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Per salvare carta, globi e filigrane. Maria Gioia Tavoni a colloquio con il biologo-restauratore Nicolangelo Scianna

Nicolangelo Scianna nasce a Faenza nel 1945 e, con la famiglia, si trasferisce nel 1958 a Forlì. Nel novembre del ’66 si reca al Laboratorio di restauro del libro dell’Abbazia Santa Maria del Monte di Cesena per aiutare i frati nell’opera di asciugatura dei libri che arrivavano dalla Firenze alluvionata ed è folgorazione. Dopo la laurea in Scienze Biologiche, Scianna decide infatti di intraprendere la strada volta a coniugare lo studio del libro dal punto di vista storico-materiale con le metodologie per il suo mantenimento, estendendo la ricerca a ciò che è necessario sapere per il risanamento dei luoghi della sua conservazione. A Roma all’Istituto di Patologia del Libro frequenta il laboratorio di biologia e anche quello sulle tecniche di restauro. Nel 1974 Scianna decide di dedicarsi alla libera professione, aprendo a Faenza un “Laboratorio di Patologia e Restauro del libro”. Nello stesso anno, promuove insieme con la locale biblioteca la mostra “Amici e nemici del libro”, che ebbe larga eco e riscosse plauso non unicamente nella regione Emilia-Romagna. Parallelamente, continua la ricerca su più fronti. Carta, filigrane, mappamondi diventano ambiti esplorati sempre più in profondità così come gli aspetti legati alla salvaguardia dei manufatti antichi soprattutto cartacei, con riconoscimenti per i suoi studi che piovono anche dall’estero.

La tua vita di studio e lavorativa ha sempre avuto come obiettivo ‘la cura’ di ciò che riguarda la scrittura, non solo a stampa, e i relativi supporti: manoscritti su pergamena e su carta; libri tipografici; incisioni e disegni e anche globi antichi, soprattutto quelli del francescano Vincenzo Coronelli (1650-1718) geografo e cartografo nella Serenissima. Quando hai capito che Il lavoro di restauratore non poteva disgiungersi dalla conoscenza storica di ciò che andavi riportando a “Vita nuova”?

Fin dall’inizio della mia attività, ancora fresco di studi per la laurea in Scienze Biologiche conseguita presso l’Università di Bologna, ho capito che la conoscenza della storia del manufatto era importante ai fini delle decisioni da intraprendere sulle tecniche e i materiali da adottare nel restauro. Inoltre, la conoscenza doveva essere estesa al luogo di conservazione dell’opera prima che giungesse in laboratorio. Ricordo che già nel 1976 al XXVI Congresso AIB (Associazione Italiana Bibliotecari) in Romagna, a Castrocaro Terme, partecipando alla tavola rotonda sul restauro, prefiguravo il profilo di quello che allora chiamai “tecnico della conservazione”, che oggi si identifica nella figura del restauratore laureato presso le scuole di Alta Formazione, o laureato nei corsi di laurea in Beni Culturali e in Conservazione e restauro dei Beni Culturali, tutti corsi di laurea che uniscono alle conoscenze storiche dei vari manufatti quelle di materie prettamente scientifiche come la chimica, la biologia e la fisica. Senza una base appropriata di conoscenza storica, vicissitudini del manufatto che ci è pervenuto, studio in prospettiva temporale dei materiali e delle tecniche di conservazione e restauro, rilievo sugli ambienti di origine e di permanenza delle opere, anche il restauro vero e proprio resterebbe un’attività fine a se stessa, senza profondità. Ad esempio, si è passati dal tempo in cui il fine del restauro era l’abbellimento, la restituzione di una ‘pseudo giovinezza’ all’opera, all’attuale filosofia di conservazione che privilegia il mantenimento di un reperto così come è giunto fino a noi, con i suoi difetti, le sue lacune, una volta che si sia appurato non vi siano fonti di ulteriore deterioramento o la possibilità di nuovi danni.

Fra gli esempi a me noti: antichi codici giunti con lacerti di legature medievali, importantissime fonti di conoscenza per i bibliologi, furono ‘abbelliti’ da legature in cuoio dorato o altro, col risultato di distruggere ogni traccia della loro originalità. E in tempi più recenti si è tentato di salvare le antiche tracce inglobandole in maniera irreversibile nei materiali moderni. Ancora una volta si è perduto quel che restava dell’opera nel suo essere primigenio. È ciò che accadeva anche quando, per ‘conservare’ gli affreschi, questi venivano staccati dalle pareti e supportati da altri materiali non idonei. Si sono dovuti attendere gli studi di Cesare Brandi prima di capire gli errori commessi in tali interventi. Quanto al libro e ai manufatti cartacei, nel secolo scorso, si è pagato il prezzo della scarsità di studi da parte di ricercatori italiani, sia della struttura delle opere che dei loro supporti, in primis la carta.

Le tue ricerche sulla carta di fabbricazione manuale, la cosiddetta carta al tino, ti hanno occupato per molti anni e sono conosciute anche all’estero. Quando e come è avvenuta la scelta di avventurarti nello studio in profondità delle materie scrittorie, in particolare della carta di fabbricazione manuale e quali i modelli che ti hanno ispirato? La laurea in Scienze Biologiche ha contribuito a tener desto il piacere dello studio nelle varie direzioni verso cui ti sei indirizzato?

Proprio dall’impulso alla conoscenza della storia delle opere che mi venivano affidate per il restauro è nato in me l’amore per lo studio della loro creazione su vari supporti: prima la pergamena ma poi particolarmente la carta, materiale che amo in tutte le sue forme, perché fonte di trasmissione del pensiero umano in ogni sua sfaccettatura. Il primo contatto con il mondo del restauro della carta lo ebbi a Cesena, presso il Laboratorio di restauro del Libro dell’Abbazia Santa Maria del Monte, dove arrivava una parte dei libri salvati dall’alluvione di Firenze del 1966. Dapprima fu la solidarietà la molla che mi spinse ad andare a Cesena, dove aiutai i frati nell’opera di primo intervento sui libri ancora umidi, libri che avevano resistito alla furia dell’acqua proprio perché costituiti di carta fabbricata manualmente. In realtà, ancor prima di dedicarmi alla professione di conservatore-restauratore, il trasporto per il libro mi aveva fatto ammirare la trama della carta antica dei libri che acquistavo in una bancarella all’inizio di Via Zamboni, sede dell’Università di Bologna, che iniziai a frequentare due anni più tardi. Guardando in controluce le pagine di alcuni libri andavo a scoprirne il segreto, soprattutto della filigrana. Fu un incontro felice quello che ebbi con la tua tesi di laurea proprio sulla carta a mano e sulla filigrana. La mia laurea in Scienze Biologiche, dopo due anni dal suo conseguimento, contribuì a risvegliare il mio interesse per i danni subiti dalla carta e i mezzi per proteggerla, consentendomi di intraprendere studi mirati per intervenire sulla sua protezione, affrontati da varie angolazioni, cercando le soluzioni migliori. La mia preparazione scientifica mi è stata utile soprattutto nell’analizzare il contenuto microbico del pulviscolo che si deposita sui libri. Ho potuto mettere in pratica le mie conoscenze intervenendo su alcune biblioteche dell’Emilia-Romagna, a cominciare dalla Comunale di Faenza, e, a seguire, dalla Classense di Ravenna e la Malatestiana di Cesena.

All’approfondimento delle conoscenze soprattutto sulla carta e filigrane hanno sicuramente contribuito anche i tuoi numerosi viaggi all’estero con la visione diretta dei maggiori e numerosi musei della stampa e dei pochi, ma interessanti, musei e laboratori sulle cartiere di antica produzione. Al viaggio sottende sempre una metafora; nel tuo caso sapresti dirmi se nelle tue peregrinazioni si cela il bisogno di evadere dalla provincia e la necessità del confronto?

Ti rispondo subito dicendoti che la spinta principale è stata la mia onnivora sete di conoscenza, che mi ha indotto al primo brevissimo viaggio in quel di Fabriano, dove ho avuto la fortuna di visitare la cartiera che conservava ancora alcune macchine storiche, poi distrutte e sostituite da altre più moderne. Ricordo la bellissima sala delle pile olandesi dove si preparava l’impasto per la lavorazione al tino. A quella prima uscita ne seguirono altre, sempre in Italia, per esplorare diverse realtà cartarie, come ad Amalfi e Pescia, ma anche per conoscere alcuni laboratori di restauro della carta.

Solamente con l’approfondimento dello studio e il forte bisogno di sapere, – avevo necessità di vedere di persona ciò che altri raccontavano in maniera a volte succinta o superficiale – iniziai i viaggi all’estero. Dapprima in Europa, abbinando ad un viaggio di scoperta di luoghi poco noti, quello della visita di musei specialistici, come il Basler Papermünle di Basilea, il Museo Moli Paperer de Capellades in Spagna e il Moulin Richard de Bass in Alvernia, Francia. Posso dire che in ogni museo, anche piccolo, c’erano delle realtà diverse e c’era sempre qualche cosa da imparare. L’ultimo viaggio, desiderato da sempre e, che per varie vicende anche personali, ho dovuto rimandare più volte, l’ho potuto fare aggregandomi nel 2006 ad un gruppo di statunitensi: meta la Cina. Come è noto, la fabbricazione della carta è nata in Cina dove ancora, in vari sperduti villaggi del sud, nelle regioni dello Yunnan e del Guizhou, che ho potuto visitare, si fabbrica ancora a mano con metodi antichi. Posseggo alcuni esemplari di fotografie della fabbricazione della carta di bamboo, che risalgono all’inizio degli anni ’50 del Novecento e che sembrano scattate oggi perché in realtà questi metodi sono gli stessi in uso dal primo secolo della nostra era.

Ricerca teorica e applicazione pratica, ovvero studio e lavoro, binari sempre praticati, ti hanno consentito di ricoprire, dal 1994 al 2008, il ruolo di professore a contratto presso la Facoltà di conservazione dei Beni culturali dell’Università di Bologna, sede di Ravenna. Come valuti l’insegnamento universitario delle tue materie rispetto a quello che svolgerai poi presso la Badia del Monte di Cesena?

I quindici anni di insegnamento all’Università sono stati pieni di interessi perché il dover trasmettere ad altri le conoscenze che avevo acquisito, sia con lo studio sia con l’esperienza diretta sui manufatti, ha costituito uno stimolo per sempre nuove ricerche. Un incentivo è venuto proprio dagli studenti, molti dei quali hanno chiesto di laurearsi con me, e le tesi che proponevo loro avevano sempre l’occhio rivolto alla ricerca tecnica e scientifica. L’esperienza dell’insegnamento universitario a Ravenna portò alla realizzazione del master “Restauro e caratterizzazione di opere manoscritte e libri a stampa in antico regime tipografico”, che svolgemmo presso i locali dell’Abbazia del Monte di Cesena, usufruendo degli ambienti e delle attrezzature del loro laboratorio di restauro. Al termine del master, uno dei corsisti si fermò a tempo pieno ad operare nel laboratorio che io avevo riattivato nel 2004 dopo un periodo di sosta dovuto alla malattia dei monaci che vi lavoravano. La riattivazione era stata anche un modo per offrire occasioni di lavoro ai laureati del mio corso, consentendo loro di maturare in esperienza. Il priore dell’Abbazia mi chiese allora di diventare il direttore scientifico del rinato Laboratorio di restauro del Libro, incarico che ricopro tutt’ora in forma totalmente volontaria, come è stato fin dall’inizio. Nonostante la grande dispersione di tempo sottratto alle mie ricerche, insegnare nelle aule accademiche, potendo concretizzare l’insegnamento in un vero laboratorio, garantì agli scolari e agli allievi una preparazione che ha consentito ad alcuni di continuare gli studi e le ricerche del settore.

Fra i manufatti antichi particolare interesse hai dedicato ai globi sia terresti sia celesti, soprattutto del Coronelli, conservati in celeberrime istituzioni non solo italiane e in possesso di illuminati collezionisti. Come sei pervenuto alla conoscenza di tali prodotti dell’ingegno, poi affrontati come campo di ricerca non solo per i necessari interventi conservativi sui più pregevoli di fattura?

L’incontro con Vincenzo Coronelli e i suoi globi fu dovuto sempre al bisogno di arrivare alla fonte del manufatto e alla comprensione delle differenze insite in ogni singolo esemplare. Mi spiego meglio: ciò avvenne quando, nel 1991, la famiglia Enriques, titolare della gloriosa casa editrice Zanichelli, mi chiese di restaurare il globo terrestre che possedeva, prima di donarlo all’Università di Bologna. Il globo, della serie da tre piedi e mezzo (più di un metro di diametro), oltre ai danni accumulatisi nel tempo, aveva una particolarità che dovetti studiare prima di capirne il motivo: la dedicatoria era completamente vuota senza tracce di testo a stampa o manoscritto. Dal confronto diretto con globi simili in Italia e in altre Nazioni e dalle risposte al questionario che avevo inviato a tutte le istituzioni che possedevano simili manufatti, scoprii che l’esemplare degli Enriques, faceva parte dei primi realizzati dal cosmografo veneziano. Non solo; durante il restauro, giunsi alla conclusione che l’esemplare di cui mi stavo occupando era il primo in assoluto costruito dal Coronelli.

Inoltre, fu a seguito di tali studi, che scoprii che la Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna possedeva un rarissimo esemplare del Libro dei Globi di Vincenzo Coronelli. L’esemplare nel cui frontespizio si legge, inscritto in una fastosa cornice calcografica, il titolo fuorviante manoscritto Raccolta/ de’/ GLOBI/ del/ P Coronelli e sempre manoscritta la data, 1700., era stato erroneamente schedato come Accademia degli Argonauti. Tale riproduzione – non si può parlare di edizione – sarebbe la quarta realizzata dal cosmografo in quanto la prima è datata 1697 e gli altri esemplari superstiti hanno il titolo manoscritto come nella copia bolognese, ma con diverse date: 1698 e 1699. L’esemplare dell’Archiginnasio resta un unicum in Italia dopo la scomparsa della copia trafugata a Roma. Continuando nelle ricerche, in più riprese, potei inoltre accertare che del Libro dei Globi, ne esistevano in tutto il mondo tredici varianti, a cui ne va aggiunta una quattordicesima, recentemente rinvenuta.

Molte altre ricerche si aggiunsero a queste prime risultanze dei miei scavi, sfociate in diverse pubblicazioni, le quali provano il forte interesse per un argomento che mi ha appassionato per molti anni. È qui che si coniuga il lavoro inteso alla salvaguardia dei reperti del passato, con il bisogno che ho avvertito fin da subito per l’indagine storica. Ricordo solo che dopo gli studi sul Coronelli ho allargato lo sguardo, occupandomi della conservazione di globi più antichi, come quelli del Blaeu, il noto cartografo e navigatore olandese.

Globo Celeste di Coronelli durante il restauro

E veniamo al tuo ultimo libro, risultato che premia moltissimi anni di ricerca sul campo, corollario di lavoro e applicazione non in un’unica direzione. Sono da poco usciti i tuoi due volumi Watermarked paper from Archives in Ravenna (1287 – 1693), Brepols, Turnhout, 2018,  un repertorio che impone il confronto con quello classico del Briquet (Les filigranes, 1907), da cui tutti gli studiosi fino ad ora dipendevano. Sapresti dirmi come sei pervenuto a questo studio e come si pongono i tuoi risultati rispetto a quelli del Briquet?

Particolare foglio filigranato del 1287

Lo studio della carta con filigrana nasce in me, come dicevo, quasi in simultanea con quello di un materiale della cui conservazione avevo fatto la mia professione e che poi è diventata materia di insegnamento universitario. Oltre a tali aspetti, da ricercatore sempre attento alle nuove tecnologie, non solo in campo biologico, ho voluto spingere l’approfondimento secondo due nuove direttrici, sia con l’uso proprio delle moderne tecnologie sia con l’estendere la conoscenza della carta filigranata ad altri parametri che travalicassero il semplice disegno della marca. Mentre il primo aspetto ha richiesto un lungo percorso costellato anche da insuccessi prima di arrivare alla soluzione poi adottata, più semplice è stato il secondo, dipeso in gran parte dai risultati del traguardo che mi ero prefisso.

Particolare foglio filigranato del 1335

Da una parte il mio lavoro è la ripresa di quello del Briquet, che fissa la prima filigrana censita nel 1282 e procede per differenze di tipologia, ma potendosi avvalere delle moderne tecnologie, come il ricorso allo scanner per acquisire immagini di filigrane perfettamente simili all’originale. Si tratta pertanto, nel mio caso, del primo repertorio di filigrane scansionate direttamente da libri integri e non da fogli sciolti.

Una volta raggiunto il risultato tecnico a cui aspiravo, ho testato il mio sistema proprio sulle filigrane rilevate dal Briquet a Bologna, i cui risultati dell’innovazione da me messa a punto, sono confluiti in un saggio sulla datazione delle carte filigranate del Colettaneo (“Raccolta di documenti dall’XI al XVIII secolo”), resa possibile durante il restauro. L’altro aspetto, quello della riproduzione in scala dei fogli contenenti la filigrana e la contromarca, a cui sono abbinate le misurazione dei parametri che costituiscono la forma, i filoni, le vergelle con le loro distanze e spessori, ha permesso al mio lavoro di porsi come nuova proposta grafica. Differenziandomi da altri ricercatori, che si limitano alla sola riproduzione del disegno e non alla loro descrizione, sono riuscito infatti a permettere che possano essere immediatamente individuate la posizione dei marchi e la loro evoluzione nel tempo.  Una delle risultanti del percorso è che per la prima volta si può vedere riprodotta la filigrana nel suo aspetto e nelle sue dimensioni reali. Non tutte le scansioni effettuate sono state pubblicate, ma per ogni tipologia di marca ho dovuto confrontarle, scegliendo la filigrana più integra e visibile e indicando, dove possibile, le corrispondenze in altri volumi. Le scansioni le ho suddivise, oltre che per tipologia, anche per anno, in modo da semplificare la consultazione.

Ovviamente, il mio lavoro, si è concretizzato in un repertorio di gruppi di filigrane in parte sconosciuti al Briquet. Posso inoltre aggiungere che la ricerca non può dirsi mai terminata: io stesso, dopo l’uscita dei miei due volumi, ho trovato nuovi gruppi di filigrane, a suffragare la tesi che si tratta di un campo in cui c’è ancora spazio per ricognizioni personali e/o collettive. Spero che questa mia fatica possa essere utile, anche metodologicamente, per avviare nuovi studi in un settore in parte ancora sconosciuto non solo per la scarsità di documenti pervenuti sino a noi.

E da ultimo: recentemente si è tenuto ad Assisi un convegno scientifico con incontri e dibattiti sui globi di Vincenzo Coronelli. Ti ha procurato dispiacere il non essere stato chiamato al simposio, dato che sei considerato fra i maggiori studiosi del frate francescano e delle sue realizzazioni?

Direi che l’amaro in bocca l’ho sentito più per il fatto di non essere stato neppure informato che dal mancato invito a partecipare al convegno. L’International Coronelli Society for the Study of Globes, associazione con sede a Vienna, di cui faccio parte, ha dedicato recentemente al cosmografo una mostra a Venezia alla cui apertura non ho potuto partecipare sebbene sollecitato dall’invito personalizzato. Si tratta della medesima associazione che ha pubblicato diverse mie ricerche sui globi, note in vari Paesi, fra cui uno studio, edito nel 2009, dove esponevo i risultati di una perlustrazione archivistica, che mi aveva fatto scoprire a Venezia l’atto di battesimo di Vincenzo Coronelli.  Mi sembra inoltre che ad Assisi non abbiano tenuto conto neppure della miscellanea Un intellettuale europeo e il suo universo. Vincenzo Coronelli (1650-1718), in cui erano stati coinvolti studiosi di varie discipline, fra cui il sottoscritto, tesi ad analizzare Coronelli sotto varie facies a seconda delle rispettive specialità. Non essere stati neppure avvisati del convegno, spiace anche perché, proprio nella rivista francescana “Il Santo”, è stato pubblicato, in anni recenti, un saggio su Coronelli con una nota in cui si fa riferimento al mio ritrovamento dell’atto di battesimo. Per gli organizzatori del convegno non avrei dovuto pertanto essere un ‘Carneade’.

nicolangeloscianna@alice.it

 

 

 

 

 

 

 

 

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