Memorie d'oltreoceano

L’insostenibile gratuità dell’azienda universitaria, di Ernesto Livorni

Il sistema universitario statunitense è estremamente variegato e maggiormente appare tale se lo si osserva da una prospettiva europea o addirittura italiana. È nota la differenza ed anche la discrepanza tra università pubblica ed università privata: alla prima categoria appartengono tutte le università statali (quelle che portano il nome dello stato a cui appartengono, per intenderci), mentre alla seconda categoria appartengono senz’altro quelle università storiche, per così dire, che sono tra le prime sorte negli Stati Uniti. Tuttavia, all’interno della distinzione tra università pubblica ed università privata ce n’è un’altra, trasversale a quella: è la differenza tra università e college.

Entrambi università e college sono generalmente frequentati negli anni subito dopo la scuola superiore e quindi corrispondono al sistema universitario parallelo a quello che vige in Italia ed in Europa in generale. La differenza tra università e college è sostanzialmente legata al fatto che il college si concentra soltanto sugli anni universitari (gli anni “undergraduate”, come vengono chiamati in inglese), mentre l’università accoglie anche programmi di dottorato (Master e Ph.D.). È possibile che un’università privata e più probabilmente un college privato appartengano ad un ordine religioso, spesso cattolico (U. of Notre Dame, C. of Holy Cross), ma anche di altra denominazione cristiana (Baylor U.). Tuttavia, la maggior parte delle università e dei college è un’istituzione laica.

Ben note sono tra le università private quelle che vengono chiamate Ivy League, cioè quelle università che appartengono alla cosiddetta Lega dell’Edera, definizione ufficialmente coniata nel 1954 nell’ambito del National College Athletic Association (NCAA), ma che già circolava nel 1933. Esse sono dislocate quasi tutte lungo la costa atlantica e sono, a partire dal nord, Dartmouth College, Cornell U., Harvard U., Brown U., Yale U., Columbia U., Princeton U.,U. of Pennsylvania (l’unica università tra queste a portare il nome dello stato che la ospita). Ad esse si aggiungono altre università che grazie al loro statuto privato ambiscono ad essere altrettanto prestigiose: New York University, Johns Hopkins U., Duke U., Emory U., Stanford U. (quest’ultima è senz’altro la più prestigiosa tra le università private sulla costa dell’Oceano Pacifico).

Il college, oltre ad essere caratterizzato dalla concentrazione sull’istruzione “undergraduate”, è anche generalmente definito “college of liberal arts”, con apparente enfasi sulle arti liberali, cioè sugli studi umanistici. Ciò è dovuto anche al fatto che, essendo di solito piccole università che ospitano poche migliaia di studenti, pur essendo private ed arricchite da donazioni di mecenati che spesso hanno frequentato quelle università, non possono avere le disponibilità finanziarie delle grandi università per la costruzione di laboratori e tutto ciò che occorre al sostentamento di un programma scientifico. Il college è un’università molto ambita per la preparazione degli studenti che intendono proseguire in altra università per gli studi di dottorato, incluse giurisprudenza e medicina.

Forse meno note, ma spesso altrettanto importanti, sono le università pubbliche, che sono statali: ogni stato ne ha una che funge da polo catalizzatore di unsistema universitario che in realtà può articolarsi in una serie di università indipendenti tra loro e tutte dipendenti dallo stato in cui sono collocate. In questo modo, la U. of California – Berkeley è tanto statale quanto UCLA (U. of California – Los Angeles) o la U. of California – San Diego, essendo l’una indipendente dall’altra. A queste si aggiungono altri sistemi universitari pur sempre statali, come il sistema della “city university”, che è diffuso soltanto in stati particolarmente grandi, come California e lo stato di New York; così, nello stato sull’Oceano Pacifico si trovano università come San Francisco State University o San Diego State University (ma ce ne sono ventitre), mentre nello stato della Grande Mela si trovano sia il sistema SUNY (State University of New York), sia il sistema CUNY (City University of New York). Infine, non va trascurato l’apparato del “community college”, che generalmente consiste in piccole università che si concentrano soprattutto, ma non soltanto, su discipline tecniche e spesso sono utili agli studenti per trascorrere il primo biennio accademico in un ambito meno costoso e più raccolto, prima che quegli studenti facciano domanda di ammissione ad una più grande e più prestigiosa università, spesso la “state university” dello stato in questione.

Fa riflettere che addirittura una definizione come Ivy League, che oggi senz’altro caratterizza università assolutamente private e ricchissime, oltre che prestigiose, sia sorta in ambito sportivo. In effetti, ogni università coltiva il settore atletico con molta attenzione ed investendo molto denaro. Esse posseggono lo stadio o il palazzetto dello sport nel quale la squadra universitaria di qualsiasi sport si cimenta in un torneo che dura pochi intensissimi mesi (per menzionare gli sport maggiormente seguiti ed anche lucrativi, il torneo di football americano si svolge in autunno; quello di pallacanestro in primavera). Ciò è dovuto al fatto che anche e soprattutto le università statali sono tali in un modo molto particolare. Infatti, soltanto una percentuale minima del bilancio delle spese dell’università, che spesso si aggira al di sotto del 15%, dipende dalle casse statali. Va da sé che le università debbano sostenersi finanziariamente in altro modo: rette universitarie (a cui vanno aggiunti vari metodi di iscrizione ai corsi spesso aperti anche a studenti di altre università o persone interessate, soprattutto quando si tratta di corsi offerti telematicamente); abbonamenti ai campionati sportivi; abbigliamento pubblicitario dell’università (da magliette e pantaloncini a felpe e tute, da cappelli a zaini) e naturalmente materiale scolastico, ma anche oggetti casalinghi; raccolte di fondi; donazioni.

Fa riflettere ulteriormente che la “state university” (definizione che in italiano si è tentati di tradurre come ‘università statale’, con ciò che consegue nella gestione dell’apparato accademico, almeno in ambito italiano) sia una università che, pur appartenendo allo stato di cui quella università porta il nome, non è completamente finanziata da quello stato. Infatti, nel primo ventennio del ventunesimo secolo si è assistito ad un ulteriore calo della somma stanziata dai vari stati per sostenere le spese delle università cosiddette statali. Se all’inizio di questo secolo il bilancio di quelle università era coperto all’incirca per il 30% dallo stato a cui appartengono, vent’anni dopo il bilancio coperto dallo stato è sceso a circa il 15%. Questa situazione invita quelle università ad aumentare la retta universitaria. Tuttavia, spesso lo stato si oppone a ciò perché è una mossa che rischia di mettere in difficoltà quei cittadini dello stato che vorrebbero fare domanda di ammissione all’università dello stato stesso, ragion per cui il rimedio spesso è una retta universitaria più alta per quegli studenti che sono residenti in altri stati e soprattutto per gli studenti stranieri. Altre soluzioni a cui le università cosiddette statali massicciamente si affidano sono quelle dei proventi raccolti attraverso le attività sportive (una buona squadra di pallacanestro e soprattutto di football americano, che permette di riempire palazzetti e specialmente stadi che non hanno nulla da invidiare a quelli del calcio professionistico in Europa, con capienze che possono oltrepassare tranquillamente 60000 spettatori); della vendita di oggetti che pubblicizzano il marchio universitario (dalle magliette ai pantaloncini, dalle tute ai cappellini, dagli oggetti più variegati tra quelli che possono occorrere nella vita studentesca a quelli che vengono specificamente inventati per simili circostanze, come il logo della mascotte dell’università); della raccolta di donazioni. Quest’ultimo aspetto merita attenzione. Infatti, i biglietti per le partite e addirittura gli abbonamenti ai campionati delle squadre delle università portano tanto denaro nelle casse universitarie. Tuttavia, le donazioni sono attivamente perseguite da specifici apparati universitari, uffici preposti alla pubblicità e alla propaganda presso gli “alumni” e le “alumnae” (cioè, coloro che si sono laureati in quelle università) che a distanza di anni, essendo diventati facoltosi cittadini, potrebbero avere un moto di riconoscenza e addirittura anche un interesse fiscale nell’offrire una donazione consistente. In ogni caso, le università sia statali che private inseguono anche finanziamenti privati che vengono utilizzati nelle direzioni più svariate, dalla distribuzione di borse di studio alla costituzione di programmi accademici,dall’espansione ed ammodernamento di costruzioni già esistenti alla costruzione di edifici e di laboratori. Questo comporta anche un impegno da parte delle università ad offrire strutture sempre più sofisticate ed accoglienti che vanno dai dormitori alle mense, dalle palestre ai campi sportivi, dai caffè alle “student unions” (edifici che accolgono attività studentesche e presentano ogni amenità che possa favorire quelle attività, da uffici a stanze di studio, da cinema e teatri a luoghi di ricreazione), dalle aule multimediali ai laboratori di ricerca.

Sebbene lo stato investa relativamente poco nel bilancio delle università statali, tutti gli impiegati di quelle università, inclusi i docenti, sono impiegati statali, soggetti alle decisioni che i legislatori statali prendono riguardo agli eventuali tagli, che sono stati molto comuni nel ventennio iniziale del ventunesimo secolo, e anche riguardo agli eventuali aumenti stipendiali. Tuttavia, a questo proposito, sebbene gli aumenti siano regolati dallo stato e applicati a tutti gli impiegati statali, nell’ambito universitario ci sono meccanismi interni che permettono a chiunque e certamente anche ai docenti di ottenere un aumento salariale. Infatti, gli stipendi non sono affatto omogenei, sebbene a questa omogeneità si miri, ma dipendono da un notevole numero di fattori, tra i quali i più importanti sono l’importanza del docente, spesso verificata grazie a un’offerta che il docente riceve da altra università; l’importanza del dipartimento al quale il docente appartiene; finanziamenti che il docente riesce ad attrarre al suo dipartimento e all’università; visibilità della ricerca di un docente in ambito nazionale e internazionale. Va da sé che il panorama accademico (e non soltanto quello) prenda contorni molto variegati e difficili da controllare in un ambito generale se non attraverso le dinamiche del mercato.

Per tutta questa serie di fattori almeno il sistema universitario statunitense presenta una complessità estremamente frastagliata, una volta che si osserva quel mondo oltre le cosiddette “research universities”, cioè le università di ricerca che in genere si attestano intorno alla cinquantina e occupano quelle posizioni in classifiche rispettate come quella proposta ogni settembre da una rivista come US News & World Report (rimando al mio Settembre, andiamo è tempo di classificare, qui http://www.insulaeuropea.eu/2017/11/02/settembre-andiamo-e-tempo-di-classificare-di-ernesto-livorni/) . La competizione dell’eccellenza si riversa anche nelle casse universitarie ed alimenta un circuito facilmente comprensibile, in cui le strutture offerte aumentano il prestigio e il costo dell’università stessa e a volte diventa complicato mantenere l’attenzione sulle ragioni formative e culturali per cui una università esiste. La gratuità della cultura e della formazione professionale non è contemplata nella struttura aziendale del sistema universitario statunitense.

elivorni@wisc.edu

 

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