In primo piano · Libro d’artista

Maria Gioia Tavoni intervista Corrado Mingardi

Professore di scuola media, una vita trascorsa ad insegnare, Corrado Mingardi, parallelamente alla scuola ha dedicato all’amor di libro e alla sua terra ogni spazio libero. Oltre a dotarsi di una collezione di libri d’artista considerata fra le più importanti del mondo, Mingardi, lettore onnivoro, non ha mai lesinato il suo aiuto alla biblioteca della propria città, Busseto, gestita dalla Fondazione Cariparma, alla quale Mingardi ha ceduto il suo grisbì di carta, ora alloggiato nella biblioteca della quale il professore continua ad essene fruitore e, nel contempo consulente e direttore onorario. Ha coltivato altresì la passione per la musica, privilegiando Giuseppe Verdi che a Busseto deve i natali e che da giovane frequentò la locale biblioteca. Di Verdi Mingardi ha intessuto più di una monografia, e per ognuna delle sue passioni ha studiato e dato alle stampe tanto, e tutte opere di notevole momento. Chiamato più volte all’estero, in particolare in Spagna, a Salamanca, città nella quale è stato invitato dal celebre letterato-bibliografo-bibliologo, maggiore interprete di Bodoni Pedro Manuel Cátedra García, ha più volte prestato i suoi capolavori per mostre sul libro d’artista. La generosità lo ha sempre contraddistinto, è la sua cifra. Cerchiamo ora di conoscere più da vicino come è nata e si è sviluppata in Mingardi la bramosia per il bel libro.

Le varianti che portano a formare una collezione sono tante: dal ricercare il ‘bello’ sotto vari aspetti, all’auspicare una tesaurizzazione del proprio patrimonio ‘adunato’, fino al solo bisogno di possedere. Per come si colleziona, Giampiero Mughini si è pronunciato nelle pagine introduttive al catalogo di vendita della propria importante raccolta libraria: «…è un tragitto più o meno lungo che va dall’ardore alla melanconia e alla rinuncia». Può dirci, professore, qualche passaggio del “tragitto” che l’ ha maggiormente ‘segnato’ nel rincorrere alcuni capolavori del libro a stampa?

Nel presentarmi, si fa riferimento al mio servizio presso la biblioteca bussetana, servizio che da volontario divenne regolarizzato fin dal 1969, e quindi ormai cinquantennale. Di essa è bene pur sapere un poco storia e natura, e cioè come dal 1768, anno della cacciata ducale dei Gesuiti e confisca dei loro beni librari, ne fosse affidata la gestione al locale Monte di Pietà, per passare nel tempo alla Cassa di Risparmio di Parma e in seguito alla Fondazione Cariparma. In suo possesso sono nel fondo antico 21 incunaboli, 550 cinquecentine e migliaia di volumi dei secoli successivi, che via via per aggiornamento continuo sono giunti a contare oltre 80 mila opere a stampa. Per me ragazzo fu fatale, o meglio provvidenziale, essere la biblioteca ubicata nella stradina retrostante casa mia, ed essere diretta da persona che mi aveva in simpatia, generosa di consigli e di libertà di fruizione. La mia frequenza vi data davvero dalla fanciullezza, per cui l’amor mio del libro trova una qualche non piccola giustificazione in tali circostanze felici. La biblioteca, chiuso luogo di silenzio, si aprì per offrirmi un mondo di sollecitazioni ideali, di avventure virtuali, dove le parole si facevano voci e le figure miraggi, richiami entrambi, invitations au voyage, seppur fragili chiavi per riconoscere il presente attraverso il passato. In casa non c’erano molti libri, ma non mancavano, ad esempio, le pubblicazioni del Touring Club ad illustrare i tesori artistici delle regioni d’Italia, e tanti libretti d’opera, che allora servivano per ascoltare alla radio i capolavori del melodramma, quelli di Verdi in primis venerato nume senza riserve in famiglia. Ad una zia poi devo, nella prima adolescenza, il dono ogni estate dei cataloghi delle grandi mostre veneziane che lei visitava e portava al ritorno dai fanghi di Abano Terme. La mia curiosità visiva, vorace e dispersiva, per la pittura e l’arte in generale, credo proprio germinasse da allora. La scuola, l’università, i viaggi fecero poi il resto, molti viaggi precoci per l’Europa, pellegrino nei musei, nelle cattedrali, più che nel vivo della natura, col contagio di goderla la natura troppo mediata dalla parola dei poeti e delle opere dei pittori, come ancora mi accade.

Goncharova

Il suo ‘innamoramento’ ha riguardato non unicamente i libri d’artista ma dapprima il libro antico, dalle caratteristiche anche iconografiche importanti. Ricordo quanto lei mi raccontò a proposito del prodotto tipografico must del Rinascimento, l’Hypnerotomachia Poliphili, («Combattimento amoroso, in sogno, di Polifilo») che segna l’apice estetico del catalogo di Aldo Manuzio il vecchio, di cui lei entrò in possesso non solo una volta. Che cosa inizialmente fece scaturire la sua passione per gli incunaboli illustrati e comunque le opere a stampa con iconografie importanti?

Depero

Avevo cominciato presto a coltivare interesse per la storia del libro in generale e più propriamente per il libro a stampa, per la sua evoluzione formale attraverso i secoli, affascinato dalle legature, dai caratteri e soprattutto dalle illustrazioni e dalle loro tecniche incisorie. Bodoni a Parma costituiva da sempre un mito, il mito della armoniosa e rigorosa tipografia, e io ne fui conquistato da divenirne collezionista con una progressione di acquisti partita non dalla produzione per così dire minore, ma dai vertici, addirittura dall’inarrivabile Iliade in-folio dedicata a Napoleone. La mia avventura bodoniana, che da sola costituisce capitolo fondamentale della mia passione collezionistica, mi condusse all’acquisto di tutti i suoi capolavori, dai Manuali tipografici ai classici latini, greci, italiani e francesi. Il passo successivo, nel giro di pochi anni, fu raccogliere le opere dei tipografi storici delle origini e poi da Aldo Manuzio in avanti fino ai Didot, Ibarra, Baskerville e nel ‘900 a Mardersteig e Tallone. Pur avendo ceduto quasi in blocco, nei primi anni ’90, all’amico Franco Maria Ricci la mia raccolta bodoniana, che della sua splendida e sterminata costituisce ora una parte rilevante, io resto certo bodoniano di ferro e come studioso del sommo tipografo, al quale ho dedicato parecchi saggi e mostre, e come membro da una trentina d’anni del consiglio d’amministrazione del Museo Bodoniano di Parma a rappresentarvi la Fondazione Cariparma, finanziatrice del museo stesso. La vendita invece degli incunaboli greci e latini e di altri libri importanti non fu totale perché trattenni tra altri, il Polifilo (Venezia 1499) e il Liber cronicarum (Norimberga 1493), l’uno e l’altro capisaldi dell’illustrazione xilografica mai forse superati per bellezza e fama. Ma fare riferimento solo alle loro illustrazioni è fortemente riduttivo. Fui costretto invece a separarmi dal De divina proportione di Luca Paciolo (Venezia 1509), per non lasciarmi sfuggire Jazz di Matisse apparso ad un’asta in Italia credo per la prima volta.

Si parla della sua collezione di libri d’artista come una delle più belle in chiave internazionale. Quale fiuto estetico le ha consentito di dotarsi di alcuni libri considerati non solo fra i più importanti del mondo, ma ritenuti fra i capolavori dell’arte iconico-verbale?

Non parlerei soltanto di fiuto, ma, a monte, di sensibilità coltivata. E prosasticamente, da un certo momento, quel momento, della disponibilità imprevista di un lascito ereditario famigliare. Senza trascurare i consigli di librai intelligenti e la pratica, intanto acquisita, del mercanteggiare, la commedia cioè del tergiversare, del procrastinare la conclusione delle trattative. Pratica acquisita poi veramente, se l’amico libraio parigino Lucien Desallemand mi paragonò più volte negli acquisti ad un cinghiale irruente?

La riscoperta del fascino estetico contenuto in un libro si coniuga oggi con l’aver riscoperto l’importanza dell’architettura della pagina, soprattutto di tipografia manuale. Non sembra invece che lei abbia cercato il binomio ‘arte-bei caratteri di stampa’: la sua passione è prevalentemente orientata all’immagine, nei cui confronti il suo interesse risulta ‘ecumenico’, non privilegiando un periodo particolare, non una sola scuola, il figurativo così come l’astratto. Perché si è rivolto al libro e non al quadro?

Picasso

Ne convengo in parte, perché spesso in me la visione è immediatamente sollecitata dalla potenza dell’immagine, soprattutto se opera dei protagonisti più geniali dell’arte moderna, sempre sperimentali e provocatori, ma personalmente coerenti. Solo Picasso e Matisse si permisero di non essere in sé coerenti, capaci com’erano di rinnovare di continuo lo stupore e di continuo toccare così anche nei libri i vertici grafici e coloristici del secolo. Quanto al binomio “tipografia e figura”, esso è presente negli esiti esemplari della mia raccolta provenienti dalla produzione editoriale del Giovanni Mardersteig, là dove i migliori artisti italiani si lasciarono coniugare in armonia sulle pagine impresse sotto il suo torchio a mano nella mitica Officina Bodoni a Verona. Si veda, su tutti i volumi da lui stampati, Il Milione di Marco Polo del 1942 con le litografie di Massimo Campigli.

Rigorosa tipografia e illustrazione di pregio vanno di pari passo nei libri editi dal sodalizio bibliofilo I Cento Amici del libro, dove si verifica l’incontro, o meglio dire il dialogo tra uno scrittore, poeta o prosatore che sia, che offre un suo testo inedito, e un artista figurativo o astratto che lo accompagna in libera adesione, e così ne viene accresciuto di molto il pregio del libro. In ciò la Francia aveva fornito alla mia raccolta esempi mirabili fin dai primordi del “libro d’artista”. Mi vanto inoltre di possedere il meglio dei libri futuristi italiani, modelli di tanta tipografia rivoluzionaria ai russi e ai dadaisti. Non aggiungo nulla sull’azione maieutica degli editori, davvero lungimiranti, nella concertazione del libro d’artista: sarebbe da parte mia aria solo rifritta.

Mattioli

Fra gli scolari e i molti giovani che la contornano con il grande piacere di poter attingere ai suoi saperi, è mai riuscito ad accendere il fuoco del collezionismo? Ed è stato prodigo della sua raccolta nel farne oggetto di conoscenza, quasi in forma didattica ai suoi scolari?

Sono sempre stato restio ad alimentare direttamente negli amici e negli allievi qualsiasi tipo di “fuoco collezionistico”, anzi me ne sono guardato dal farlo. Conosco bene da sempre ciò che comporta tale fuoco in lacerazione passionale, in rovello diuturno, in sensi di colpa. Tuttavia, poiché credo nella condivisione della bellezza, non ho saputo mai trattenermi nel presentare i volumi che ho collezionato, dal comunicare, ingenuamente vanitoso, il mio entusiasmo. E l’entusiasmo si sa, è contagioso. E’ capitato, e ancora capita, per poi rammaricarmene. 

Ma è proprio vero che dopo l’attuale mostra Pagine da collezione al Labirinto di Franco Mara Ricci, che resterà aperta fino al marzo 2019 e dove sono esposti i maggiori capolavori della sua raccolta, sospenderà le incursioni in cataloghi cartacei, on line e pure d’asta alla ricerca del ‘pezzo’ che non ha? Ricordo che così mi disse sempre a Busseto mesi fa, ovvero di voler chiudere con gli acquisti, proposito tuttavia contraddetto dal modo in cui recentemente si è procurato un rarissimo libro d’artista di Burri, per il quale molti sospiravano, io compresa. Quali sono, oggi, le sue vere intenzioni?

Burri

Confermo qui le mie intenzioni con solenne giuramento. L’acquisto del libro di Alberto Burri, il suo rarissimo primo libro, e l’acquisto fatto quasi in contemporanea con una bella brochure arricchita da due concetti spaziali di Lucio Fontana, avevano la giustificazione seguente. Il catalogo della mia collezione era in corso di stampa e mi solleticava troppo l’idea di inserirvi in extremis queste opere. Lo feci anche come sigillo dell’ultimo sacrificio. Ora, raschiato il fondo del barile e registrata con atto notarile la mia donazione alla storica biblioteca bussetana della Fondazione Cariparma, è venuto il momento, a ottant’anni compiuti, di tirare i remi in barca e pensare a salvar l’anima.

 

Mi permetta di congedarmi da lei, caro professore, con un aforisma che mi sembra le calzi a pennello: Il lupo perde il pelo ma non il vizio.

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