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Mantova. La città e il Festival, di Gabriella Paternò

Settembre a Mantova è il mese del Festivaletteratura (https://www.festivaletteratura.it/it). Cinque giorni in cui la città accoglie la presentazione di libri, incontri con scrittori, spettacoli, concerti e laboratori distribuiti tra le piazze e gli edifici storici della città. Il Festivaletteratura è nato 21 anni fa dall’idea di un gruppo di privati che, sull’esempio dei festival del nord Europa, decisero di riproporne l’esempio nella propria città, ed è stato uno dei primi appuntamenti di una tradizione che ormai da decenni ha preso piede in Italia e vede altre città organizzare rassegne come il Festival della Filosofia di Modena, il Festival della Mente di Sarzana, Pordenonelegge.

Cosa accomuna queste rassegne? C’è l’idea di una comunità di lettori che entra a stretto contatto ed interagisce con la cultura e i suoi produttori; e c’è una città che accoglie questi lettori e riorganizza i suoi spazi per ospitare gli eventi culturali in programma.

A Mantova il connubio tra la città e i lettori raggiunge degli esiti felici. Complici forse le piccole dimensioni, complice la magnificenza dei luoghi che ospitano gli eventi, ma, da quando vivo a Mantova, sono sempre più persuasa che la città durante i giorni del festival diventi davvero una capitale della cultura, non per via di un’etichetta pubblicitaria, ma proprio perché i visitatori giungono con l’idea di poterne godere in ogni attimo del loro soggiorno, appagando i propri interessi e scoprendone di nuovi. C’è chi è interessato alla poesia, chi ai temi ambientali, chi non perde gli eventi con gli intellettuali più in vista, c’è il flaneur chi viene lì per girare a zonzo e fermarsi davanti ad un evento gratuito e chi gira per la città con un interminabile carnet di biglietti e spera in una miracolosa e improvvisa ubiquità che gli permetta di assistere a tutti gli eventi prenotati. Ma nella varietà di interessi, c’è qualcosa che accomuna i visitatori, un filo invisibile che, come nella calviniana città di Raissa, allaccia un lettore ad un altro, e permette di riconoscersi come parte di una comunità che aspira ad comprendere il mondo, ad interpretarlo e ad operare nuove trasformazioni. Si può allora parlare di un’identità dei visitatori del festival, di lettori che hanno fiducia nel ruolo della cultura nella crescita degli uomini, un’identità che è stata costruita negli anni e che accomuna i visitatori consueti, ma che credo riesca a coinvolgere anche chi giunge per la prima volta. Un’identità che trova il proprio spazio nella città del festival.

I visitatori che arrivano a Mantova si sentono parte della città che li ospita. Mantova diventa la loro città. I luoghi vengono ridisegnati, Piazza Mantegna diventa la piazza delle lavagne, lezioni tenute all’aperto su argomenti vari, piazza Sordello si trasforma nella Tenda Sordello che attende i visitatori per i trenta minuti degli incontri della sezione Accenti, i portici di palazzo ducale ospitano le bancarelle meta degli amanti dei libri fuori catalogo o di vecchie e pregiate edizioni. Ogni luogo, da quelli ufficiali agli spazi meno formali, assume nuove caratteristiche e nuove funzioni. Si creano dei rituali che accompagnano la vita del festival: la passeggiata in centro con la speranza di incrociare lo scrittore preferito, ritrovato magari anche come spettatore ad un evento o come vicino di colazione o aperitivo nei bar del centro.

Sentirsi parte della comunità del festival definisce anche i comportamenti, rispettosi di un galateo e di forme di cortesia attesi e condivisi, dall’attenzione data al rispetto della fila mentre si attende l’ingresso ad un evento o la firma dell’autore sul libro acquistato alla generosità di un uomo che ti regala un biglietto per farti assistere a un evento a cui non riuscirà a partecipare perché già in corsa per raggiungerne un altro (o forse questa generosità è il frutto dell’immaginazione che l’improvvisato destinatario del dono si ostina a pensare).

L’idea di identità si nutre non solo di luoghi e comportamenti condivisi, ma anche di tempo. Ed eccoli i visitatori del festival che coltivano una memoria delle edizioni passate, li senti parlare degli eventi degli anni precedenti, di autori conosciuti per la prima volta e di quelli che ha ritrovato nelle edizioni successive. Una memoria che sapientemente viene già custodita dagli organizzatori che negli anni hanno messo in piedi un archivio delle varie edizioni, mettendolo a disposizione dei visitatori per far rivivere gli eventi e l’atmosfera, e far sì che il patrimonio raccolto negli anni possa superare i confini di Mantova e dei giorni del Festival ed essere utilizzato per nuovi scambi e nuovi progetti culturali. Guardano al futuro il festival e la sua comunità. Lo fanno anche attraverso i volontari, giovani provenienti da tutta Italia che, indossata una maglietta blu, contribuiscono attivamente, in base ai propri interessi e alle proprie esperienze, affinché l’organizzazione del festival proceda senza problemi, e che nel frattempo ascoltano, leggono, dialogano. Alla fine della rassegna tornano nelle città di provenienza portandosi dietro nuovi modi di vedere il mondo.

Nelle Città Invisibili, Marco Polo dice a Kublai Khan “Forse questo giardino esiste all’ombra delle nostre palpebre abbassate”. La comunità del festival forse esiste solo all’ombra di Mantova e di quei cinque giorni di settembre, ma fa bene pensare che possa davvero far tesoro di ciò che ha vissuto per nuove riflessioni e nuovi scambi. Così come fa bene pensare che quel biglietto regalato sia il frutto della gentilezza di uno sconosciuto felice di averti dato l’occasione di imparare qualcosa in più sul mondo.

 

 

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