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Roberta Alviti intervista Fernando Aramburu

Fernando Aramburu è nato a San Sebastián nel 1959; dopo essersi laureato in Filología Hispánica, negli anni Novanta si è trasferito in Germania. Qui, per molti anni è stato insegnante di spagnolo attività che ha abbandonato nel 2009 per dedicarsi completamente alla scrittura. Nel corso degli anni, oltre che all’attività narrativa, si è dedicato anche alla poesia, alla scrittura saggistica e al giornalismo. Tutti i suoi lavori sono pubblicati dalla casa editrice Tusquets, di Barcellona.

Con il suo primo romanzo Fuegos con limón (1996) ha vinto il premio letterario “Ramón Gómez de la Serna”; in seguito, ha pubblicato Los ojos vacíos (2000), primo romanzo della “Trilogía de Antíbula”, Il secondo e il terzo romanzo della trilogia Bami sin sombra e La gran Marivián sono stati pubblicati rispettivamente nel 2005 e nel 2013. Altri suoi romanzi sono El trompetista del Utopía (2003), Viaje con Clara por Alemania (2010) e Años lentos, con il quale ha vinto il “Premio Tusquets de novela”.

Uno dei suoi lavori più apprezzati è Los peces de la amargura (2006), una raccolta di racconti incentrati su personaggi vittime dell’ETA, che ha ricevuto diversi premi, tra i quali il “Premio Mario Vargas Llosa”, il “Premio de la Real Academia Española” e il  “Premio Dulce Chacón”.

Ha scritto, inoltre, un romanzo per ragazzi, Vida de un piojo llamado Matías (2004), un romanzo umoristico, Ávidas pretensiones (2014), con il quale ha vinto il “Premio Biblioteca Breve” e il saggio Las letras entornadas (2015).

Il suo ultimo romanzo, Patria (2016), ha ottenuto un eccezionale successo di critica e di pubblico: in Spagna ha venduto più di 700.000 esemplari ed è stato tradotto in oltre 10 lingue. È stato vincitore in ambito spagnolo, del “Premio de la Crítica” (2016), del “Premio Francisco Umbral” (2016), del “Premio Nacional de Narrativa” (2017), del “Premio Dulce Chacón”, e in ambito internazionale, del “Premio Strega Europeo” (2018), del “Premio Tomasi di Lampedusa” (2018).

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Il tema della lingua, del bilinguismo è molto presente nei suoi romanzi. Qual è il suo rapporto con il basco? Crede che essere bilingue implichi appartenere a due diverse patrie?

La mia lingua materna è il castigliano. Era la lingua che si parlava in casa e quella che prevalentemente si parlava nelle strade, anche se molto mescolato con l’euskera. Sono dell’avviso che le lingue debbano essere concepite come strumenti di comunicazione, di apprendimento e di creazione culturale. Penso che debbano servire per unire gli uomini, non per separarli stabilendo criteri di appartenenza. Considero un errore assimilare lingua e patria.

 

Al centro di Patria vi è la presa di coscienza da parte di alcuni personaggi della loro condizione di vittime dell’ETA. Un diritto a essere riconosciuti come tali, negato per molti anni. In Italia, i terroristi sono diventati i protagonisti della scena mediatica, eclissando completamente le storie e il punto di vista delle vittime e dei loro familiari. Le cose sono cambiate poco a poco, fino ad arrivare nel 2007 all’istituzione del “Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo interno e internazionale”. Tuttavia, recentemente, la terrorista rossa Barbara Balzerani, un’irriducibile, coinvolta nel sequestro e nell’assassinio di Aldo Moro, ha affermato che “Essere una vittima è diventato un mestiere. Quella della vittima è una strana figura, che ha il monopolio della parola”. Lei trova dei parallelismi tra la situazione italiana e quella spagnola per quanto riguarda le vicende degli gli anni del terrorismo?

È la storia di sempre. L’aggressore è convinto che la sua causa sia giusta, la qual cosa trasforma automaticamente l’aggredito in un individuo che meritava l’aggressione. Passa il tempo e la società riconosce l’umanità di coloro che hanno subito il danno. Si prende coscienza del fatto che la vittima, oltre a essere un poliziotto, un politico con un determinato orientamento, un imprenditore, era una brava persona, aveva dei figli, aiutava gli altri, esercitava il proprio diritto alla vita. Di conseguenza, affiorano, in maniera inquestionabile, l’ingiustizia della causa in nome della quale è stata commessa l’aggressione e l’orrore per la maniera in cui è stata compiuta. Colui che era convinto di esssere un eroe finisce per essere un terrorista sanguinario, e il fatto che le vittime vengano menzionate e ricordate non gli permette di dimenticarlo. Per questo motivo ha tutto l’interesse che le vittime tacciano. 

Dall’altro canto, in Patria, si percepisce la necessità di perdonare i terroristi e, in alcuni momenti, una potente fascinazione verso gli assassini, verso coloro che hanno cambiato per sempre il destino dei personaggi del romanzo.

Questa presunta necessità di perdono è intrinseca all’interpretazione che potranno dare alcuni lettori. Non è, in ogni caso, manifestata esplicitamente nel libro come corollario morale o ideologico. Certamente è uno dei motori dell’azione di uno dei personaggi principali. Personalmente, credo che debbano essere i lettori a trarre le proprie conclusioni.

Patria è un racconto della vita nei Paesi Baschi al tempo dell’ETA; è, allo stesso tempo, una storia nella quale convergono e si incrociano i destini di due famiglie senza cognome, in un piccolo paese senza nome, vincolate da una stretta relazione di amicizia che finiranno per essere divise in maniera irriconciliable dal cosiddetto “conflicto vasco”. Per quale motivo ha scelto questa indefinizione onomastica e toponomastica?

Per ragioni puramente pratiche e di astuzia letteraria. Vivo in Germania. Se nomino il piccolo paese da cui provengono i personaggi, dovrei fare un viaggio lì, informarmi sui soprannomi della gente, i nomi dei bar e dei negozi, e dovrei descrivere fedelmente le strade, ovvero introdurre nella narrazione una serie di particolari dei quali il romanzo non ha bisogno. Per quanto riguarda la toponomastica, io non posso attribuire un nome concreto a un personaggio che viene assassinato, dato che il suddetto nome non figura nel rapporto sulle persone assassinate dall’ETA. L’illusione narrativa s’infrangerebbe. Qualsiasi lettore mi potrebbe sbattere in faccia un quotidiano, dicendomi: “Nel giorno di cui le parla, non è morto nessuno, l’ETA non ha assassinato nessuno che portava il nome che lei utilizza nel suo romanzo”, ecc.

I personaggi del suo romanzo non si presentano polarizzati secondo una dialettica manichea che oppone i buoni e i cattivi. Tuttavia, c’è un personaggio, che è emblematico del “país de los callados”, secondo la definizione di Mario Vargas Llosa, personaggio al quale Lei non concede attenuanti. È don Serapio, il sacerdote ottusamente nazionalista, il cui archetipo appare in Años lentos.

Non sono affatto d’accordo con questa interpretazione che, anzi, si scontra con il mio proposito, che è quello di creare personaggi multisignificativi e complessi. In nessun luogo del romanzo si indica chi sia buono e chi sia cattivo. L’azione si svolge nel corso di tre decenni, durante i quali i personaggi sperimentano la propria personale evoluzione. Bittori è una vittima del terrorismo, ma non mi piacerebbe averla come madre. In quanto a don Serapio, dirò soltanto che la chiesa basca ha chiesto perdono poco tempo dopo la dissoluzione dell’ETA. Non c’è bisogno di molta immaginazione per sapere il motivo di questa richiesta.

Passando alla sua tecnica narrativa, in Patria ci sono continui cambiamenti di punto di vista: si passa da un narratore a focalizzazione zero a un altro con focalizzazione interna variabile e / o multipla. Si può dire, quindi, che nel romanzo non ci sono uno o più protagonisti, ma vari deuteragonisti e che nessuno di loro è depositario di una verità assoluta e definitiva?

A questa domanda non si può rispondere brevemente. Sono state scritti dei saggi e delle tesi di dottorato per spiegare alcuni dettagli della tecnica narrativa di Patria. Rispondendo in maniera molto sintetica, Patria è raccontata da un narratore esterno, dai nove protagonisti e dal testo stesso, cosciente del fatto che serve da sostegno per la narrazione. 

La narrazione di Patria comprende un lasso di tempo molto ampio, che parte dagli anni del post franchismo fino ad arrivare al 2011, data in cui l’ETA annunciò la cessazione definitiva della lotta armata. La cronologia del romanzo non è lineare, ma si sviluppa secondo procedimenti prolettici e analettici.

Immaginiamo che la storia contenuta in Patria consista nell’immagine di un puzzle i cui tasselli sono stati separati. Il lettore dovra addentrasi nella storia come chi mette insieme i tasselli di un puzzle fino a formare un disegno completo. 

Bittori, vedova di Txato, l’imprenditore assassinato dall’ETA, una delle figure centrali del romanzo, quando comprende che le rimane poco da vivere, esige che “si chiuda il cerchio” e che Joxe Mari, gudari condannato all’ergastolo, figlio di Marién, ovvero colei che un tempo era la sua migliore amica, le chieda scusa. Joxe Mari, dopo molti tentennamenti e “garanzie di massima discrezione”, ormai pentito e ammansito dai molti anni di carcere, accetta e scrive una lettera estremamente stringata nella quale chiede perdono a Bittori. A poco più di un anno di distanza dalla pubblicazione di Patria, ovvero nell’aprile del 2018, l’ETA ha diffuso un comunicato nel quale si riconosce “il danno causato nel corso della sua traiettoria armata e con il quale mostra il suo impegno per il superamento definitivo delle conseguenze del conflitto e il proprio impegno a far sì che quanto successo non si ripeta”. Si può affermare che, in questo caso, la realtà ha superato la fantasia. Lei immaginava questo tipo di finale? E, soprattutto, crede che si tratti di un finale definitivo?

Dubito che nella storia ci siano finali definitivi e tanto meno quando gli adepti dell’ETA parlano apertamente di un cambiamento di strategia. Passeranno gli anni, si avvicenderanno generazioni e conflitti sociali, il tempo e l’oblio faranno il loro corso e questo è tutto. Non possiamo neanche prevedere come sarà la cartina geografica dell’Europa da qui a cent’anni. 

Sia in Patria che in Fuegos con limón è presente un personaggio di indole timida, caratterizzato da una dimensione intima molto sviluppata, l’interesse per la letteratura, il rifiuto della lotta armata. Queste figure e in particolare Gorka, che appare in Patria, sono ispirate da persone che lei ha conosciuto personalmente? Inoltre, crede che la letteratura, per Lei, e in generale, abbia funzionato da antidoto contro la suggestione della lotta armata?

L’età non mi ha privato di alcune convinzioni. Continuo a credere che la cultura migliori l’uomo, sebbene non lo dispensi completamente dalla malvagità. Come scrittore, mi ispiro ai miei ricordi personali, a ciò che mi viene raccontato e a ciò che mi circonda. Non è impossibile che alcune persone reali appaiano parzialmente ritratte e con nomi diversi nei miei romanzi. Nemmeno un mago può tirare fuori un coniglio dal cilindro se non ve lo ha nascosto prima dell’esibizione. D’altro canto, sarebbe stupendo che la letteratura potesse persuadere gli uomini crudeli ad abbandonare la violenza, ma temo che ciò sia possibile solo nei racconti fantastici. 

Lei sta pubblicando sul quotidiano El Mundo un racconto a puntate, Klaus. Si tratta di un esperimento narrativo?

Klaus fa parte di una raccolta di racconti che sto scrivendo da molto tempo. Dei quotidiani spagnoli hanno l’abitudine di pubblicare racconti durante il mese di agosto, quando la maggior parte degli spagnoli è in spiaggia a prendere il sole. I responsabili del quotidiano mi hanno chiesto un racconto e io ho mandato loro Klaus.

 

Roberta Alviti entrevista a Fernando Aramburu

 

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