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A proposito di “Filologia cognitiva”. Silvia Argurio dialoga con Paolo Canettieri

Paolo Canettieri è professore ordinario di Filologia romanza presso l’Università di Roma «La Sapienza». Dirige la rivista online “Cognitive philology” (https://ojs.uniroma1.it/index.php/cogphil/).

 Che cosa si intende per filologia cognitiva? Qual è il suo ambito di interesse?

Con filologia cognitiva si intende lo studio specifico del funzionamento della mente sia nel momento in cui si compone un testo, lo riproduce, lo si copia, sia quando il testo viene recepito, ad esempio durante la lettura o l’ascolto. Quest’ultimo aspetto rientra nel quadro della teoria della ricezione e comporta l’intersezione della filologia cognitiva con la teoria e l’estetica della ricezione propria della Scuola di Costanza. Lo scopo della filologia cognitiva è quindi quello di capire come funziona la mente nel momento in cui elabora o recepisce dei testi. Tipicamente i filologi lavorano sulla tradizione manoscritta. Sin dagli studi di Giorgio Pasquali, ma probabilmente si potrebbe risalire più indietro, ci si è occupati di come si sono generati determinati errori e varianti, mettendo in connessione la loro genesi con gli studi affini portati avanti dai linguisti (penso soprattutto al grande Rudolf Meringer) e dagli psicologi (come Karl Mayer) che si sono interessati, ad esempio, alla nascita dei lapsus.

Sembra che la filologia cognitiva si intrecci con altre discipline. Che cosa fa la differenza nel suo approccio? In cosa consiste il metodo di lavoro del filologo cognitivo?

Mentre alcune discipline affrontano il fenomeno della produzione e ricezione dei testi da un punto di vista esclusivamente intraletterario (è il caso della stilistica, degli studi dei genetisti), l’approccio cognitivo apre un larghissimo settore di incrocio con le neuroscienze poiché studia la manifestazione letteraria come applicazione dei processi già indagati per via sperimentale dagli psicologi.

Fin dalla fine dell’Ottocento si è lavorato intorno al fenomeno della produzione di un testo e sono stati elaborati numerosi studi che si sono interessati, ad esempio, delle motivazioni che spingono un autore a preferire una parola anziché un’altra, oppure alla capacità memorativa di un vocabolo. A questo proposito va detto che disponiamo di cospicue ricerche degli psicologi, spesso trascurate dai filologi, volte a comprendere le ragioni di una preferenza, la conformazione differente che esiste tra cervelli di soggetti distinti nel momento dell’elaborazione di un testo o di un prodotto artistico. Si tratta di differenze abissali: basti pensare, per citare un caso noto e lampante, alla radicale diversità tra il modo di composizione di Beethoven (che tornava sul proprio lavoro con interventi continui) e quello di Mozart (nei cui spartiti non compaiono mai correzioni di rilievo) testimoniati dagli scartafacci. Proprio per lo studio degli scartafacci la filologia cognitiva si connette anche alla stilistica: gli scartafacci, testimoniando le varie fasi di elaborazione e scrittura, sono estremamente importanti per comprendere come mai determinati lemmi, parole, sintagmi, siano preferiti ad altri.

Gli psicologi lo sanno bene, non esiste un approccio univoco alla produzione del testo o dell’opera artistica, ne esistono tanti, che variano da mente a mente ed è necessario studiarli singolarmente. Nel mio saggio Il testo e la mente, pubblicato sulla rivista «Critica del testo», ho spiegato come l’ambizione del filologo cognitivo non sia tanto quella di applicare dei principi già noti agli psicologi, quanto quella di fornire loro del materiale: grazie alla filologia è possibile disporre di casi di studio a partire da fenomeni osservabili nel passato e a partire da testi in cui si può osservare una determinata evoluzione. In questa direzione si sono sviluppati molti degli esperimenti che abbiamo condotto.

Come si comporta la filologia cognitiva rispetto alla questione della produzione di un testo? Quali modalità di indagine vanno adottate, e come si può collaborare con psicologi e neuroscienziati?

Nell’ambito della produzione dei testi la filologia cognitiva si muove su un duplice binario, dedicandosi allo studio della scrittura e della produzione orale. Come si scrive un testo? Che cosa avviene nella mente di colui che lo sta elaborando e componendo materialmente? Si tratta di quesiti che ricollegano la filologia cognitiva agli studi dei cosiddetti genetisti, che si sono occupati del processo evolutivo sotteso alla strutturazione finale di un testo. Ma è fondamentale ricordare che le modalità di indagine sono molteplici e variano da autore ad autore.

Per la ricerca dello psicologo è utile conoscere il modo di produzione delle varianti, e una delle basi dell’approccio filologico consiste proprio nella loro classificazione. A partire da un determinato testo ci si chiede come si arrivi alla variazione testuale: esistono microvarianti, che incidono sulla forma, sulla fonetica; altre invece sono definite macrovarianti e tendono a scombussolare completamente lo stadio iniziale di un testo. Ciò che possiamo fare, e che abbiamo più volte suggerito a psicologi e neuroscienziati, è approfondire lo studio di questo fenomeno di pulsione a variare un testo scritto da noi o da altri: una spinta interiore alla mutazione proteiforme rivolta sia ai testi propri sia a quelli di altri, e applicata tanto alla produzione scritta che orale. Facciamo un esempio: l’autore si rilegge un giorno, un mese, un anno dopo, e trova sempre qualcosa da cambiare rispetto a quanto aveva scritto in origine. Anche ciò che abbiamo scritto di nostro pugno sembra essere recepito come qualcosa di altro, quasi di estraneo (Petrarca rese magistralmente questo sentimento di alterità rispetto a noi stessi con il magnifico verso introduttivo del Canzoniere, “quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono”). Questo dato è stato molto valorizzato dagli psicologi, tanto da spingerli a condurre esperimenti sui processi interiori di rammemorazione e rievocazione di un testo o di un concetto.

Il problema del ricordo a distanza di tempo di un testo, una poesia, un romanzo che sia scritto da noi o imparato a memoria, è peculiare della filologia cognitiva, proprio perché essa si occupa della tradizione: la memoria dell’oggetto testuale è plastica, cioè evolve, e quindi viene a sussistere una differenza fra l’oggetto che è stato fissato con la scrittura e l’oggetto che invece si ricostruisce mnemonicamente. Tale scarto rappresenta un proficuo ambito di indagine sia per i filologi che gli psicologi.

Se la memoria dell’oggetto testuale è plastica, e dunque mutevole, determinate caratteristiche come rime, ripetizioni o assonanze possono aiutarci a fissarne il ricordo?

Si tratta dell’aspetto della filologia cognitiva di cui mi occupo in maniera più dettagliata. Nei miei studi cerco di capire come la rima, il metro e la musica, siano serviti quali supporti mnemonici nel momento in cui la scrittura era solo uno dei tanti supporti.

Sin dall’inizio mi sono chiesto in che modo la trattatistica, di cui mi sono sempre interessato, potesse interagire con la letteratura. Mi sono reso conto che, ad esempio, il Libro dei giochi di Alfonso X poteva essere utile come chiave per comprendere alcune poesie di Arnaut Daniel. Ma studiando la trattatistica constatavo anche che nel medioevo moltissimi trattati pratici, oltre ad avere una versione in prosa ne avevano anche una in versi. Poiché in quei casi bisognava escludere categoricamente che l’intenzione di quel versificare fosse di ordine estetico, mi sono chiesto perché questi testi venissero messi in versi. Sono andato a ricercare i casi espliciti in cui l’autore spiegava il perché di tale operazione: generalmente la finalità era di favorire la memorizzazione della materia. La trasposizione lirica serviva per i “laici”, ovvero coloro che in linea di massima non sapevano leggere e scrivere, non avevano accesso alla scrittura. Paradossalmente, in quei casi, la poesia, il verso, serviva per la memorizzazione da parte di chi era meno colto non era un accessorio della cultura, ma era piuttosto un portato dell’analfabetismo delle classi dominanti.

A partire da questa constatazione, ho deciso di condurre degli esperimenti (molti dei quali hanno avuto luogo nella Facoltà di Lettere e in quella di Psicologia della Sapienza): sono stati sviluppati dei programmi di collaborazione con istituzioni scolastiche, soprattutto nella Regione Molise, per le quali sono stati messi in versi testi di chimica, fisica, storia, per testare l’efficacia del metodo nei bambini. Questo sistema, che funziona molto bene anche oggi, sviluppa la memoria a lungo termine. Tuttavia, una delle caratteristiche delle menti umane è che sono tutte diverse le une dalle altre, sebbene reagiscano tutte molto bene ad ogni forma di esercizio. Quindi se la mente è esercitata alla memorizzazione di brani poetici, in quel caso il sussidio della versione rimata è estremamente proficuo. Nell’ambito degli esperimenti che abbiamo condotto è stato chiesto agli studenti quante poesie ricordassero a memoria, invitandoli poi a porre la stessa domanda ai genitori e ai nonni. Si è riscontrata una decrescita vertiginosa delle poesie imparate a memoria, ovviamente perché l’istituzione scolastica ha fatto altre scelte. In pedagogia e in didattica non esiste un metodo universale, perché ogni soggetto è diverso. Ciò non significa che questo o quel sistema siano sbagliati. Sicuramente la memorizzazione mediante i versi è un meccanismo che funziona meglio con alcuni soggetti e meno con altri, ma si può affermare che complessivamente funzioni. Perciò io non rinuncerei assolutamente all’apprendimento mnemonico, che costituisce un esercizio e aiuta molto a sviluppare alcune capacità cognitive.

Per la memorizzazione quanto è importante la presenza della musica a sostegno di un testo?

La musica rappresenta un caso a parte: tanto per fare un esempio, gli stessi soggetti a cui abbiamo chiesto quante poesie conoscessero a memoria hanno dato prova di ricordare un numero ben più elevato di canzoni italiane o inglesi. La melodia è un sistema che andrebbe veramente valorizzato al massimo in un sistema mnemonico. Ma anche la rima, l’allitterazione e altri fenomeni retorici simili agiscono sull’inconscio e sulle emozioni, sono lateralizzati soprattutto a destra. Il dato certo è che il gradimento di qualcosa è di grande importanza ai fini della memorizzazione, l’aspetto estetico e l’aspetto funzionale non andrebbero mai trattati separatamente, ma dovrebbero essere in connessione l’uno con l’altro.

Avete dimostrato l’importanza del gradimento di un testo ai fini della sua ricezione e memorizzazione, ma esiste anche una correlazione tra conoscenza e preferenza. Può descrivere alcuni degli esperimenti che vi hanno condotto a questa conclusione?

Per ciò che riguarda l’ambito della ricezione abbiamo messo a punto diversi esperimenti neuroscientifici coadiuvati dall’uso di una strumentazione sofisticata. Da un lato, ad esempio, ci si è preoccupati di individuare il movimento degli occhi durante la lettura, di studiare la lunghezza di una pericope. Nel momento in cui copiamo qual è la lunghezza della porzione di testo che memorizziamo prima di cominciare a copiarla? Si tratta di una riflessione molto importante, e utile al metodo filologico più classico, che può aiutarci a capire il sistema di copiatura adottato da un copista medievale.

Dall’altro lato abbiamo applicato alcune modalità di approccio neuroestetico alla lettura e all’analisi di soggetti che ascoltavano o leggevano dei brani della Divina Commedia, e abbiamo tentato di individuare l’indice di gradimento e in che cosa esso consistesse. Ad esempio, possiamo affermare che generalmente l’Inferno è preferito al Purgatorio o al Paradiso, e che comunque il gradimento aumenta con la conoscenza: gli studenti di Lettere reagiscono agli stimoli mostrando maggiore gradimento di quelli di Ingegneria. Gli strumenti di cui ci siamo serviti con il collega di medicina Fabio Babiloni sono estremamente sofisticati: registrano il battito cardiaco, l’elettroencefalogramma, le variazioni impalpabili nella sudorazione delle mani. Si tenga presente che questi sistemi vengono utilizzati anche come macchine della verità: non si inganna, se una cosa ci piace, ci piace davvero. Gli esperimenti sono stati fatti suddividendo i fruitori in due categorie: competenti e non competenti, a seconda del loro livello di conoscenza dell’opera. Il risultato più interessante è stato che nei soggetti competenti si riscontrava una reazione emotiva più intensa, indicando con ciò che la conoscenza porta preferenza. È un dato interessantissimo: se vogliamo apprezzare Dante e capirlo emotivamente lo dobbiamo conoscere e studiare.

Quali sono le prospettive future per gli studi di filologia cognitiva?

Si può dire che con gli esperimenti siamo solo agli inizi. Abbiamo inaugurato una nuova frontiera, poiché finalmente abbiamo trovato materiale, un laboratorio, colleghi e collaboratori mossi da un interesse reale. Da questo punto di vista è fondamentale poter operare in un ateneo grande come “La Sapienza”. I colleghi delle altre Facoltà con cui stiamo lavorando hanno compreso che il fatto letterario può essere funzionalizzato e utilizzato anche ad altri livelli oltre a quello degli studi di letteratura, e di conseguenza hanno impiegato nel progetto energie e fondi. Tutte le domande di ricerca che abbiamo proposto, sia in Sapienza sia all’estero, hanno avuto un ottimo esito, perciò abbiamo intenzione di procedere e di ampliare il campione ad altri ambiti della prosa e della poesia. Vorremmo coinvolgere attori, guardare anche al teatro e al cinema.

La disciplina continuerà a chiamarsi “filologia cognitiva” oppure, visti la sua evoluzione e i numerosi contatti con altre scienze, si avverte la necessità di un rinnovamento del nome?

Recentemente è stato suggerito di sostituire la definizione di filologia cognitiva con quella di “neurofilologia”: ammetto che non mi convince molto e che ormai sono affezionato all’etichetta che abbiamo coniato inizialmente: utilizzai per la prima volta questo termine in una recensione a Cesare Segre nel 1999, e anche se i paradigmi cognitivisti stanno per essere superati da quelli neuroscientifici non credo che cambieremo né il nome della rivista (“Cognitive Philology”) né quello della disciplina. Del resto quello delle Scienze Cognitive è un ambito di studi che si è largamente affermato, ed è in corso di affermazione, anche in altri settori scientifici (pensi alla Linguistica cognitiva, all’Economia cognitiva, all’Archeologia cognitiva…). Sicuramente la Filologia è una disciplina che caratterizza molto l’Italia e ne costituisce una importante specificità e, come si dice oggi, un’eccellenza mondiale. Infatti siamo una delle poche nazioni in cui la filologia fiorisce e prospera, quindi è normale che la filologia cognitiva, in quanto tale, possa trovare qui da noi riscontri e sviluppi significativi.

Può dirci qualcosa sulla situazione degli studi di filologia cognitiva sia all’estero che in Italia?

Nei paesi anglosassoni l’approccio cognitivo è molto più sviluppato che in Italia, perché ha preso piede prima, soprattutto con la Poetica cognitiva di Reuven Tsur, invece l’approccio cognitivista alla filologia è scarso per il semplice motivo che lì è la filologia ad essere indietro. Il dialogo allora non è facilissimo: se da un lato abbiamo ottimi rapporti con coloro che si applicano agli studi di linguistica cognitiva, è molto più difficile far passare il paradigma della filologia cognitiva presso i filologi, sia in Italia sia all’estero. Tuttavia nelle nostre università in tanti, anche coloro che si occupavano di filologia tradizionale e di studio dei manoscritti, si stanno lentamente avvicinando ad un approccio di tipo neuroscientifico e questo non può che farci piacere proprio perché ci dedichiamo a questa disciplina dalla fine del secolo scorso.

Paradossalmente, quando noi abbiamo cominciato, l’auctoritas suprema per questo genere di approccio era Giorgio Pasquali, un filologo classico per eccellenza: eppure tale metodo sembrava strano, forse per il nome che non era noto (il cognitivismo in generale sembrava essere poco conosciuto). Io cercai di spiegare che non facevo altro che applicare gli insegnamenti di uno dei miei maestri, Aurelio Roncaglia, il quale esortava sempre a capire il funzionamento della mente del copista nel momento della copiatura. Ma se tutto ciò era normale per Roncaglia, che era stato allievo di Pasquali a sua volta formatosi in Germania dove l’approccio psicologico era parte integrante della materia, viceversa per una parte della filologia italiana sembrava una pratica vagamente eterodossa. Finalmente, con grande soddisfazione, vedo convertirsi studiosi lontanissimi da questo tipo di approccio, perché il tempo credo abbia mostrato la bontà e anche la serietà di determinati paradigmi.

La filologia cognitiva svela ulteriormente al mondo l’utilità del filologo: non un individuo chiuso in una torre d’avorio, ma uno studioso in grado di contribuire alla crescita della componente umana dello scrivere, dell’elaborare, del comporre, del leggere. In sintesi, quello che auspichiamo per la facoltà di Lettere, per i nostri studi, è una visione umanistica in senso ampio, laddove per umanisti intendiamo coloro che hanno una competenza larga e soprattutto la curiosità di capire, fin dove possibile, i meccanismi e le sfumature che caratterizzano la complessità del nostro sapere, del nostro sentire.

paolo.canettieri@uniroma1.it

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