come donna nera brasiliana?

L’estetica nera è una delle forme di resistenza, ma sono solita dire che l’estetica da sola non basta, ha bisogno della conoscenza, bisogna porre questa estetica nera in tutti gli ambiti della società, deve trovarsi in cariche esecutive, in cariche di comando, di coordinazione, in luoghi di parola, in dibattiti, nelle aule, in consultori medici e anche dentro e fuori della letteratura. La poesia è il modo in cui io riesco a vivere e a sopravvivere al razzismo, spesso metto su carta quel che non sono riuscita a dire al momento della discriminazione, metto su carta i sogni che non riesco a realizzare perché il razzismo me lo impedisce, è sì una forma di resistenza, ma una forma di mantenermi viva quando muoio tutti i giorni che sia per invisibilità, per uno sparo o per omissione di aiuto… 

Crede che la sua poesia possa denunciare le contraddizioni della società brasiliana all’estero?

Sono stata in Paesi come Paraguay, Mozambico, Argentina, Francia, Cuba, solo a Cuba sono stata portata dalla mia letteratura; in viaggio per questi Paesi ho capito che la visione che si ha del Brasile è molto distorta rispetto, così come anche noi abbiamo una visione torbida di queste nazioni. Il Paraguay per esempio è un Paese che ha un’idea del Brasile come assassini, effettivamente sì, come nazione siamo stati ignobili… Credo profondamente che la mia letteratura e la letteratura nera nel complesso possa denunciare il razzismo brasiliano e anche contribuire a risignificare i luoghi, la denuncia è necessaria per vedere con chiarezza le nostre ferite, io credo che il Brasile potrebbe essere più prospero che valorizzasse tutti i brasiliani, soprattutto la popolazione nera e indigena, poiché siamo la base di questa economia. Credo che se si prestasse la giusta attenzione alle azioni affermative in tutti i settori saremmo una nazione molto più prospera e ricca, e valorizzeremmo effettivamente questa diversità etnica che abbiamo nel nostro Paese, ma che in pratica è ancora molto razzista, uccide più persone nere che qualunque altro Stato in guerra. La letteratura è fondamentale in questo processo, poiché costruisce immaginari e risignifica la società.

Maristella Petti entrevista Elizandra Souza

(l’intervista è stata pubblicata in precedenza nel volume di M. Petti, La resistenza nella poesia nera femminile brasiliana contemporanea, Roma, Sensibili alle foglie, 2018)

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