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Filippo Andrea Rossi intervista Ernesto Livorni

Lei scrive che nei confronti del paterno ogni rapporto è contemporaneamente agnizione e ripudio. Come si è articolato allora, lungo le sue raccolte, questo gesto di accettazione/rifiuto nei confronti dei suoi padri letterari e culturali? È stato sempre cosciente e programmatico?

Il mio atteggiamento nei confronti di padri letterari e culturali non è stato sempre cosciente e programmatico. Negli anni giovanili era piuttosto incosciente, termine con il quale intendo sottolineare sia l’eventuale mancanza di consapevolezza (quella che accompagna letture fatte disordinatamente, mettendo le mani su ogni libro di poesia che mi incuriosiva o che mi veniva suggerito), sia l’incoscienza di quell’atteggiamento che lasciava aperte tante strade, spesso anche in contraddizione l’una con l’altra, che volevo percorrere, lasciandomi la prerogativa di ripensamenti e anche di approfondimenti. Questo è senz’altro l’atteggiamento che attraversa Prospettiche illusioni. Un discorso diverso va fatto già per L’America dei Padri e, di converso, per il libro di sonetti: la mia terza raccolta presenta una serie di riferimenti ai padri letterari che è facilmente comprensibile alla lettura di molte epigrafi apposte a componimenti, che spesso fungono da vere e proprie risposte o riprese di discorsi di quei padri, ma anche alla lettura di alcuni componimenti.

La situazione cambia con Onora il Padre e la Madre, la raccolta che non a caso dà il titolo al volume che ho pubblicato nel 2015: c’è un intento che potrebbe definirsi ironico e anche per altri versi auto-ironico o forse riflessivo. In ogni caso, finito quel percorso di scrittura per la quarta raccolta, mi sembra che si sia trattato di un attraversamento per molti versi sperimentale, sebbene esso si sia svolto rifuggendo gli sperimentalismi e le avanguardie contemporanee. L’ultima fase, quella di Alibi del cuore, è ancora in corso e mi è difficile esprimermi riguardo all’eventuale accettazione o rifiuto nei confronti dei padri letterari e culturali. Tuttavia, mi pare di poter dire che la quarta raccolta Onora il Padre e la Madre rappresenta un punto di svolta riguardo a quella questione.

 

 

 

Una poesia come O Ryonen parca veggenza contenuta nella sua prima raccolta Prospettiche illusioni mi ha ricordato un modo di poetare assolutamente non europeo, quello di Hafez. Quali sono, se ci sono, le suggestioni delle letterature non europee che confluiscono nella sua ricerca poetica?

Quando ci sono suggestioni delle letterature non europee nella mia poesia, esse sono mediate dalla traduzione o in lingua italiana (o in altra lingua romanza) o in lingua inglese. Non c’è un accostamento a quelle letterature in modo diretto. È interessante l’esempio che Lei fa perché Ryonen è personaggio presente in Siddharta di Hermann Hesse, che potrebbe essere preso ad esempio di accostamento a culture non europee da parte di un europeo, con tutte le complicazioni del caso specifico. Ad ogni modo, l’esempio parla adeguatamente del mio avvicinamento alle culture non europee. Lo stesso si potrebbe dire a proposito di Ezra Pound e della letteratura cinese e giapponese da me lette anche attraverso la lente che quel poeta forniva; oppure di T. S. Eliot e della letteratura e religioni indiane (sebbene in questo caso ci siano anche altre mediazioni italiane), per restare ai poeti statunitensi maggiormente frequentati da me anche per ragioni di studio e di critica letteraria. 

«Alba tumefatta», «cancro dell’incertezza», «lume sifilitico»:  sono solo alcuni degli accostamenti che compaiono lungo tutto Prospettiche illusioni. Come si è evoluto nella sua carriera poetica il modo di trattare il registro corporale? In seguito all’approdo americano come si è confrontato con l’interesse che molti poeti e studiosi d’oltreoceano riservano al tema del body?

Il corpo è una presenza invitante e ingombrante, inevitabile e necessaria. Il corpo è in continuo disfacimento, nonostante quello che si possa pensare in giovane età (forse lo stesso accanimento nella cura maniacale del corpo da parte dei giovani è la conferma di ciò). Allo stesso tempo, del corpo non si può e non si deve fare a meno. Esso è la cassa di risonanza della voce dell’anima; senza corpo non c’è voce, non c’è nemmeno espressione (la forza della mimica è nel corpo e essa appare evidente anche nei momenti di intensa gioia o di immenso dolore, quando la voce stessa non ha modo di esprimersi adeguatamente). Forse questo rapporto tra voce e corpo è uno dei motivi conduttori che legano il volume dei sonetti e L’America dei Padri. Senz’altro è fondamentale in componimenti come quelli raccolti in Onora il Padre e la Madre (cioè, la quarta parte dell’omonimo volume pubblicato nel 2015), tra i quali i più significativi sono quelli che appunto trattano il corpo nella sua condizione di perdita della materia, da “Epitaffio” a “Il sogno della vedova”, da “Sandali” a soprattutto Carne dell’anima.

Nel libro che ti diedi è un’interessante raccolta composta di soli sonetti. Tra recuperi e rilanci, sperimentazione e neometrica, crede sia possibile oggigiorno scrivere un sonetto che non sia parodia?

Voglio credere che sia possibile scrivere sonetti che non siano parodia. Il mio intento, dopo tutto, non era affatto parodico. È anche vero che ci sono tanti sonetti nel ventesimo secolo che hanno intento parodico. Tuttavia, questo dato di fatto non mi invita a pensare che soltanto la parodia sia ormai possibile. Le forme metriche hanno un rapporto molto complesso con la materia che loro vestono e nutrono, nonché con il tempo della scrittura di quelle forme e di quella materia. Questo vale per forme metriche apparentemente semplici, ma in realtà molto complesse, come l’ottava del poema epico (non a caso spesso caratterizzato come rinascimentale, quasi a indicare che quella forma metrica e quella materia non possono uscire da quel periodo storico) e già la terzina dantesca (si sa, altri grandi poeti e ammiratori di Dante, da Shelley a T. S. Eliot, si sono cimentati nella terzina dantesca e senza alcun intento parodico, salvo arrendersi). Vale altrettanto per la canzone e per il madrigale e vale senz’altro per il sonetto che pure può vantare l’attraversamento incolume dei secoli.

L’esperienza pur personalissima de L’America dei Padri si pone su una linea che dal Pascoli di Italy arriva fino al Cecchinel di Lungo la traccia o al Vasta di Absolutely nothing. Secondo lei come sono cambiati dall’uno all’altro capo i rapporti e gli interessi che la letteratura italiana intrattiene con quella nord-americana?

A questa domanda posso rispondere in minima parte perché, non vivendo in Italia, non posso essere certo di avere una conoscenza profonda e accurata dei rapporti e degli interessi che la letteratura italiana (quindi, poeti e anche romanzieri, per non parlare di teatro e di altri generi letterari) intrattiene con quella nord-americana (il che significa prendere in considerazione almeno anche il Canada, per non dire del Messico, cosa che comporta la presa in considerazione di ben altro mondo linguistico e non soltanto tale). Azzardo l’ipotesi che, come per la generazione di Luzi e di Guidacci, di Sanguineti e di Rosselli, ci sono poeti per i quali i rapporti con la letteratura almeno statunitense sono forti e frequenti. Dopo tutto, ci sono stati e ci sono poeti italiani importanti che hanno vissuto e vivono negli Stati Uniti e cominciano ad essere frequenti poeti italiani che per ragioni esistenziali si cimentano anche nella scrittura o nella traduzione dei loro stessi testi poetici in inglese.

Onora il padre e la madre contiene diverse memorie e riprese dantesche dalle Rime e dalla Commedia. Ma Dante mi pare tornare anche come ossatura di fondo in certe riflessioni di linguistica contrastiva ed acquisizionale: come crede che l’abbia influenzata il filosofo del linguaggio del De vulgari eloquentia?

La lezione dantesca è molto forte anche ne L’America dei Padri, scritta nei primi anni di vita statunitense. Avevo lasciato l’Italia con l’intenzione di continuare a perseguire la laurea in Filosofia, dopo avere conseguita quella in Lettere moderne, perché avevo intenzione di studiare e scrivere una tesi di laurea su un argomento di filosofia del linguaggio. L’argomento a cui pensavo in quegli anni non riguardava né Dante, né il De vulgari eloquentia, ma è evidente che la riflessione sulla lingua, oltre che sul linguaggio, mi premeva molto. Dopo tutto, la scrittura dei sonetti era nata anche come esercizio stilistico in preparazione per L’America dei Padri, in una frequentazione dell’endecasillabo che si accompagnava a quella mia terza raccolta pubblicata.

Nelle ultime raccolte l’eclissi del Padre è parallela all’esplicitazione delle altre due figure correlative, quella della Madre e del Figlio. In che modo crede che lo status quaestionis della sua ricerca poetica possa entrare in rapporto con questa citazione del Nietzsche di Ecce homo: «come mio padre sono già morto, come mia madre vivo ancora e invecchio»?

La citazione dall’Ecce Homo di Nietzsche potrebbe anche meramente chiosare la mia vicenda esistenziale, ma è ovvio che essa è interessante su ben altro piano. Già l’apertura de L’America dei Padri è esplicita da questo punto di vista con le citazioni da Ungaretti e da Apollinaire, l’una che rende omaggio al Padre, l’altra che sottolinea la necessità di sbarazzarsi del Padre. Nella mia quarta raccolta, quella che non a caso dà il titolo al volume Onora il Padre e la Madre, c’è ancora una presenza ingombrante del Padre, sebbene comincino ad emergere in maniera sempre più preponderante le figure della Madre e del Figlio (che a volte quest’ultimo si presenti sotto le spoglie della Figlia cambia relativamente poco nella dinamica mitica e archetipica, sebbene lo scarto possa essere una sollecitazione che merita attenzione). Senz’altro la quinta raccolta, Alibi del cuore, che appare parzialmente nel volume pubblicato nel 2015 e che su cui sto lavorando in questi anni, rappresenta un allontanamento o forse una messa in parentesi di quella fase di ricerca poetica.

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