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La lettura di libri in Italia: squilibri e ritardi, di Vincenzo Santoro

 

 

 

 

Vincenzo Santoro è responsabile del Dipartimento Cultura e Turismo dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI)

 

 

 

L’Italia presenta un significativo e preoccupante ritardo, rispetto ai Paesi a noi comparabili, riguardo all’abitudine alla lettura di libri. Un fenomeno molto negativo, connesso evidentemente con la capacità di fasce sempre più ampie di cittadini di vivere con consapevolezza le sfide della contemporaneità e dunque, in definitiva, con la qualità della democrazia.

Come è noto i dati di riferimento per il settore sono quelli rilevati dall’Istat con l’indagine sulla Produzione e la lettura dei libri in Italia. Alla fine del 2017 sono stati diffusi gli ultimi risultati, relativi al 2016, che contengono, in estrema sintesi, le seguenti indicazioni:

  • in Italia si legge sempre meno. I “lettori” (cioè le persone con più di sei anni che hanno letto almeno un libro al di fuori degli ambiti scolastici e lavorativi, nel corso dell’anno dell’indagine), sono stati il 40,5% (erano il 42,0% nel 2015). Un quadro dunque non certo soddisfacente, che appare inoltre in peggioramento progressivo. Si conferma la tendenza negativa avviata nel 2010, quando la quota di lettori era stimata al 46,8% fino a tornare, nel 2016, al livello del 2001 con il 40,5%;
  • la flessione ha interessato in modo particolare i più giovani. La quota di lettori tra i 15 e i 17 anni è diminuita dal 53,9% del 2015 al 47,1% del 2016 (tra i 20 e i 24 anni si passa dal 48,9% di lettori al 44,7%);
  • il livello di istruzione continua ad essere un elemento fortemente discriminante nell’abitudine alla lettura, radicata soprattutto fra le persone con un titolo di studio più elevato: legge il 73,6% dei laureati (75,0% nel 2015) ma la proporzione si riduce già a poco meno di uno su due fra chi ha conseguito al più un diploma superiore (48,9% nel 2016; 50,2% nel 2015) per arrivare al 23,9% tra chi possiede al più la licenza elementare. La propensione alla lettura è anche fortemente condizionata dall’ambiente familiare e nel caso dei bambini e dei ragazzi è certamente favorita dalla presenza di genitori che hanno l’abitudine di leggere libri;
  • la scarsa propensione alla lettura è inoltre evidentemente correlata anche alla difficoltà di accesso al resto dell’offerta culturale (chi non legge non va nemmeno al cinema, al teatro, ai concerti eccetera).

L’indagine ci dice inoltre che nel nostro Paese persistono fortissimi squilibri territoriali, anche questi in ulteriore aggravamento. Infatti, se nelle regioni del Centro-Nord (e nella Sardegna) la situazione, se pur preoccupante, appare in fondo non molto distante da quella degli altri Paesi europei a noi paragonabili, il Sud rivela dati notevolmente negativi, da vera emergenza nazionale: nelle regioni meridionali infatti la percentuale di lettori è meno della metà del resto del Paese. Se nel Nord-est e nel Nord-ovest dichiara di aver letto almeno un libro oltre il 48% dei residenti, nel Sud la quota di lettori scende al 27,5%, mentre nelle Isole si osserva una realtà molto differenziata tra Sicilia e Sardegna (25,8% di lettori rispetto a 45,7%).

La tipologia comunale è un ulteriore elemento discriminante: la lettura risulta molto più diffusa nelle aree metropolitane, dove coinvolge poco meno della metà degli abitanti (48,6%), mentre la quota scende al 35,6% nei Comuni con meno di 2 mila abitanti.

Altro dato interessante, il divario fra regioni per molti aspetti equiparabili, come la Puglia, la Sicilia e la Campania, e la Sardegna, che hanno indici di lettura molto diversi: rispettivamente il 27,2%, 25,8%, 26,3% e il 45,7%. Come mai una tale sperequazione? Che differenze possono giustificare il fatto che in Sardegna si legga quasi il doppio che nelle regioni del Sud? Giovanni Solimine, uno dei maggiori esperti di questi temi nel nostro Paese, ha recentemente osservato nel suo Un prezioso alleato per le biblioteche (“Biblioteche oggi”, gennaio-febbraio 2017),  quanto non siano imputabili a indicatori socio-economici o propriamente correlabili alla lettura, come il livello di istruzione o la dispersione scolastica, ma, comparando numeri così antitetici nelle due isole maggiori, si devono invece considerare gli investimenti di lungo periodo realizzati dalla Regione Sardegna sulle biblioteche di base: “il livello dei servizi delle biblioteche pubbliche sarde è in molti casi di ottima qualità, mentre gran parte delle biblioteche siciliane sono in uno stato di desolante abbandono; del resto, i dati quantitativi sono molto eloquenti e ci dicono che in Sardegna è operante una biblioteca ogni 5.109 abitanti, mentre in Sicilia il rapporto è di uno a 18.499. La ‘prossimità’ dell’offerta di servizi bibliotecari è essenziale, specie in aree caratterizzate dalla presenza di molti piccoli Comuni e da un precario sistema di trasporti”.

Altra discriminante sta nella pianificazione delle attività di promozione della lettura, anch’esse esito di una lungimirante politica di investimento della Regione (con un contributo non trascurabile di alcuni operatori economici e bancari) e svolte “con continuità e intelligenza, spesso coinvolgendo i diversi attori della filiera del libro: autori, editori, bibliotecari, insegnanti, librai sardi sono abituati a collaborare nel tentativo di allargare sempre più le basi sociali della lettura”.

L’analisi di Solimine può essere confermata anche dai risultati di un’indagine sul campo condotta, per il progetto “In Vitro” del Centro per il Libro del Mibact, da Antonella Agnoli insieme a chi scrive (Un viaggio fra le biblioteche italiane attraverso cinque province e una regione, a cura di Antonella Agnoli e Vincenzo Santoro,  Centro per il libro e la lettura, 2016). che ha consentito di analizzare in dettaglio, con visite a domicilio, quaranta sedi bibliotecarie afferenti a Comuni di varia dimensione (dalle città capoluogo ai piccoli Comuni), rilevando specifici requisiti, fra cui il livello delle strutture e dei servizi offerti, la consistenza del patrimonio librario, l’accessibilità al pubblico, gli orari di apertura, con particolare attenzione alle iniziative rivolte ai bambini. Dei territori-campione facevano parte le province di Siracusa, di Lecce e di Nuoro. Anche in questa circostanza sono emersi i divari profondi fra i diversi sistemi bibliotecari: deboli in provincia di Lecce, in condizioni di grandissima difficoltà nel siracusano, e invece decisamente in buona salute nel nuorese, dove le biblioteche sono presenti anche nei paesi più piccoli e isolati dell’Isola, si trovano in strutture piacevoli e accoglienti, sono gestite da personale mediamente preparato e attento. Inoltre, la forma di gestione delle strutture è in molti casi di tipo “misto”: in base a finanziamenti regionali, i Comuni – a volte in forma aggregata – affidano la conduzione delle biblioteche a cooperative specializzate. Questo garantisce l’utilizzo di personale ben formato (anche se in gran parte “precario”, con tutto quello che ciò può comportare), un allestimento più moderno e orientato alle esigenze dei cittadini, e orari di apertura molto ampi (di solito 9-19 tutti i giorni), anche nelle fasce pomeridiane e a volte serali. E tutto questo, particolare molto significativo, non solo nei centri più importanti, ma anche nei Comuni più piccoli e decentrati.

Quanto riportato conferma dunque l’esistenza di una vera e propria “questione meridionale”, che connette la debolezza delle infrastrutture culturali con i bassi livelli di lettura, e denuncia la privazione per diversi milioni di cittadini italiani del diritto fondamentale di accesso al sapere e alla cultura a cui le moderne biblioteche rispondono.

Da qui la necessità di mettere in campo una politica nazionale che rafforzi e rilanci le infrastrutture culturali – e in particolare le biblioteche di pubblica lettura, senza le quali è difficile immaginare interventi capaci di produrre effetti significativi sul medio-lungo periodo – e le reti di operatori del settore (editori, librai, associazioni, organizzatori di festival eccetera). Tale necessità peraltro non si giustifica solo per ragioni culturali e sociali, ma anche come leva per la ripresa del mercato editoriale, che può crescere significativamente solo se si amplia il numero dei lettori. Naturalmente è anche molto importante investire sulle scuole, sia attraverso specifiche attività di promozione, sia cercando di rafforzare il raccordo con il sistema bibliotecario civico, in modo che i ragazzi possano accedere ai servizi della biblioteca. In questo campo ci sono diverse sperimentazioni interessanti che si potrebbero prendere ad esempio e generalizzare. Per quanto riguarda la rete delle biblioteche, occorrerebbe prevedere un piano di interventi per l’ammodernamento delle strutture (magari coinvolgendo anche l’Istituto per il Credito Sportivo), e una qualche forma di sostegno alla gestione, privilegiando le reti integrate di area vasta. Inoltre, sarebbe auspicabile un intervento volto al superamento dei vincoli sul turn over del personale, che sta provocando una grave perdita di preziose e insostituibili competenze professionali.

Alla fine dell’anno scorso abbiamo avuto un primo piccolo segnale nella giusta direzione, con l’istituzione, prevista dalla legge di stabilità 2018, di un Fondo nazionale per la promozione della lettura, che consiste in 4 milioni l’anno, di cui uno da destinare alla scuole. Il decreto interministeriale di riparto, firmato il 3 maggio 2018, indica al Centro per il libro e la lettura del Mibact, che è incaricato della sua gestione, criteri, molto ampi, con cui utilizzarlo. Speriamo che, partendo da quello che di buono è stato già fatto, il nuovo Parlamento e il nuovo Governo sappiano rilanciare e rafforzare le politiche a favore delle biblioteche e della lettura.

Buone pratiche

In questi ultimi anni comunque, anche in mancanza di una politica nazionale coordinata e supportata da risorse adeguate, sono state sperimentate, a volte anche con buoni risultati, alcune iniziative che meritano di essere segnalate.

La prima di queste è il progetto “Città che legge”, organizzato e promosso dal Centro per il libro e la lettura in collaborazione con l’Anci. L’obiettivo dell’iniziativa è quello di valorizzare e sostenere il lavoro che le amministrazioni comunali svolgono per favorire la crescita socio-culturale delle comunità urbane attraverso la diffusione della lettura come valore riconosciuto e condiviso, in grado di influenzare positivamente la qualità della vita individuale e collettiva. Per fare questo, è stato in primo luogo attivato un Avviso pubblico finalizzato a selezionare Comuni già dotati di, anche minime, infrastrutture culturali e già in qualche modo impegnati su questi temi.

Successivamente, a favore di questi Comuni, inseriti nell’elenco delle “Città che leggono”, sono stati attivati dei bandi su due tipologie progettuali: una rivolta a due fasce demografiche (Comuni fino a 5.000 abitanti e fra 5.001 e 15.000 abitanti) e quattro aree geografiche (Nord, Centro, Sud e Isole), che ha richiesto la presentazione al Cepell di progetti riguardanti la “realizzazione di attività integrate di promozione della lettura” in collaborazione fra le biblioteche comunali e gli altri soggetti operanti sul territorio. L’altra invece, riguardante progetti più specifici di educazione alla lettura “espressiva ad alta voce”, destinata ai Comuni fra 15.001 e 100.000 abitanti, divisi in tre aree geografiche (Nord, Centro, Sud e Isole).

La sperimentazione di un simile modello di intervento – costruito, per la prima volta, sulla ricerca di un coordinamento tra governo centrale e amministrazioni comunali su questo genere di attività – che si è svolta nel 2017, peraltro potendo contare su risorse esigue, è risultata comunque positiva: circa 400 Comuni sono entrati a far parte delle rete; di questi, circa 90 hanno partecipato ai bandi di finanziamento dedicati a progetti innovativi di promozione della lettura emanati dal Centro per il libro. Guardando alle proposte degli 11 Comuni vincitori dei tre differenti bandi, si rilevano una vivacità culturale, un impegno e una sensibilità non scontati. In particolare, appare significativo che anche le aree tradizionalmente più deboli rispetto al tema della lettura siano riuscite a costruire progetti solidi e innovativi, a partire da quelli ritenuti più meritori dalla Commissione di valutazione del Cepell (in particolare i casi di Rosarno in Calabria, del piccolo Comune di Zollino nel leccese e di Arborea in provincia di Oristano, che hanno raggiunto i punteggi più alti).

La prima esperienza ha dunque dimostrato che “La Città che legge” è una iniziativa importante, che è stata in grado, nonostante l’insufficienza delle risorse a disposizione, di attivare e rafforzare le reti locali che favoriscono la lettura.

Per il 2018 l’elenco delle “Città che leggono” è stato aggiornato attraverso un nuovo Avviso pubblico: i Comuni ammessi sono stati 450, così distribuiti per area geografica: 163 al nord, 117 al centro, 130 al sud e 40 nelle isole. La regione con il maggior numero di città ammesse è la Puglia, che ne ha 71, seguita dal Veneto con 55, dalla Lombardia con 36 e dal Lazio con 34.

Anche grazie all’utilizzo di una parte significativa del nuovo Fondo nazionale per la promozione della lettura, la dotazione finanziaria dei bandi per il 2018 sarà decisamente più consistente, potendo così sostenere un numero molto maggiore di iniziative e ampliarsi anche agli ambiti che finora erano stati esclusi. In particolare, verrà previsto un intervento particolarmente innovativo al Sud.

Un’altra iniziativa di grande interesse è il bando con cui la Regione Puglia ha inteso finanziare la realizzazione, da parte di Comuni (in maggioranza) ma anche di altri soggetti pubblici, di “Community Library”, biblioteche cioè, almeno nelle intenzioni, con una forte declinazione sociale. Al termine di una complessa fase di selezione, sono stati finanziati circa 111 progetti, per la realizzazione di 123 presidi bibliotecari, con un investimento complessivo di circa 120 milioni di euro di fondi europei. Si tratta di un intervento colossale e ambizioso, con pochi precedenti a livello nazionale, il cui impatto in termini di servizi resi ai cittadini potrà essere misurato solo a progetti realizzati, quando sarà anche possibile verificare la reale sostenibilità nel tempo di queste strutture (come è noto i fondi europei possono essere utilizzati quasi solo per le spese infrastrutturali).

Infine, sempre a livello regionale, si può segnalare come buona pratica una recente iniziativa del Friuli Venezia Giulia, che ha messo a disposizione 360mila euro l’anno per il triennio 2018-2020 per ‘LeggiAMO 0-18’, progetto di promozione della lettura che si prefigge di realizzare una serie di interventi volti a diffondere la lettura in età scolare e pre-scolare, in coordinamento con i numerosi soggetti del settore, anche in collaborazione con le strutture sociosanitarie. Le attività sono differenziate secondo la divisione per fasce di età e coordinate dal Consorzio Culturale del Monfalconese, ma tutte prevedono la realizzazione di azioni coordinate di promozione e conoscenza del patrimonio bibliografico delle biblioteche attraverso letture pubbliche, viaggi letterari, mostre, incontri con scrittori, illustratori, narratori, editori, anche in forma di festival, e di promuovere la lettura anche favorendo lo sviluppo della ‘digital literacy’.

Postilla

L’ISTAT alla fine dell’anno scorso ha diffuso i nuovi dati sulla lettura e sulla produzione di libri in Italia, relativi al 2017. Il più rilevante è che è aumentato il numero di libri pubblicati, del 9,3 per cento, e sono aumentate anche le singole copie stampate, del 14,5 per cento. Si pubblicano e si vendono dunque molti più libri, ma la percentuale di lettori non aumenta, rimanendo più o meno stabile, anche nella dimensione del divario territoriale.

Mi sembra abbastanza probabile che questo incremento delle vendite dipenda in maniera considerevole dai vari “incentivi” – diretti e indiretti – messi in campo negli ultimi anni a favore dell’acquisto. Considerato che ovviamente fa piacere a tutti che si vendano più libri, direi che questi dati sono un’ulteriore conferma che tali (relativamente costose) politiche di sostegno all’acquisto di libri vanno in massima parte a beneficio di chi già legge, oltre che ovviamente degli editori – soprattutto dei grandi – e delle librerie. Resta il grave problema dei non lettori, che, per essere affrontato, richiederebbe politiche ben più incisive.

 

 

 

 

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L'autore

Santoro Vincenzo
Santoro Vincenzo
Vincenzo Santoro è nato ad Alessano (Le) il primo febbraio 1970. Nel corso dell’esperienza universitaria a Pisa, partecipa al movimento studentesco “La Pantera” e comincia un percorso di lavoro e approfondimento sui temi della rappresentanza studentesca e del diritto allo studio, che in seguito svilupperà collaborando alla fondazione del sindacato studentesco Unione degli Universitari (in cui farà parte del primo esecutivo nazionale, dal 1994 al 1997) e poi come collaboratore del Ministero dell’Università (dal 1998 al 2001). Eletto nel consiglio comunale del suo comune (Alessano, Lecce), svolgerà l’incarico di consigliere delegato alla cultura dal 1997 al 2000.
Parallelamente, svilupperà un’attenzione ai temi delle culture e delle musiche tradizionali (con particolare riferimento alla sua terra di origine, il Salento), contribuendo a numerosi progetti culturali e realizzando diverse pubblicazioni, fra cui (insieme a Sergio Torsello) Il Ritmo meridiano. La pizzica e le identità danzanti del Salento (2002), Il Salento Levantino. Memoria e racconto del tabacco a Tricase e in Terra d’Otranto ( 2005) e Il ritorno della taranta. Storia della rinascita della musica popolare salentina (2009) .
Altra pubblicazione importante da lui curata è Manifesto di Pace (2002) raccolta degli articoli scritti per il quotidiano il manifesto dal 1990 al 1992 da Don Tonino Bello, vescovo di Molfetta e esponente importante del movimento per la pace.
Dal 2004 lavora presso l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, dove attualmente è responsabile del Dipartimento Cultura e Turismo.
Nel 2015, con Antonella Agnoli, ha curato la pubblicazione di Un viaggio fra le biblioteche italiane, volume che riassume i risultati di una ricerca condotta in quaranta biblioteche “di base” distribuite su cinque province e una regione, per conto del Centro per il libro e la lettura del Mibact.
Di recente uscita per l’editore Squilibri è il saggio Odino nella terra del rimorso. Eugenio Barba e l’Odin Teatret in Sardegna e Salento, 1973-1975.