In primo piano · L'arte del tradurre

Cristiano Ragni intervista Anna Gadd Colombi

Anna Gadd Colombi, dopo due lauree in Lingue e Letterature Straniere all’Università degli Studi di Milano e alla Complutense di Madrid, ha conseguito il dottorato di ricerca in Italian Studies and Translation Studies alla University of Western Australia, dove, dal 2012, insegna nell’ambito della traduzione, dell’italiano e dello spagnolo. È anche traduttrice professionale dall’inglese all’italiano certificata NAATI. Suoi contributi sulla traduzione e sulla acquisizione delle lingue straniere sono stati pubblicati in numerose riviste con peer-review, tra cui AALITRA: The Australian Association for Literary Translation, JASAL: Journal of the Association for the Study of Australian Literature, JUTLP: Journal of University Teaching and Learning Practice e Colloquy: Text, Theory, Critique. A questo proposito, ha recentemente dato alle stampe, per i tipi di Cambridge Scholar Publishing, il volume Translation as Criticism. Elizabeth Jolley’s Mr Scobie’s Riddle (2018).

Elizabeth Jolley (1923-2007) è una delle voci più caratteristiche nel panorama della letteratura australiana della seconda metà del Novecento. La sua è una produzione molto vasta, che comprende romanzi, racconti brevi, poesie, ma anche drammi radiofonici e saggi, che le è valsa il riconoscimento unanime, sebbene tardivo, della critica. In tutte le sue opere, Jolley intreccia motivi tipici della produzione letteraria australiana, come la migrazione o il senso di solitudine e di isolamento, con altri più tipici della letteratura europea, che le vengono dalle sue origini britanniche. Secondo Bruce Bennett, il valore della produzione di Jolley è dato proprio dal fatto che la scrittrice ha sempre mantenuto quella che potrebbe essere definita come “una prospettiva da migrante” sulla realtà che la circondava e che ha poi trasposto anche sulla pagina scritta. Da italiana trasferitasi in Australia, pensa che questo abbia influito sulla sua scelta di studiare e tradurre il romanzo Mr Scobie’s Riddle?     

Senza dubbio, c’è affinità tra l’esperienza di migrante di Jolley e la mia esperienza di viaggiatrice e studiosa che ha scelto di lasciare l’Italia per l’Australia occidentale. Ricordo di essere rimasta affascinata fin da subito dal fatto che i suoi personaggi, e in particolare quelli di Mr Scobie’s Riddle, siano tutti in qualche modo dei migranti, dei viaggiatori. Mi ha colpito, soprattutto, come si esprimono in una varietà di diversi socioletti o, addirittura, di lingue diverse, fatto che rappresenta non solo diversità delle loro culture, ma anche delle loro speranze e dei loro sogni, quella ricca e complessa eterogeneità, insomma, che rende la produzione di Jolley, ma si potrebbe dire l’Australia stessa, ciò che è. Già mentre leggevo il romanzo, dunque, mi chiedevo come sarebbe stato tradurlo in italiano, quali strategie avrei potuto adottare per preservare questa sua diversità e varietà, affinché anche un pubblico italiano potesse apprezzarlo appieno.

Il suo volume Translation as Criticism. Elizabeth Jolley’s ‘Mr Scobie’s Riddle’ risponde proprio a questi interrogativi, presentando nella prima metà una riflessione ragionata sulle sue scelte traduttive, seguite quindi da una pregevole traduzione dell’intero romanzo. Innanzitutto, va detto che lei ha scelto di optare per un approccio source-oriented (ossia, orientato al testo di partenza) che non è comune nell’ambito della traduzione di opere letterarie australiane in italiano. La inviterei a spiegare meglio di cosa si tratta.

Sì, l’obiettivo principale del libro è proprio quello di presentare ai lettori una traduzione source-oriented, ovvero una traduzione che preservi le peculiarità stilistiche e gli elementi culturalmente specifici del testo di partenza, evitando operazioni di “addomesticamento” di quest’ultimo alla cultura di arrivo. Nel caso di Mr Scobie’s Riddle, in particolare, ho cercato di mantenere nella mia traduzione non solo le caratteristiche proprie dello stile di Jolley e gli elementi culturali specifici del contesto australiano, ma anche tutta quella serie di topoi della letteratura australiana e inglese cui la scrittrice fa spesso ricorso, così come i numerosi riferimenti alle varie culture e lingue europee che compaiono nell’originale. Da traduttrice e da studiosa di traduzione, questa operazione è stata molto gratificante, poiché mi ha permesso di testare la validità di alcune teorie e metodi traduttivi su di un testo assai complesso come quello di Jolley e, allo stesso tempo, di fornire una riflessione critica su quelle stesse teorie e metodi.

Se è noto che la traduzione da una lingua all’altra richiede sempre dei compromessi e delle scelte difficili, va da sé che optare per un approccio source-oriented complichi ulteriormente le cose.

Si sa che il compito del traduttore non è mai facile, perché si deve cercare di rimanere fedeli a molti dei livelli che compongono un’opera letteraria, la quale è però prodotta in un contesto storico, sociale e culturale altro rispetto a quello di arrivo. Scegliere un approccio source-oriented significa riconoscere, accettare e tentare di riprodurre tale alterità, con tutte le difficoltà che inevitabilmente questo comporta. Certo è che ci sono delle situazioni per cui, per ragioni linguistiche e culturali, non è possibile mantenere tutti gli elementi del testo di partenza. Allora, si deve ricorrere per forza, come ho fatto anche io nella mia traduzione L’indovinello di Mr Scobie, a quelle che si chiamano tecniche di compensazione. Inoltre, non bisogna nemmeno dimenticare, come ha teorizzato McFarlane, che in traduzione ci sono anche altri aspetti che sfuggono necessariamente al controllo del traduttore. Per esempio, molti editori tendono a preferire traduzioni in una lingua di arrivo semplice e scorrevole, simile a quella che si impara a scuola insomma, e ciò a prescindere dallo stile specifico del testo originale. Molti traduttori, di conseguenza, si trovano spesso nella situazione di dover “riorganizzare” soprattutto la sintassi dei testi letterari su cui stanno lavorando. Così facendo, però, si compie quello che Kundera ha definito uno degli errori più gravi in traduzione, perché proprio le trasgressioni stilistiche (la “marcatezza” teorizzata da Jakobson) rappresentano la quintessenza dello stile di un autore. Comprendere queste trasgressioni e cercare di riprodurle quanto più possibile nella lingua di arrivo dovrebbe essere, invece, il compito primario di un traduttore ed è quello che io ho cercato di fare con la mia traduzione del romanzo di Jolley.

Nel secondo capitolo del suo libro, lei porta avanti un’interessante e accurata analisi testuale di Mr Scobie’s Riddle, prendendo in esame vari aspetti del romanzo, quali l’ambientazione, il punto di vista, l’uso del discorso indiretto libero, i motivi ricorrenti, o i numerosi socioletti che caratterizzano i protagonisti. Ci spieghi l’importanza di questo tipo di analisi quando si affronta la traduzione di un testo letterario.

L’analisi testuale è un tipo di analisi che si svolge a priori, prima cioè di cominciare la traduzione. Questa permette di individuare gli aspetti principali dell’opera che si deve tradurre, così da mantenerli (o almeno cercare di mantenerli) in traduzione. Per esempio, nel caso di Mr Scobie’s Riddle, l’ambientazione riveste un ruolo importante non solo dal punto dello svolgimento dell’azione, ma anche da quello affettivo. Il contrasto ricorrente tra l’interno e l’esterno della casa di riposo in cui si muovono i protagonisti, con la persistente idealizzazione del secondo, sta a simboleggiare il rimpianto del signor Scobie e di tutti i pazienti in generale per la vita che conducevano prima di essere ricoverati. In inglese, questo contrasto è reso bene dalla dicotomia tra il termine “house” e il termine “home” che Jolley sfrutta. L’analisi testuale permette al traduttore di individuare questo elemento come uno di quelli essenziali da mantenere, anche qualora ciò sia difficile da fare nella lingua di arrivo. La stessa cosa può valere per un elemento più stilistico, che è però tipico dello stile dell’autrice. La scrittrice crea una polifonia di voci che dà modo al lettore di entrare nella mente dei personaggi. Tra gli elementi essenziali dello stile di Jolley ci sono senz’altro i deittici; sono infatti questi che permettono di stabilire e comprendere le relazioni fra i vari personaggi che stanno parlando. Se i deittici di luogo (“qui” / “lì”) o di tempo (“ora” / “allora”) non rappresentano di solito un grande problema per il traduttore, lo stesso non si può dire per quelli di tipo sociale: intendo lo “you” inglese, che ingloba sia il “tu” che il “Lei” dell’italiano. Compito dell’analisi testuale è quello di porre l’attenzione su questi aspetti stilistici, in modo tale da trovare poi delle soluzioni traduttive che funzionino anche nella lingua di arrivo, evitando rese innaturali o che fraintendano le intenzioni dell’autore del testo originale.

Nel terzo capitolo del suo volume, non a caso, lei presenta quella che viene chiamata l’analisi traduttologica de L’indovinello di Mr Scobie. Mettendo insieme l’analisi a priori delle categorie ideate da Peeter Torop per lo studio degli elementi di interesse in una traduzione e l’analisi a posteriori delle sue scelte traduttive di quegli stessi elementi, insomma, lei torna in qualche modo sugli elementi che erano stati messi in evidenza con l’analisi testuale.

Certo, lo scopo dell’analisi traduttologica è proprio quello di far comprendere ai lettori della mia traduzione accademica di Mr Scobie’s Riddle i motivi e le riflessioni che stanno dietro alle scelte da me compiute. Le categorie di cui ha scritto Torop, poi astutamente studiate da Osimo, come le parole-chiave, la deissi, i realia [gli elementi specifici di una data cultura] e l’intertestualità, permettono di riesaminare tutti quegli elementi che già l’analisi testuale aveva messo in luce, ma questa volta nel contesto delle scelte del traduttore. Fra le parole-chiave, per esempio, rientrano espressioni come “kick the bucket” (morire, lett. calciare il secchio), che esprimono dei concetti legati ai temi principali del testo, come la morte. Mantenere questa frase idiomatica insieme alla presenza fisica di un secchio in scena non è stato facile, poiché in italiano non abbiamo un’espressione idiomatica che si riferisca alla morte e che comprenda l’immagine di un secchio. Anche per quanto riguarda i dettici sociali la resa è complessa. Se è vero che la combinazione inglese “titolo + nome di famiglia” richiede si solito il “Lei”, mentre l’uso del nome proprio implica il “tu”, ci sono tuttavia dei casi in cui le cose possono complicarsi, come quando la direttrice dell’istituto perde la pazienza e la formalità che di solito la caratterizza. Una traduzione rispettosa del testo originale richiede, dunque, un lavoro di analisi multiple e tutt’altro che semplice, affinché anche questi aspetti stilistici del testo di partenza siano preservati.

Sempre a proposito di elementi difficili da tradurre, Lei citava prima i realia, ovvero quegli elementi tipici di una data cultura (fiori, frutti, animali, cibi, stili di vita) che non trovano corrispondenze specifiche in altre lingue o culture. Grazie agli studi di Bruno Osimo, oggi abbiamo una classificazione delle scelte possibili per la traduzione dei realia. Tuttavia, questo non risparmia comunque al traduttore l’onere della scelta finale, o mi sbaglio?

La classificazione di Osimo è senz’altro utilissima per capire verso quale polo si orienta il traduttore, se quello dell’addomesticamento (approccio target-oriented) o dello straniamento (approccio source-oriented) o dell’occidentalizzazione, ma spesso ci sono più scelte all’interno di una stessa categoria. Il principio che ho cercato di seguire nella traduzione accademica de L’indovinello di Mr Scobie è stato quello dell’arricchimento culturale dei miei lettori italiani, anche quando questo ha significato non rimanere sempre del tutto coerente con il mio approccio source-oriented. Nel caso del “bottlebrush”, che è un fiore tipico della sola flora australiana, per esempio, le opzioni source-oriented che avevo erano sostanzialmente tre: lasciare il termine in inglese, tradurlo con un generico “fiore del bush” o al massimo con “fiore del bush australiano”. Nessuna di queste opzioni mi convinceva appieno, tuttavia, poiché non avrebbero evocato l’immagine di quel fiore specifico nella mente del mio lettore. Il fiore compare in una descrizione estremamente dettagliata dei toni di colore dei fiori e delle piante che si trovano nella casa di cura in cui è ambientato il romanzo. Il termine originale suggerisce al lettore australiano la caratteristica cromatica del rosso scarlatto, tipico di questo fiore. Per questa ragione, ho aggiunto l’aggettivo “scarlatti” nella descrizione del fiore.

Il suo volume rappresenta, a mio avviso, un contributo assai importante nell’ambito degli studi sulla traduzione e, più in generale, sulla letteratura, dimostrando come la traduzione di testi letterari sia assai utile anche per la comprensione stessa dell’opera, che è di solito l’oggetto della critica letteraria. Translation as Criticism. Elizabeth Jolley’s ‘Mr Scobie’s Riddle’ è una chiara dimostrazione della veridicità di quanto affermato anche da Tim Parks, sul fatto che si può comprendere molto di un’opera di letteratura proprio studiando i problemi creati dalla sua traduzione in un’altra lingua. Vuole aggiungere qualcosa come conclusione?

Nella citazione biblica posta come epigrafe a Mr Scobie’s Riddle si legge: “the word killeth but the spirit giveth life”, “la lettera uccide, ma lo spirito dà vita”. Si tratta di una nota aggiunta dal personaggio poliglotta Hayley, uno dei più complessi e accattivanti di tutto il romanzo. Hayley sta cercando di tradurre Orazio in inglese, ci prova, ma non trova le parole giuste. Jolley, dunque, ci avvisa della difficoltà della traduzione letteraria. Preservare tanto la lettera quanto lo spirito di un’opera di letteratura deve essere lo scopo primario del traduttore letterario. Con il mio progetto ho cercato di dimostrare che la letteratura straniera può essere tradotta in italiano senza dover sacrificare i suoi elementi caratteristici e, soprattutto, che un vero scambio fra due lingue e culture straniere può darsi solo quando si fa ricorso a un approccio source-oriented.

 

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