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Annamaria Vanalesti intervista Maria Clelia Cardona

Maria Clelia Cardona è nata a Viterbo e vive a Roma. È presente su numerose riviste e antologie e ha pubblicato opere di narrativa, raccolte di poesia, traduzioni e testi di critica letteraria. Fra le opere di narrativa: L’altra metà del dèmone, Marsilio, 1998; Il cappello nero, Marsilio, 2000; Furia di diavolo, Avagliano, 2008; Sottoroma, Empiria, 2013. Fra le raccolte di poesia: Il vino del congedo, Introduzione di Mario Luzi, Amadeus, 1994; Da un millennio all’altro, Empiria, 2004; Il segno del novilunio (disegni di Lucilla Catania), Il Bulino, 2011; Di fiato e di fuoco, Postfazione di Giovanni Tesio, Coup d’idée, 2016, I giorni della merla, Postfazione di Marco Vitale, Moretti e Vitali, 2018. Fra le traduzioni: Yves Bonnefoy, L’acqua che fugge, Poesie scelte 1947-1997, Fondazione Piazzolla, 1998; Carmina Burana, Guanda, 1995; Frontone, Elogio della negligenza, Medusa, 2006; Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno, Ladolfi Editore, 2012. Fra le opere di saggistica: La storia della villeggiatura, Abete, 1994; L’essenza dei latini (con Luca Canali), Oscar Mondadori, 2000, e lavori riguardanti il mondo classico per Einaudi Scuola. È stata condirettrice della rivista letteraria “malavoglia”, collaboratrice di “Pagine” e cura una rubrica di poesia su “Leggendaria”. Sue poesie sono tradotte in inglese e in francese. Nelle sue opere ricorre un’attenzione rivolta alla Letteratura e alla Storia del passato, riformulato attraverso l’esperienza della modernità. Nelle poesie è spesso presente una ripresa del mito classico, rivolta a dare la parola a personaggi femminili, da Euridice a Calipso, Circe, Penelope, ecc., lasciati in ombra da una dominante figura maschile. Nelle opere di narrativa è messa in luce l’impossibilità della Storia di giungere alla verità, e la conseguente, sia pur problematica, valorizzazione dell’invenzione letteraria.

Tu passi con grande facilità dalla narrativa alla poesia: sembra quasi che la poesia ti aspetti dietro un angolo, ogni volta che tu la lasci per dedicarti alla narrativa. Penso in particolare agli ultimi libri, Furia di diavolo e Sottoroma, nei quali c’è comunque una ricerca condotta con un attento scavo sulla psiche umana, sempre in rapporto con i luoghi e gli spazi che prendi in considerazione. È questa ricerca il filo comune tra la tua poesia e la tua prosa?

I libri che nomini sono ambientati nel presente, mentre i precedenti sono romanzi e racconti storici: Il viso in ombra è ambientato nella Spagna del Seicento, L’altra metà del dèmone nella Roma della tarda latinità, Il cappello nero nel periodo risorgimentale. Quello che dici è vero: i luoghi e gli spazi agiscono sulla psiche umana, che però conserva sempre un suo alone di impenetrabilità, una nebbia nella quale forse solo la poesia può addentrarsi. Credo non si debba dimenticare l’antico legame fra narrativa, poesia, teatro, riti ecc. esistente nella letteratura europea dai Greci in poi. E la poesia che, come diceva Valéry, “è un frammento perfettamente formato di un edificio inesistente”, non può ignorare la sua appartenenza alla realtà, oggi più che mai complessa, del nostro vivere nel mondo. Voglio dire che l’esplorazione della nostra realtà comporta l’uso di più linguaggi.

Nel tuo precedente libro di poesia, Di fiato e di fuoco, giocato tra l’antico e il moderno, c’è una Penelope che scava dentro di sé per trovare se stessa e trovandosi, trova non solo Odisseo, ma l’uomo di ogni tempo, ramingo nel proprio eterno esilio. È questa la finalità prioritaria della tua scrittura, trovare te stessa e soprattutto trovare l’uomo di ogni tempo?

Oltre al poemetto Di fiato e di fuoco, anche nei libri precedenti, Il vino del congedo e Da un millennio all’altro mi sono spesso rivolta al mito per cercarvi il rapporto profondo che lega il passato al presente e che quindi può aiutarci e capire meglio la nostra identità. Le figure mitiche di Persefone, Euridice, Calipso, Circe nei due primi libri, e quella di Penelope nel libro più recente, non sono solo paradigmi di un senso che ci riguarda, ma chiavi interpretative per entrare nei recessi della nostra psiche, per capire e soprattutto arricchire noi stessi/e. Non è un caso che si tratti prevalentemente di figure femminili: spesso la loro identità è rimasta in ombra, sovrastata da quella maschile. Il mito antico ci racconta quello che dice e prova Orfeo, ma Euridice è solo un’ombra silenziosa. Vuole veramente tornare alla vita? L’ambiguità però ha un suo fascino che interpretazioni troppo “moderne” e di tendenza possono compromettere: è un pericolo che può essere evitato solo dal capire la complessità e anche le contraddizioni della natura umana. 

Hai scelto il capodanno 2000 per l’esordio di questo libro. Tu hai sempre avvertito il dramma del passaggio da un anno all’altro, come dimostri nell’opera Da un millennio all’altro: perché? E perché si coniuga con la morte questo tempo di pieno inverno?

La scansione del tempo è una convenzione umana: i calendari appartengono alla cultura, non alla natura. Ma la cultura, intesa come prodotto della civiltà, incide sul sentire comune e provoca le grandi trasformazioni della Storia. Penso al tempo ciclico, al succedersi delle età nelle narrazioni dei classici; penso alla quarta ecloga di Virgilio, che coglie le attese millenaristiche della sua epoca e profetizza in modo sorprendente quanto accadrà nella storia di Roma … E poi pensiamo all’anno Mille, quando la fine di un millennio venne avvertita come tempo in bilico fra morte e rinascita – terrore per una possibile apocalisse e speranza di palingenesi. Insomma, nei libri di Storia voltiamo pagina e si apre un nuovo capitolo: ci accorgiamo che niente è più come prima. Il cambiamento è solo opera di una falsa interpretazione degli storici o la gigantografia della caduta di un millennio ha agito come un maremoto sulla volontà profonda dei popoli? Il secondo millennio termina con la fine di assetti politici che sembravano immutabili e il terzo inizia con il crollo delle torri gemelle, evento che evoca una moderna apocalisse, seguito da guerre e trasformazioni, dal web, che rivoluziona i tradizionali rapporti umani, a un nuovo modo di intendere il mondo e il potere. Per quanto riguarda la mia storia personale e il suo riflesso nella poesia, il nuovo millennio mi ha portato un profondo senso di disorientamento (e di angoscia) nel vedere non risolti i problemi più gravi dell’umanità (guerre, violenza, povertà ecc.) e molti interrogativi nel valutare l’uso mediatico del linguaggio in merito. La lingua, anziché esplicitare e chiarire, spesso viene usata per nascondere e mistificare la realtà. Ne è conseguito un affidare alla scrittura l’esplorazione di un mio/nostro stato interiore e, nella ricerca di spazi di verità, un riflettere sulle possibilità anche palingenetiche della poesia e della bellezza dell’arte. Nel 2000 ho pubblicato un romanzo, Il cappello nero, in cui riversavo le disillusioni della Storia e della Vita, e riaffermavo il primato, ma anche le criticità dell’immaginazione. Nel 2004, ho affidato a un libro di poesia, Da un millennio all’altro, il mio/nostro porci nei confronti del passato dalla prospettiva di chi vive nella dimensione del “dopo” (la post-storia, il postmoderno ecc.).

Quanto all’inverno del poemetto iniziale: il titolo del libro fa riferimento alla leggenda che narra di una merla che per sfuggire il gelo dell’inverno si rifugia in un camino. Le sue piume, prima candide, diventano grigie e tali rimangono anche con l’arrivo della primavera. Usciamo anche da un lutto grave, ma non illesi: ne restiamo segnati in modo indelebile. E questo dobbiamo saperlo.

Nel poemetto iniziale i ricordi, sia tristi che gioiosi, raccolgono e concentrano i tuoi pensieri sulla figura centrale della madre: questa figura, così presente e così ancorata alle sue memorie letterarie, perché sceglie proprio il canto 33 dell’inferno, quasi come una sfida da lanciare ai figli?

Penso possa essere deviante da parte mia cercare di spiegare con altre parole quanto ho detto con la poesia. La poesia consente di esprimere contraddizioni, sottintesi, sfumature dell’agire, non dicibili con altri linguaggi: credo sia proprio questa la sua funzione. Blanchot dice che ogni scrittore a un certo punto viene escluso dalla sua opera, ne resta in disparte, non ha più accesso a se stesso. Nell’episodio cui fai riferimento la madre al pranzo di festa per i suoi novant’anni all’improvviso recita il canto 33 dell’Inferno. È l’episodio terribile del conte Ugolino, chiuso in una torre e condannato a morire di fame insieme ai suoi figli, che gli prospettano la possibilità di sfamarsi con i loro corpi. Perché la madre sceglie quel testo? Una sfida ai figli, certamente, che non sacrificano se stessi per lei, come si offrono di fare i figli di Ugolino. Ma anche, più difficile da dire, la sensazione che lei prova di trovarsi imprigionata in quella torre senza uscita che è la vecchiaia, la malattia, l’imminenza della morte. Sensazione che coinvolge tutti i presenti, figli compresi, ma che poi scivola via con il dolce finale. Come dire allora le tante ambiguità di quel passo? Come scriveva Mandel’ŝtam, «dove è possibile la parafrasi, le lenzuola non sono gualcite, la poesia non ha pernottato».

La morte si compone in un poema senza differenze tra morti e vivi: cos’è per te la “blanda eternità” da passare in famiglia?

Ho visto come in molte persone anziane (e non solo) colpite da perdite troppo dolorose per essere accettate, la mente elabori un sistema compensatorio di negazione della perdita e di riparazione. Ne consegue un andare al di là del tempo, in una dimensione allucinatoria in cui trovano spazio figure del passato, luoghi, episodi, svincolati dall’ordine razionale delle cose – decontestualizzati – ma illuminati da un moto continuo e intermittente di lampi, o scie luminose. Qualcosa di simile accade nei sogni. O in poesia.

La scenografia invernale che fa da contorno alla morte della madre ha una sua bellezza: è lo specchio in cui trasferire il dolore?

Sì, perché il dolore può riflettersi nelle opere d’arte e trovarvi, non tanto conforto, quanto identificazione. Ne consegue quello che i Greci chiamavano catarsi, noi più semplicemente condivisione, e quindi spostamento di un evento doloroso dalla grevezza della nostra quotidianità a una sfera alta che lo sublima e quindi lo rende sopportabile. Alla poesia chiediamo di liberare il dolore dalla torre di insensatezza e di cecità che lo imprigiona, e di dargli ali, grandezza, musica … Pittura e musica ci mostrano la qualità estetica, ma anche umana, che possono avere note cupe e dolorose, colori spenti, spazi gelidi. «Non c’è una qualche tristezza in questa / vita trasformata in puro suono, / in omogenea altra realtà?» scrive il poeta portoghese Jorge de Sena a proposito del quartetto op. 131 di Beethoven, per sottolineare, appunto, il legame profondo che esiste fra musica e sentimenti umani.

Resiste un legame tra vita e morte, tra figlia e madre. La figlia che si intigna (parola di forte impatto realistico), per far restare la madre, è la vita che tenta di strappare alla morte l’amata: quanto c’è in questo di Orfeo? Quanto sopravvive l’orfismo in questa poesia alta e commovente?

Orfeo è un poeta e il mito che lo riguarda racconta la discesa della poesia nelle tenebre e il tentativo di sottrarre alla morte un oggetto d’amore e di portarlo alla luce della vita e dell’opera. Ma noi sappiamo – tutti sanno – che non sarà possibile. Il mito non volge verso un esito positivo, ma racconta un volere umano, la pena di una fatica già segnata in partenza dalla necessità della sconfitta. Lo ha visto benissimo Rilke che descrive Euridice «grondante di morte». La poesia aspira non a sconfiggere la morte, ma a trasformare la sua sconfitta in canto. È così anche nella vita: sappiamo nel profondo che l’ostinazione che mettiamo nel cercare di salvare dalla morte una persona cara si rivelerà vana, ma sappiamo anche che è necessaria. Non solo per noi, ma per ciò che dobbiamo tributare alla vita.

Fino a che punto ti ha influenzata Mandel’ŝtam nel farti scegliere l’inverno per rappresentare la desolazione e il lamento d’amore?

C’è una poesia di Mandel’ŝtam che si intitola “Mi lavavo di notte nel cortile”, che ho letto con la traduzione di Serena Vitale, in cui il poeta parla di una stella che «si scioglie come sale» nell’acqua gelida di una botte e rende in tal modo «più pulita la morte, più salata la sventura, più sincera e terribile la terra». La stella e il gelo terrestre: forse la stella indica la luce remota della natura, e anche della parola poetica, che si riflette nel buio gelido della sofferenza umana.

Perché la merla scompare dopo i giorni del canto? Forse la primavera che si immette in un nuovo flusso, facendo dimenticare l’inverno, vuole solo nascondere «lo stranito amore» nell’età dei colori? Tutte le scene di questo poema sui giorni della merla, sembrano contenere qualcosa di mitologico e antico, che viene da lontano e ti è rimasto nel cuore. Eppure sembra che la primavera non ti convinca molto, a differenza dell’inverno che qualche volta accoglie «la carezza di un dio».Tu comunque avverti l’insufficienza della parola, di questa parola che si ritrae e si sente sempre inadeguata ad esprimere il mistero dell’esistere. La fiamma che arde nel camino suggerisce bene la metafora della parola umana imperfetta e incognita, grazie alla tua straordinaria capacità di rendere l’impalpabile con immagini concrete e reali.

Nel testo la merla cita due versi di una canzone di Dante, «Canzone. or che sarà di me nell’altro / dolce tempo novello»: in questa poesia Dante si chiede come potrà affrontare la forza della primavera, «quando piove /Amore in terra da tutti i cieli», se in inverno, quando il freddo «ammorta» lo spirito degli uccelli, «d’amor disciolti», il suo spirito «più d’amor porta». La primavera è una stagione in cui tutto sembra avere un nuovo inizio, e in questo inizio il dolore del congedo si intreccia con l’erompere della vita. Spasmo ed ebbrezza. E quel dolore che porta in sé una forma misteriosa di piacere. «Aprile è il mese più crudele», dice Eliot. Perché «genera lillà da una terra morta, confondendo / memoria e desiderio». Non una stagione quieta, perché chiede a noi e alla natura lo sforzo di risalire dalla dead land. Ma «Il faut tenter de vivre», afferma Valéry di fronte a un cimitero sul mare. Sì, credo che la parola umana sia insufficiente a dire il mistero della natura e dell’uomo stesso. È uno dei temi del libro.

La tua pietas sceglie ad un certo punto di dispiegarsi piuttosto che verso gli uomini, verso le vite di piccoli animali in gabbia. Grilli, lucciole, farfalle, bruchi, topini, parrocchetti, attirano la tua attenzione come esempi di esseri feriti, sofferenti, privi di libertà più degli umani e si crea tra te e loro un fil rouge, un sentire comune, che rimanda leopardianamente al senso cosmico del dolore. Questo poema quotidiano che tu tessi dei piccoli animali, colmo di mancanze, di desideri, di amore e di pietà secondo te rappresenta più autenticamente la nostra esistenza?

Il cammino della civiltà umana ci ha portati a presumere di poter ignorare o sottovalutare la nostra appartenenza alla natura e, peggio ancora, di poterla dominare, ingabbiare. Eppure le leggi che regolano il mondo animale e vegetale sono le stesse che agiscono sulla nostra vita. Capirlo, accettarlo, significa stabilire con gli esseri viventi un rapporto di solidarietà, di empatia. C’è al fondo del vivere una legge di amore universale, un’aspirazione alla felicità, che si oppone alla forza distruttiva della natura. Senza ignorarla. Difficile per noi capirne le ragioni. Cerco di dirlo nelle poesie dedicate a Leopardi.

La sezione di Arianna senza filo, mi sembra quella più centrale e fondamentale del libro. Trovo che l’accostamento della poesia ad Arianna, svociate entrambe, sia più che riuscito e felice: dentro c’è Maria Clelia Cardona per intero: la sua profonda conoscenza dei classici, la sua empatia assoluta con loro, i suoi amati poeti e scrittori, da Catullo e Orazio, a Leopardi a Pound, a Dante, il suo disperato bisogno di orientarsi, non avendo più il filo del labirinto, la sua unica certezza che solo la poesia possa apprestarle una mappa. Infine la strategia vincente di conquistare con la parola poetica anche il «non dove» del web come «provvisorio asilo». Hai riscattato con la poesia anche il web, ma quale rimane in fondo al tuo pensiero la sua condanna?

Non condanno il web. È uno strumento prezioso di informazione, e ci consente di stabilire rapporti umani – individuali, sociali, economici, politici ecc. – in tempi rapidi e a costi molto contenuti. Ma non so liberarmi dalla sensazione che, per es, sui social, l’amicizia, che dovrebbe dare alla vita il gusto dell’avventura e della scoperta, stabilendo legami di insondabile forza e magica affinità fra persone in precedenza estranee, e che richiederebbe quindi strade dove passeggiare, divani e tavolate dove chiacchierare e fissarsi negli occhi, mani da stringere, guance da baciare, porte da sbattere nelle liti o nei congedi, divenga una sorta di allegra, divagata e immateriale sinecura, oppure venga utilizzata solo a scopo promozionale. Tristissimo poi l’accorrere dei followers dove c’è odore di potere, e ancora più triste nelle contrapposizioni politiche lo scatenarsi incontrollato del livore e il ricoprire di insulti osceni gli invisibili avversari. Per non dire del postare in modo poco responsabile testi di dubbia qualità da parte di scrittori improvvisati e sprovveduti. Quanto alla diffusione della cultura: può essere uno strumento prezioso di informazione rapida, ma non può sostituire il nostro rapporto silenzioso con la pagina, il postillare, il sottolineare. Anche qui: con il libro stabiliamo anche un rapporto fisico. Ma niente ci impedisce di approfondire altrove e con altri mezzi. O di annusare l’odore della carta stampata entrando nelle librerie. I classici, poi, credo che abbiano ancora molto da dirci, e che comunque siano impressi nel nostro DNA, ma credo anche che debbano essere riletti alla luce del nostro mondo, cioè ponendoli in relazione con la modernità. Del resto così è stato fatto anche in passato: il Narciso di Caravaggio è sempre il Narciso di Ovidio, ma appartiene alla cultura figurativa barocca; la Fedra di Racine è sempre la Fedra di Euripide e di Seneca, ma è rivista attraverso la lente della spiritualità secentesca. Arianna e la poesia: sì, credo che la poesia non abbia più un filo che la guidi, ma se, col venir meno di regole, divieti, prescrizioni, correnti, scuole e canoni, nascesse una condizione nuova, di maggiore libertà inventiva?   

Quali legami vedi tra le gioie e la natura, tra le cose e le gioie, visto che trasfiguri quest’ultime in oggetti? Perché il plurale del titolo (le gioie)? E che cosa sono esattamente i semi dispersi che germogliano nel campo recintato. Sono la metafora dei momenti variegati della gioia?

Un tempo, specie nel Medioevo, si attribuiva alle pietre preziose la capacità di incidere sulla vita umana provocando fortuna o sfortuna, anche in combinazione con i segni zodiacali. Ognuna di esse aveva uno o più significati rapportabili alla psiche, al carattere, al destino. Il nome “gioie” per indicare le pietre o i gioielli, sta a significare la loro bellezza e rarità, oltre che il desiderio umano di possederle e la “gioia” nel disporne. Credo comunque, al di là delle superstizioni, che il nostro legame con la natura, anche inorganica, sia molto più vasto e ricco di quanto si pensi, e la natura, come dicevo prima, vuole anche la nostra felicità.

La felicità è solo un attimo, un rush di una “transitoria infiammazione” (definizione bellissima ed esatta): tu credi più alla gioia che alla felicità? Per questo disegni nella sezione dedicata a questo tema, quasi una trama d’acqua, di fondali, di pozzi, come per uno scavo incessante che fai dentro di te. Comunque il pozzo a cui attingi sempre è la classicità.

Sì, la felicità è condizione rarissima e transitoria, ma è anche un’esperienza fra le più alte, simile forse all’ebbrezza dei mistici. Più comune, tornando a quanto dico nelle poesie dedicate a Leopardi, la “rassegnata contentezza”, che ci consente di accettare quanto la vita ci offre, traendone anche, a nostro rischio e pericolo, qualche illusoria consolazione. La voluntas di cui parla Schopenhauer, cioè il desiderio di esistere, è una forza cosmica insopprimibile.

Nella sezione intitolata “Ai bordi siedono i turisti” è molto presente la tua Roma. C’è sempre uno sguardo di sofferenza, che coglie il passato perduto e lo confronta col presente: dov’è il riscatto di Roma nella tua poesia?

Per quanto i comportamenti umani possano sfregiarla, Roma è divenuta una leggenda. Indistruttibile come tutte le leggende. E poi tanta bellezza dell’arte, tante voci di poeti, tanta storia: il passato occhieggia dalle scomposte tramature del presente. Come dicevo prima: il passato esiste in noi, nel nostro sguardo, che appartiene all’oggi.

Hai sentito la necessità di attraversare i rapporti umani, in particolare amorosi, hai colto i silenzi e i rovi che si possono intromettere tra due amanti, ne hai rappresentata l’estraneità: poi con incredibile leggerezza, (quella che solo un poeta riesce ad avere) sei passata dalle corte soste dei ricordi, al sonno, unica occasione di incontro con gli scomparsi: Che significa per te che “il caos della notte resetta ogni passato”?

C’è una qualche somiglianza fra il sogno e la poesia: nell’uno e nell’altra gli accadimenti umani si svincolano dal loro ordine spaziale e cronologico, entrano in uno spazio vuoto, in quella che Blanchot chiama la “migrazione del ricominciare infinito” in cui ci priviamo di noi stessi per accedere a un’esperienza nuova. In questa dimensione, che può ricordare il caos originario, l’incontro con gli scomparsi agirà su di noi con la forza della realtà e l’irrealtà della visione.

Il nuovo linguaggio del web (bannarmi per esempio) è da te utilizzato come metafora di situazioni irreali e virtuali:quanto e come queste parole sono entrate nel tuo stile così classico, riuscendo, per altro, ad amalgamarsi splendidamente con esso?

Per salvare il passato occorre non opporsi alla modernità.

Ed è ancora l’amore motivo dominante nella sezione “Come la goccia” dove tu hai comunque sentito l’appartenenza cosmica di ognuno di noi all’universo e ad una forza ignota. Perché non basta per compitare la vita, coniugare tutti i tempi e i modi dell’essere? Che cosa vuoi dire esattamente?

Voglio dire che, appunto, la nostra vita appartiene a una forza ignota che la mente non sa decifrare. Si direbbe che la nostra intelligenza sia in una condizione di minorità rispetto alla complessità della natura. La poesia ha espresso talvolta lo sforzo umano di capire il fondamento dell’essere in rapporto al sentire umano (Lucrezio), ma anche lo sgomento di fronte a un’entità oscura, inconoscibile, nemica (Leopardi).

Nella sezione “L’autorità dei fiori secchi” tu torni alla natura, alle cose minuscole e apparentemente senza vita, come i fiori secchi, cogliendone una loro pur nascosta bellezza, alle stagioni, in particolare alla primavera e all’estate e cerchi di coniugare il tuo tempo, che dici di aver amato: nell’amare il tuo tempo, gli hai anche perdonato le molte sue colpe? Il rametto di menta che sfiori con la lingua mentre il profumo svanisce, sembra l’immagine della vita che sfugge prima di averla interamente assaporata.

Voglio dire che la diversità che io sento nei confronti del mio tempo non esclude la mia appartenenza a esso, secondo un necessario, imprescindibile legame armonico. Lo stesso che nel concerto cui mi riferisco unisce la voce malinconica e ombrosa del violoncello con il turbine di note del pianoforte. Non rimpiango il passato, che ha avuto colpe non meno gravi delle nostre. Non credo si possano perdonare le colpe del presente.

Ultima sezione, “L’alieno”: c’è una poesia dedicata a Pasolini che è presente, a mio avviso, in quasi tutto il libro. Anche per te come per Pasolini conta solo l’amare e il conoscere, non l’aver amato, non l’aver conosciuto?

No. Anzi, sì.

Infine il Big Bang: torni a ritroso ai millenni, per te è assolutamente prioritario rifarti all’universo, ai millenni che ci avvolgono e ci travolgono. Ma non è questa la misura dell’eternità? Per lo meno è questa la misura cosmica della tua poesia.

Il conto a ritroso dei millenni chiude il libro iniziato col passaggio degli ultimi minuti del nuovo millennio.

Il nostro tempo è molto concentrato sul presente. Tenta di cancellare la memoria storica, e se pensa al futuro lo vede come un immenso formicaio. Se la Storia ci abbandona, è inevitabile interrogare la Natura.

***

Postilla

Sento di poter definire il tuo libro il poema dell’inverno, che attende di finire: un inverno del cuore, in perenne attesa della primavera, in perenne attesa di una rinascita dell’amore, in perenne ricerca di una restituzione dei colori ad un paesaggio ingrigito e raggelato, ma ancora carico di semi nascosti da cui si può rigenerare la vita.

 

OSCILLA

Et te, Bacche, vocant per carmina laeta tibique

         oscilla ex alta suspendunt mollia pinu

Virgilio, Georg. II,388-89

 

Ai rami del pino gli antichi

appendevano oscilla

simulacri del dio dell’ebbrezza

seducevano il vento inducevano

liete canzoni e sogni di volo

se pure in dondolio stanziale.

 

O era forse promessa di ulteriori

germogli? Uve d’inverno

che rischiarano il gelo e già

la mente schiude le sue gemme

ancora dalla torpida linfa

per un nuovo raccolto.

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