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L’A.L.Ba…dei dialetti. Maristella Petti dialoga con Patrizia Del Puente

Laureatasi in Lingue presso l’Università di Salerno, Patrizia Del Puente vince nel 1988 una borsa triennale di perfezionamento riguardanti le colonie albanesi di Italia presso il Dipartimento di Linguistica dell’Università di Monaco di Baviera. Nel 1992 vince un concorso a tempo determinato presso il CNR per il settore dialettologico. Nel 1997 vince il concorso come ricercatore del CNR a tempo indeterminato. Nel 2001 ha vinto il concorso a professore associato per il settore Glottologia e Linguistica generale e dal 2002 insegna Glottologia e Linguistica presso l’Università degli Studi della Basilicata. Il suo campo di studi ha riguardato inizialmente i dialetti albanesi dell’Italia meridionale considerati in prospettiva sociolinguistica e interlinguistica; successivamente si è spostato ai dialetti dell’Italia meridionale di cui si sono studiati diversi fenomeni riconsiderandoli nel quadro della riflessione teorica contemporanea (teoria dei prototipi; morfologia “naturale”; interlinguistica, ecc.) con particolare riferimento alla linguistica cognitiva e alla neurolinguistica. Ha creato e coordina il progetto di ricerca A.L.Ba. dal 2007 (Atlante Linguistico della Basilicata) che ha portato alla pubblicazione di quattro volumi dell’Atlante. Nel 2012 ha vinto l’abilitazione nazionale a professore ordinario di Glottologia e linguistica.

 C’è una domanda tanto scontata per gli esperti quanto improbabile per i più da cui è doveroso cominciare: qual è la differenza tra lingua e dialetto?

Per molto tempo i dialetti sono stati comunemente considerati forme di distorsione dell’italiano, insomma un italiano parlato male perché usato dagli ignoranti.

Ovviamente nulla di più sbagliato! Infatti, il concetto di dialetto per l’Italia nasce tardi, a partire dal ‘500, in contrapposizione alla scelta di una lingua locale, il fiorentino, come lingua sovraregionale. Ebbene sì, l’italiano standard altro non è che l’evoluzione del dialetto fiorentino scelto, tra i tanti esistenti, per motivi culturali, letterari, politici ed economici. Facile, a seguito di questa premessa, concludere che non esiste nessuna differenza, dal punto di vista strutturale o della dignità, tra una lingua standard e un dialetto, o meglio, ce n’è una sola e riguarda l’estensione territoriale su cui essi vengono parlati: una lingua standard la parlano tutti i cittadini di una nazione, l’uso del dialetto, invece, è circoscritto a comunità più piccole.

Oggi, per fortuna, molte più persone sono consapevoli dell’importanza che ogni lingua riveste: è chiaro quasi per tutti che essa è uno scrigno di valore fondamentale nella ricostruzione storica e più ampiamente culturale di un popolo.

L’italiano e i dialetti romanzi parlati in Italia sono evoluzioni della lingua latina, insomma sono tutte lingue sorelle ognuna diversificata dall’altra a seguito delle vicende vissute dalle comunità che le parlano.

Perdere le lingue significa, di conseguenza, perdere la possibilità di ricostruire la storia in tutta la sua interezza.

Noi in Basilicata, per esempio, abbiamo potuto restituire ad alcune comunità la loro storia a partire dallo studio dei loro dialetti. Sto parlando, per esempio, dei comuni di Potenza, Tito, Picerno e Pignola, le cui lingue presentano caratteristiche tali da permettere di dire che esse sono originarie del Savonese e sono state quindi condizionate dall’area sud-occidentale della Sicilia, dove evidentemente hanno stazionato per un certo periodo prima di raggiungere la Basilicata.

 La Scuola Internazionale di Dialettologia, organizzata dal Centro Interuniversitario di ricerca in Dialettologia, giunge in pochissimo tempo alla sua seconda edizione. Da cosa deriva la premura di studiare e salvaguardare i dialetti?

Questa premura ha una lunga storia: la dialettologia è scienza che sviluppa la sua ricerca già dalla fine dell’’800. Nel solco di questa tradizione, la Scuola Internazionale di Dialettologia vuole proporsi come punto di riferimento per tutti i giovani ricercatori che nel mondo studiano i dialetti italiani, agendo – per così dire – in direzione tanto orizzontale quanto verticale. Da un lato, essa permette ai giovani studiosi di entrare in contatto con i loro coetanei, e questo li aiuta a creare quei rapporti nazionali e internazionali che consentiranno loro un domani di mantenere rapporti scientifici e umani con chi lavora nello stesso settore, in un costante confronto che sicuramente li arricchirà. Dall’altro, permette anche di creare un contatto tra gli studiosi più giovani e quelli che sono più avanti nel cammino scientifico; e anche questo è un tassello importante nella formazione di un ricercatore che è all’inizio della sua carriera.

Va poi tenuto presente che la salvaguardia dei dialetti passa attraverso progetti volti a rendere i parlanti consapevoli della lingua che essi quotidianamente usano senza conoscere. Sembra un controsenso, ma in effetti i dialetti vengono appresi per imitazione, nessuno ce ne insegna la grammatica, le regole… Per questo noi abbiamo avviato in molti paesi corsi di alfabetizzazione dialettale alla fine dei quali si produce la grammatica del dialetto locale. Ovviamente il primo passo è stato quello di codificare un alfabeto per trascrivere i dialetti lucani. Poi procederemo ad insegnare la lingua locale nella scuola media utilizzando gli strumenti didattici creati.

Al di là del valore oggettivo che ogni singolo dialetto ha, non dimentichiamo che, come amava ricordare il compianto Tullio De Mauro, essi sono un importante serbatoio lessicale proprio per l’italiano, che sarebbe fortemente penalizzato dalla loro perdita.

Ha detto che i dialetti lucani hanno un proprio alfabeto: cosa si intende con questo? I vostri dialetti hanno propri sistemi fonetici o addirittura nuovi segni grafici? La codifica alfabetica dialettale è iniziativa limitata alla Basilicata?

Dallo scorso anno dopo diversi mesi di lavoro abbiamo codificato l’ADL (Alfabeto dei Dialetti Lucani) che usa per tutti i fonemi comuni le stesse regole di trascrizione dell’italiano e altri grafemi per quei fonemi estranei all’inventario fonematico della lingua nazionale. L’alfabeto risponde all’esigenza di avere un sistema grafico che consenta ai lucani di poter scrivere secondo regole precise le loro lingue e renderle leggibili anche a chi, non lucano, voglia leggerle. I nostri dialetti sono veramente molto eterogenei e spesso caratterizzati in maniera esclusiva rispetto agli altri da uno o più fonemi. Quindi abbiamo un numero ampio di grafemi anche se la maggior parte, come dicevo, corrisponde a quelli dell’italiano, d’altro canto sono tutte lingue neolatine! I segni grafici scelti seguono criteri ben precisi e sono tutti già presenti tra i fonts del computer. Per esempio per la sibilante palatale (per intenderci la sci- di sciocco) noi utilizziamo il grafema š allontanandoci dal modello proposto dall’italiano perché nei dialetti lucani, contrariamente alla lingua standard, tale fonema può trovarsi anche davanti a consonante o registrare una realizzazione sia geminata che scempia. Quindi avremo cašë “formaggio”, ma caššë “cassa” o ancora mašcaturë. “serratura”. La e con la dieresi esprime la vocale indebolita che è molto frequente nei nostri dialetti. La codifica alfabetica dialettale l’abbiamo realizzata noi in termini generali e unitari in Basilicata, non mi risulta che altre regioni abbiano ideato qualcosa di simile. Noi ovviamente stiamo tenendo incontri in molti comuni lucani per insegnare ad usare l’ADL e devo dire che sta iniziando a diffondersi e ad essere usato.

I dialetti, in quanto produzione umana, sono notoriamente restii a essere incassati in modelli atti alla formalizzazione. Quali sono allora gli strumenti utilizzati per il trattamento dei dati linguistici? Possiamo definire la linguistica computazionale come una buona sintesi interdisciplinare per lo studio di questi dati, o esistono altri apparati?

I dialetti come tutte le lingue possono essere formalizzati, questo non significa certo che la formalizzazione prevalga sull’uso. A dimostrazione che i dialetti possono essere formalizzati c’è proprio il nostro lavoro, volto a creare, dopo la codifica dell’alfabeto dei dialetti lucani, le grammatiche delle lingue della Basilicata. Il problema dei dialetti non è tanto una presunta impossibilità di codificarli, ma la percezione sociale che di essi si è avuta da quando si sono incrementate le grammatiche delle lingue. Infatti, come dicevamo anche all’inizio di questa intervista, l’opinione comune non riconosceva ai dialetti la dignità di lingua e consequenzialmente non molti hanno pensato di scrivere grammatiche delle lingue locali.

Oggi per fortuna il vento è cambiato e vi è una nuova consapevolezza: si parla delle lingue come beni culturali immateriali e della loro tutela.

La linguistica computazionale è di fatto una buona dimostrazione di come anche scienze diverse possano collaborare insieme nella ricerca. L’applicazione di modelli informatici alla lingua o l’uso di sistemi informatici nella sistematizzazione e nell’interpretazione dei dati linguistici facilita sicuramente lo studio delle lingue in ambiti come la fonetica o la sintassi. Poi dipende dal tipo di ricerca che uno studioso vuole intraprendere. Per esempio, se l’oggetto di interesse è invece l’etimologia gli strumenti più efficaci sono altri rispetto a quelli più strettamente informatici.

Noi ci interessiamo soprattutto di evoluzione dei sistemi linguistici, quindi di diacronia, nel tentativo di capire i numerosi fenomeni che oggi caratterizzano le lingue lucane. Tra l’altro, in Basilicata spesso si ha la fortuna di imbattersi in situazioni di mutamento in corso, e questa è una rarità, perché in genere ci si trova piuttosto di fronte a fenomeni conclusi o che stanno appena iniziando.

 

Cos’è l’Atlante Linguistico della Basilicata (A.L.Ba.) e di cosa si occupa?

Il Progetto A.L.Ba. (Atlante Linguistico della Basilicata) è stato ideato da me nel 2007 e da allora lo coordino con il sostegno e il finanziamento della Regione Basilicata: sono ormai 12 anni. Da marzo 2018 il progetto A.L.Ba. è diventato Centro Interuniversitario di ricerca in Dialettologia, di cui sono la direttrice.

Nel corso dei suoi 12 anni di attività il Progetto A.L.Ba. ha organizzato cinque Convegni Internazionali di Dialettologia che hanno visto la partecipazione di autorevoli studiosi provenienti dalle più prestigiose Università nazionali e internazionali. Il sesto si terrà quest’anno ad aprile. I contributi discussi nel corso degli incontri sono già confluiti in cinque volumi di atti.

La Basilicata, per la sua particolare posizione geografica, ed essendo stata per secoli terra di transito per molti popoli, conserva un patrimonio linguistico in larga parte inesplorato e rappresenta un unicum, per molti versi, all’interno del panorama delle lingue romanze.

L’A.L.Ba. raccoglie il lessico di tutti i dialetti della Basilicata, parlati nei 131 comuni e nelle frazioni, che spesso presentano una parlata diversa rispetto al comune a cui amministrativamente appartengono.

Fino ad oggi sono stati pubblicati quattro volumi dell’A.L.Ba. e tre bollettini.

L’Atlante Linguistico della Basilicata è prettamente un atlante lessicale, ma la presenza di sintagmi o di paradigmi aggettivali ci consente anche interessanti spunti di morfologia e di sintassi.

Il primo volume, pubblicato nel 2010, raccoglie il lessico relativo ai nomi di parentela e ai nomi delle parti del corpo.

Il secondo volume, pubblicato nel 2011, raccoglie i numeri e i lessemi utilizzati per la scansione del tempo non meteorologico (giorni, mesi, ecc…)

Il terzo volume, pubblicato nel 2015, raccoglie i nomi delle parti della casa contadina e i nomi degli utensili domestici ormai in disuso.

Il quarto volume, pubblicato a dicembre 2017, raccoglie i lessemi relativi alle fasi della vita dell’uomo, al tempo meteorologico e ad alcuni paradigmi verbali e aggettivali di particolare interesse.

Un Atlante ferma le parole sulla carta e quindi è un importante strumento di studio e di tutela del patrimonio, ma certo non può bastare in un discorso di reale salvaguardia; come dicevamo prima, bisogna creare anche molte altre attività a tal fine.

La dialettologia non è disciplina soltanto italiana, e il carattere internazionale del centro studi lo sottolinea. Ha notato nella ricerca italiana un tipo di approccio diverso in comparazione a quello di altri Paesi? Siamo più conservatori o più progressisti nei confronti dei nostri dialetti?

In effetti i colleghi con cui ci rapportiamo o con i quali collaboriamo sono tutti studiosi prevalentemente di dialetti italiani. La situazione linguistica italiana risulta molto più interessante e complessa rispetto a quella che si registra in altri paesi europei. La frammentazione politica che nel tempo ha vissuto la penisola italiana è uno dei motivi alla base della ricchezza linguistica che rileviamo oggi, ovviamente assieme ad altri e vari motivi.

Rispetto al nostro ricco patrimonio dialettale, noi Italiani siamo stati storicamente conservativi, ma oggi si registra una tendenza forte all’omologazione verso il modello italiano, anche se i dialetti non godono generalmente di cattiva salute.

Tengo ad informare chi fosse interessato che può contattarci all’indirizzo di posta elettronica segreteriaprogettoalba@gmail.com, al numero di telefono del C.I.D. 0039 0971 202484 o sulla nostra pagina Facebook, basta cercare progetto alba. Inoltre a breve sarà attivo il nostro sito sulla home page dell’Università della Basilicata sotto la voce “servizi” in alto a destra.

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