In primo piano · L’Italiano fuori d’Italia

Martina Cicogna intervista Philippe Guérin

Philippe Guérin è Professore ordinario al dipartimento d’italianistica dell’Università Sorbonne Nouvelle – Paris 3. Dopo un decennio trascorso nelle scuole superiori, è diventato docente universitario. Ha lavorato a lungo sull’età dell’Umanesimo (tra gli autori studiati, al primo posto, Leon Battista Alberti) e sul dialogo rinascimentale (ha anche curato sull’argomento due volumi collettivi). Da dieci anni, si occupa quasi esclusivamente di letteratura medievale. Oltre a numerosi contributi su Boccaccio, Petrarca, ecc., ha organizzato diversi incontri, di cui sono stati pubblicati gli atti (Mourir d’aimer et autre ruptures. Les deux Guidi, Guinizzelli et Cavalcanti, Presses Sorbonne Nouvelle 2016 ; Boccaccio e la Francia, Cesati 2017 ; Aimer ou ne pas aimer. Boccace, Elegia di madonna Fiammetta et Corbaccio, Presses Sorbonne Nouvelle 2018). Innamorato dell’Italia, la perlustra tutta (geografia, arte, letteratura) da più di quattro decenni; i suoi forti tropismi, quello meridionale come quello tosco-umbro, non gli impediscono di amarla in toto.

Da quanto tempo esiste il corso di studi di Italianistica all’Université Sorbonne Nouvelle-Paris 3? Puoi spiegarci in grandi linee come si articola il percorso di studi e com’è cambiato nel tempo?

Mi pare interessante precisare innanzitutto il panorama istituzionale in Francia, perché credo che l’insegnamento dell’Italianistica a Paris 3 non sia un problema scindibile dall’insegnamento dell’italiano a Parigi. Fino al ’68 c’era un’unica università parigina; il ’68 ha condotto a una riforma importantissima dell’insegnamento universitario in Francia, sfociata nella legge dell’allora ministro Edgar Faure, la quale ha portato nel ’69 alla creazione delle sette università parigine autonome intra-muros. L’insegnamento dell’italiano è rimasto a quella che era la Sorbona storica, diventata Paris 4, ma è stato affidato anche a un’altra università, Paris 3 – Sorbonne Nouvelle, dove viene ora insegnato nel “Département d’Etudes Italiennes et Roumaines”.

Bisogna sempre tener presente che in Francia i Dipartimenti di Formazione non hanno nella sfera delle loro competenze la Ricerca, che viene condotta in unità specifiche; esistono due tipi, grossomodo, di organizzazione in campo scientifico: quello prevalente per l’università è rappresentato dalle cosiddette Equipes d’Accueil, che hanno rapporti con i dipartimenti tramite gli insegnanti che vengono assegnati sia a un dipartimento di didattica che a un’équipe. Le Equipes d’Accueil tendono ad essere quasi ovunque interdisciplinari, una peculiarità questa rispetto all’organizzazione dell’università italiana; raggruppando gli italianisti e parte degli ispanisti e dei portoghesisti, l’Equipe d’Accueil di Paris 3 (LECEMO) rappresenta un unicum per una sua particolarità: è strutturata internamente in centri, i quali sono definiti in base ai grandi periodi della cronologia storico-letteraria. Io per esempio mi occupo del centro di medievistica (CERLIM, Centre d’Etudes et de Recherche sur la Littérature Italienne du Moyen Âge), poi c’è il centro di rinascentistica (CIRRI) e due centri tra modernisti e contemporaneisti che si occupano delle epoche più vicine a noi.

Senza pretendere che possa essere un modello per tutta la ricerca, è importante per noi che una simile peculiarità non si perda, che nella nostra università rimanga un centro di questo tipo, in grado di raggruppare tutti gli studiosi di cultura medievale, compresi quelli che sono in provincia e spesso partecipano attivamente ai lavori del centro. L’equipe di Paris 4 non è strutturata in centri a sé, con una certa autonomia, anche finanziaria, ma funziona in maniera molto più transecolare.

Anche noi teniamo molto ai momenti di dialogo tra “centri” all’interno dell’equipe, e lo facciamo puntualmente, per uscire dalle orme delle nostre preoccupazioni quotidiane, su oggetti transdisciplinari, e anche per vedere cosa fanno gli altri e stabilire contatti umani, dal momento che la ricerca si nutre anche di umanità e di contatti; però svolgiamo principalmente una ricerca più specialistica.

Io sono a Paris 3 da otto anni, ma sono stato vent’anni a Rennes, dove il dipartimento di Italianistica funziona bene; ma per la ricerca abbiamo deciso, una quindicina di anni fa, di costituire un gruppo di romanistica all’interno di un’ equipe di letteratura più ampia, poiché era impossibile, in quei pochi che eravamo, portare avanti programmi di lavoro autonomi: così ci siamo raggruppati con medievisti e rinascentisti di francesistica in un primo tempo, poi hanno seguito gli ispanisti, con ottimi risultati.

Tornando al quadro istituzionale, e rispondendo più puntualmente alla domanda iniziale, l’Italianistica esiste a Paris 3 dal ‘69, ma a Parigi dal 1908 con la prima cattedra occupata da Henri Hauvette; fu lo stesso Hauvette a creare, cinque anni prima, la prima cattedra di Italianistica in Francia, a Grenoble nel 1903. La regione di Grenoble fu infatti pioneristica per l’insegnamento dell’italiano nella scuola secondaria, e tuttora persiste un bellissimo fondo bibliotecario ricco di risorse uniche, talvolta irrintracciabili perfino alla BnF.

E qui tocchiamo un altro punto fondamentale della questione, perché la presenza dell’italiano all’università è legata alla presenza dello stesso insegnamento nelle scuole secondarie; le sorti dell’Italianistica francese sono dunque strettamente legate al movimento che ha condotto nell’ ’800 all’inserimento delle lingue moderne nei programmi scolastici, con grandi lotte fra professori di latino e greco e delle lingue “barbare”. È stato l’inizio, che in seguito ha portato alla creazione di cattedre.

Parlando di cattedre, dobbiamo introdurre a questo punto nel quadro quella che è una vera e propria istituzione un “luogo di memoria”, ovvero il concorso a cattedra dell’ Agrégation, istituito per il reclutamento degli insegnanti delle scuole superiori. È venuto dopo il Capes, il primo concorso annuale ad essere stato istituito, per le scuole medie e superiori. L’Agrégation di italiano nasce nel 1900, precisamente. Rimane oggi un titolo che gode di un certo prestigio, anche se l’immagine dell’insegnante delle scuole superiori si è degradata negli ultimi decenni; ma “agrégé” risuona ancora in modo particolare, è un capitale simbolico, oltre che uno sbocco professionale (il titolare dell’Agrégation diventa infatti funzionario di stato). Per l’Agrégation vi sono pochissimi posti a livello nazionale: una decina, otto quest’anno, negli anni fasti erano quattordici. Oggi vi partecipano sempre più italiani, titolari magari di un dottorato, il quale non è comunque un requisito per il concorso. Un dato, questo, sintomo di una crisi: del sistema francese da un lato, non più in grado di fornire studenti universitari o attrarre all’università studenti che vedono nell’italiano la possibilità di uno sbocco professionale, dall’altro sicuramente di una crisi italiana che tocca tutti i livelli, e che fa sì che molti italiani vengano in Francia, e non solo a Parigi, da percorsi diversissimi.

Si dice spesso che lo studio di una lingua prevede l’immersione globale in quella che si definisce sinteticamente “civiltà” (arte, politica, fenomeni sociologici etc). Come si posiziona il vostro insegnamento nei confronti di questa esigenza? Che tipo di immaginario evoca l’italiano come lingua straniera?

La cultura italiana continua ad essere proposta attraverso gli autori. Tornando al concorso, L’Agrégation di italiano rimane molto “letteraria” a differenza di quanto avvenuto con altre lingue, ad esempio l’inglese e lo spagnolo, che hanno introdotto molto prima nei programmi dei temi di civiltà. Ci sono ogni anno quattro domande all’Agrégation: una di medievistica, una sul Rinascimento e sulla prima età moderna, una propriamente moderna e una di cultura contemporanea. In genere, non è una regola ma una statistica che tende ad essere significativa, una question su quattro si definisce di civiltà. Qualche esempio: per la medievistica una “question” proposta diverse volte è quella sul francescanesimo, spesso formulata così: “San Francesco e il francescanesimo nella società, la letteratura e le arti tra ‘200 e ‘300.” Per il Rinascimento ricordo, una ventina di anni fa: “L’azione politica e culturale di Lorenzo il Magnifico”, ma finiva col vertere soprattutto sugli scritti letterari di Lorenzo, Poliziano e Pulci. La question moderna ad esempio quest’anno è: “Verdi: opera e politica”. Qualche anno fa per la “question” contemporanea il titolo era “Gli scrittori della grande guerra”. Tornando a oggi, per la sessione 2018, c’erano due “questions” prettamente letterarie: per il Medioevo “Boccaccio, Elegia di Madonna Fiammetta e Corbaccio” e Malaparte; e poi due “questions” più di civiltà, quella su Leonardo (“Leonardo: scritti letterari e artistici”) e quella già citata su Verdi. L’anno venturo rimangono Boccaccio e Verdi, mentre per il Rinascimento ridiventa prettamente letteraria col Morgante di Pulci, e per la contemporanea si introduce Gramsci.

Il concorso può dare un’idea di quali possano essere gli indirizzi della ricerca in Francia, perché chi propone le domande in qualche modo cerca di collegarle con i propri interessi di ricerca. In questo senso è un concorso molto “strutturante” a monte, continua a determinare in parte i grandi orientamenti didattici delle nostre lauree. Senz’altro gli anni ‘90 hanno sconvolto il quadro, in quanto l’università si è aperta a masse di studenti che prima non vi arrivavano, e ogni università si è chiesta come diversificare gli insegnamenti. Il frequente calo delle iscrizioni in primo anno ha avuto conseguenze abbastanza gravi come la chiusura di molti dipartimenti di Italianistica e il loro dissolvimento in mega-dipartimenti, per esempio di mediazione interculturale, in cui l’italiano occupa uno spazio ridotto.

Invece a Rennes, realtà che come ho già detto conosco bene, che è poi paradossalmente il polo più lontano in Francia dall’Italia, il dipartimento in quanto tale non è scomparso proprio perché i colleghi hanno tenuto duro sulla questione dei concorsi, pur avendo diversificato l’offerta formativa. Altrove, la situazione è spesso drammatica.

Tornando alla situazione parigina, quando c’è stata la creazione di due università distinte, è avvenuta su una base anche ideologica, che si è protratta nelle rappresentazioni collettive fino a tempi recenti: c’era un’università di destra, conservatrice, che era la vecchia Sorbona, e un’università di sinistra, innovativa, che era Paris 3, la Nuova Sorbona. Le conseguenze sono state di varia natura; non sto a illustrare quelle negative che questa pseudo-conflittualità ha creato, ma tra le positive vi è stata  la presa in conto prima, a Paris 3, delle necessità di apertura degli orizzonti, degli interessi. L’università si è distinta per la presenza di un forte dipartimento dedicato alle cosiddette “Arti dello spettacolo”, e, nel nostro dipartimento, la presenza di docenti e quindi di insegnamenti che vertevano e vertono tuttora su campi della cultura italiana come le arti visive (questo indirizzo è stato portato dai colleghi rinascimentisti), il cinema, il teatro, e anche l’opera lirica. C’è a Paris 3 uno dei maggiori esperti attuali di Verdi, che divide il suo tempo fra il dipartimento di Italianistica e quello di arti dello spettacolo. Un’offerta formativa di questo tipo si trova ora in molte università, anche in provincia, ma con un taglio decisamente meno specializzato e meno legato ai centri di ricerca che portano avanti questi interessi.

Resiste però la corrente letteraria, nonostante la ricerca di equilibri tra i vari interessi e orizzonti.

Per questo teniamo all’Agrégation, perché sappiamo quanto sia strutturante; oggi che attiriamo tanti giovani italiani, spesso dottori, per lo più brillanti e simpatici, che saranno degli ottimi insegnanti di liceo, dobbiamo stare attenti a quello che già un po’ è avvenuto per il Capes, cioè che non “italianizzino” troppo la materia, perché è inutile fare della Francia una succursale dell’Italianistica italiana.

Come arriva in Francia l’Italia contemporanea? Chi decide oggi di studiare l’italiano lo fa in maniera nostalgica, per il fascino del suo passato?

Direi decisamente di no. Nelle scuole superiori il taglio dell’insegnamento è tematico, non si studiano in quanto tali la storia letteraria, la storia, la storia dell’arte, ma intorno a una questione che si ritiene debba interessare gli scolari, si spazierà da S. Francesco a Giorgio Armani.

Poi i giovani non guardano neanche più la televisione, per cui quello che credo di sapere (ed era già così al tempo in cui insegnavo alle scuole superiori), è che scoprono a scuola una lingua che gli piace. Poi magari fanno uno scambio scolastico, un viaggio con i genitori, stringono amicizie. Questa rimane una delle principali motivazioni. E dunque spesso chi si iscrive all’università lo fa su una specie di malinteso, credendo di poter continuare a studiare l’italiano come già studiato a scuola, vale a dire per progredire in lingua, essere sempre più a proprio agio nel comunicare con gli amici, in discoteca, in spiaggia. L’idea che hanno del passato è molto vaga. Dante e Leonardo sono dei “significanti”, che risuonano certo in una maniera particolare, ma senza un contenuto ben preciso. Magari gli studenti sanno qualcosa della Gioconda, vagamente della Commedia, forse qualche loro professore di liceo ha fatto leggere una versione ammodernata del V canto dell’Inferno, ma se chiedi a un ragazzo che sta per iscriversi al dipartimento di Italianistica di Ariosto o Tasso, è molto probabile che neanche il nome gli dica qualcosa.

Noi al primo anno accogliamo sí e no una cinquantina di studenti, ma nella maggior parte delle università parigine sono di meno gli iscritti. C’è una situazione generale di calo di interesse per gli studi letterari, è un fenomeno generale

Per quanto riguarda la sfera propriamente linguistica, quanto è percepito e studiato il regionalismo, elemento distintivo del nostro paese rispetto ad altri (la Francia, ad esempio)?

Intanto come prima cosa, teniamo presente che gli insegnamenti di linguistica italiana propriamente detta esistono solo in due università: Paris 3 e Aix-en-Provence, ed è ovvio che laddove ci sono specialisti, linguisti nel senso stretto della parola, si danno rudimenti di dialettologia, si sensibilizzano gli studenti a questi fenomeni di variazione.

Comunque questo lo si fa anche in altre università dove non ci sono insegnanti specializzati, poiché è un elemento ineludibile non appena gli oggetti di studio sono, ad esempio, il cinema o le serie televisive, che ci mettono in contatto con forme regionali, sebbene “edulcorate”, realizzazioni linguistiche per il grande pubblico. Quest’anno in Francia ha riscosso un certo successo Dogman (anche grazie a Cannes), dove è chiaro che la variante regionale è pregnante. Soprattutto il romanzo poliziesco è vettore di questa realtà: a parte il caso clamoroso di Camilleri, io per esempio amo tanto Marco Malvaldi. Per aver abitato un anno a Pisa tanti anni fa, riconosco nelle conversazioni del Bar Lume – Malvaldi è bravissimo nella mimesi dei dialoghi e delle conversazioni correnti – una versione toscana, o meglio pisana, dell’italiano, nei giri di frase come anche nel tipo di umorismo. Questa è una dimensione a cui sono confrontati gli insegnanti e gli studenti, i quali si rendono presto conto, quando viaggiano un po’ in Italia, che il regionalismo rimane un fatto pregnante.

Puoi individuare, nell’ approccio odierno allo studio critico e letterario, tendenze emerse o, al contrario, scomparse? Come ci si pone nel nostro tempo rispetto al dibattito sull’importanza della cronologia letteraria? Quanto si utilizza, invece, un approccio tematico?

Intanto bisogna dire che la ricerca Italianistica in Francia in parte è condotta ora da Italiani, che hanno importato in parte i loro metodi.

Ma comunque, va precisato che non è mai venuto meno in Francia, neanche negli anni ’70 “semiotici”, “strutturalisti”, il senso della storia. Sia per quanto riguarda la cronologia, non più insegnata nelle scuole superiori, ma tuttora all’università, sia perché ha goduto di un certo favore (ne è sintomo credo anche la “question” su Gramsci del concorso di quest’anno) uno storicismo di matrice più o meno marxista, temperato, “ammorbidito” negli ultimi anni, ma che dà spazio alle ragioni del politico e della storia. Sono pochi direi gli approcci meramente tematici, tranne su programmi interdisciplinari delle équipes di ricerca. C’è una tradizione francese dell’ explication de texte che l’Italia non conosce, che poggia sulla lettura diretta, quanto più diretta possibile: si mette anche il lettore “ingenuo”, il ragazzo privo di riferimenti culturali precisi a confronto con i testi senza il filtro preliminare di un discorso critico ingombrante, soffocante, che verrà introdotto in un secondo tempo. È una tendenza che ha conosciuto una sua variante particolare, una sua coloritura ben specifica nel momento dello strutturalismo in Francia, ovviamente. Anche se la sua stagione trionfale è ormai remota da tempo, nuovi strumenti per l’approccio ai testi sono stati forniti. Per un mio collega italiano di Paris 3, molto impregnato di tradizione francese il discorso critico universitario dovrebbe sempre venire in un secondo tempo; avendo compiuto tutto un percorso per integrare il meglio delle due tradizioni, egli dichiara il diritto dello studente a sbagliare completamente in un primo tempo, senza che venga indirizzato aprioristicamente in una direzione che gli venga imposta. Mi ritrovo molto in quello che ha detto Calvino negli anni 80 a proposito del “leggere i classici”: diceva esattamente questo, lettura diretta anzituttto. Prima leggere, fare propria l’opera, digerirla, anche a costo di errori, per un rapporto poi molto più profondo.

Riprendendo la domanda, sottolineerei l’assenza per l’Italianistica francese della sensibilità filologica. Paradossalmente, perché la filologia italiana si è nutrita dei vari Bédier, Gaston Paris, che hanno avuto tanta influenza sulla grande riflessione europea nel campo della romanistica. Eppure l’Italianistica francese storicamente non si è costituita così, a partire da una sensibilità filologica concepita “all’italiana”, e di un punto di debolezza ha creduto di fare una forza: i francesi erano convinti che gli italiani tendessero a perdersi in questioni di lana caprina, legate alla giusta lezione, e perdessero di vista per l’appunto i testi. Secondo quest’approccio, questi non vanno visti sotto l’angolatura dell’autenticità filologica, ma per quel che possono ancora dire, trasmettere. Eppure credo che le cose siano cambiate in questi ultimi anni, i due punti di vista tendono a riavvicinarsi. Non siamo più ostili in maniera aprioristica alla filologia come disciplina ostica, antipatica, che fa da schermo ai testi. Si tratta come sempre di capire che il dialogo è proficuo. Al momento ho due cotutele di tesi, una su Boccaccio e una su Petrarca che comportano una parte rigorosamente filologica, se non addirittura paleografica, codicologica, e una parte che chiamiamo scherzosamente “francese”, più interpretativa. Tesi che cercano per l’appunto di tenere insieme i due versanti. Credo che questo sia un indirizzo fondamentalmente giusto, fecondo.

Come sei arrivato a occuparti dei tuoi autori? Perché, oggi, studiare i classici

Per quanto riguarda me, il mio iter: mi ero laureato in filosofia, il che mi ha dato una certa forma mentis, una formazione filosofica concepita alla francese, ovvero non in termini di “storia della filosofia” così come si studia in Italia, ma di filosofia teoretica, con i suoi difetti che possono anche essere enormi, ma atta a suscitare il gusto delle costruzioni teoriche. In seguito circostanze biografiche mi hanno portato verso la cultura italiana: ho trascorso dai 22 ai 28 anni 6 anni in Italia, in Sicilia principalmente, dove ho imparato la lingua, dove « Mi sono rimescolato / E mi sono conosciuto» come dice il poeta, dove ho sviluppato un vivo interesse per settori della cultura che conoscevo già in parte ma non sotto questa angolazione, come la storia dell’arte, a tal punto che sono anche stato tentato di prendere questa direzione. Poi però, mi sono orientato verso l’insegnamento dell’italiano, Capes e Agrégation, ho passato dieci anni felici nelle scuole secondarie. È stata un’esperienza per me fondativa: oggi non è più il modello prevalente, c’è una linea di frattura tra i due livelli di insegnamento ma per noi delle generazioni precedenti il tirocinio nella scuola secondaria viene ancora considerato una ricchezza. Poi mi è venuto il desiderio di approfondire gli studi, cominciavo forse ad annoiarmi un po’, e allora ho portato avanti una tesi di dottorato su Alberti, anche per tentare di combinare la mia vecchia formazione filosofica con il fascino per il ‘400; Alberti, inoltre, ha avuto, accanto all’attività letteraria, anche un’attività artistica, e più ancora, di teorico dell’arte. Ho spaziato in seguito tra ‘400 e ‘500, ma per necessità didattiche mi sono interessato presto al Medioevo. Ho sempre provato una potente attrazione per la cultura medievale, sicché quando otto anni fa mi si è presentata (già avevo pubblicato una trentina di articoli) la possibilità di candidarmi a Paris 3, ho colto l’occasione e da quel momento mi sono occupato quasi esclusivamente di cultura medievale, didattica e ricerca (con qualche eccezione albertiana, con diversi contributi in particolare sul Momus). Sono attirato dai grandi autori, quello su cui ho scritto di più è Boccaccio, ma ho lavorato parecchio anche su Petrarca, un po’ su Dante sul quale ho tenuto vari corsi. Fra due settimane sono a Ravenna per una lezione dantesca e a Roma a febbraio alla Casa di Dante per una lettura.

Dunque perché leggere i classici, e perché soprattutto studiarli all’università? Qualche punto di dissenso lo avrei con Calvino su questo aspetto: non credo che l’università sia necessariamente un ostacolo, esistono modi di concepire l’insegnamento della letteratura tali da non disgustare gli studenti, ma suscettibili, anzi, di far loro capire che leggere i classici può essere utile non da un punto di vista strettamente utilitario (in vista degli esami), ma in quanto nutrimento per l’intelletto, per il pensiero. Al di là dall’interesse storico per la cultura, e al di là dalle ragioni estetiche (in quanto si ha a che fare, per chi è dotato di senso estetico, a bellissime cose), leggere i classici ci consente di capirci meglio. Un esempio su cui ho lavorato parecchio in questi ultimi anni: il linguaggio dell’amore, il linguaggio di quel che per noi contemporanei si chiama, da Stendhal in poi, amour-passion. Ci si rende conto che tutto il linguaggio dell’amore, dell’interiorità, è ad un tempo lontano (gli spiritelli cavalcantiani) ma anche di una straordinaria modernità; una volta che ti accorgi che il nome che si dà oggi agli spiritelli è “feromoni”, forse non siamo così lontani da quel mondo. Nella sua economia e la sua grammatica profonda questo linguaggio ci è vicino, e lo sto verificando di nuovo col testo che ho proposto per l’Agrégation, la Fiammetta (insieme al Corbaccio): l’altalena dei sentimenti, l’amore infelice di chi è tradito e abbandonato, la gelosia, il fuoco interiore, il malessere fisico, ecc. sono sempre questioni attuali. Leggere i classici diventa allora un fattore di equilibrio delle nostre vite: l’iscrizione nella lunga durata, che secondo me rimane una dimensione essenziale dell’essere umano, la presa di coscienza delle archeologie, delle genealogie che ci costituiscono, nella bufera del mondo che ci circonda, nel quale siamo costretti ad agitarci come meglio possiamo. Tutto questo a condizione che si trovi il modo di non rendere immediatamente ostico questo tipo di studio; ricordo sempre lo stupore di certi colleghi quando parlavo dei miei “esperimenti” didattici alle scuole superiori: proponevo aperture culturali, come le Annunciazioni di Simone Martini e Leonardo, poesie di Leopardi, o di poeti novecenteschi (Sbarbaro, Caproni, ecc.). Gli studenti erano contenti di questi momenti “diversi”, proprio perché stufi di sentir parlare sempre delle stesse cose nei corsi di lingua, come la condizione femminile, la droga, l’inquinamento, la disoccupazione giovanile… La cultura è una scommessa che va sempre rinnovata!

 

 

 

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