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La serena dolcezza della terra. A proposito di una mostra di ceramica celadon di Kawase Shinobu, di Lorenzo Amato

Il Musée Tomo di Tokyo celebra i cinquanta anni di attività di Kawase Shinobu (n. 1950), uno dei massimi esponenti mondiali dell’arte della ceramica celadon, con 109 opere rappresentative di tutta la sua carriera. La mostra, intitolata Kawase Shinobu: Fifty Years of Celadon Making (23 novembre 2018 al 24 marzo 2019) non è la prima dedicata a Kawase presso il Musée Tomo. La fondatrice del museo, Kikuchi Tomo (1923-2016) era infatti una ammiratrice di Kawase, e già nel 2011 aveva promosso una retrospettiva delle sue opere più celebri. In occasione della nuova mostra sono esposte per la prima volta anche opere create nel 2018: motivo di ulteriore interesse per questo piccolo evento.

Non è possibile parlare della mostra senza prima dire qualcosa della struttura museale: gestito dalla dalla Kikuchi Foundation, l’edificio è costruito con forme e spazi che richiamano la tradizione giapponese, ma con materiali moderni (es. il cemento vivo), in una ricerca neo-tradizionale che sfida la definizione di post-moderno, e richiama la ricerca di una continuità più profonda con il passato, che inglobi e rielabori in questo senso suggestioni contemporanee. Anche per questo la sperimentazione di Kawase sul celadon si sposa benissimo con la filosofia che ha sotteso alla costruzione del complesso. Erede di una famiglia di ceramisti specializzati nella porcellana decorata, Kawase Shinobu scelse a soli 18 anni di confrontare la propria sensibilità moderna con un tipo di arte estremamente connotata per significati e stili, come appunto il celadon.

Il celadon (in giapponese seiji) nasce come arte formalizzata in Cina durante la dinastia Song (960-1270), da dove poi si diffonde in tutta l’Asia. Il picco dell’arte del celadon è considerata la produzione Guan dei forni imperiali di Chiao-t’an, durante i secoli XII-XIII (dinastia Song Meridionale). Il prestigio del celadon deriva da tanti fattori: prima di tutto dalla difficoltà, vista l’alta percentuale di rottura o fallimento durante la cottura (80%). E soprattutto dal caratteristico colore azzurro e poi azzurro-verde, dovuto alla presenza di ferro nello smalto vetroso. La somiglianza di tali colori con le varietà della giada divenne essenziale: alla giada in Cina è attribuito un valore spirituale, e per questo in epoca Song i manufatti in celadon poterono sostituire il bronzo in tutte le funzioni rituali e istituzionali, ricevendone ulteriore prestigio sociale.

Ed è proprio ai capolavori cinesi di epoca Song che Kawase Shinobu ricollega la propria ricerca, anche spirituale, di un ritorno alla semplicità e alla leggerezza delle origini. Con una tecnica di modellazione estremamente precisa e consapevole, Kawase ha elaborato una sua estetica distintiva, che consiste nella ripresa degli stili della dinastia Song Settentrionale (che Kawase poté apprezzare nelle sue visite al museo di Taiwan), sviluppati però secondo criteri estetici moderni. Lo studio della scultura di epoca Tang, unito alla pratica delle arti giapponesi e alla frequentazione di atelier e contesti contemporanei, hanno permesso a Kawase di ignorare consapevolmente la soluzione di continuità con i maestri cinesi, interpretandone l’estetica in modo personalissimo, e divenendo così uno dei più importanti rappresentanti della ceramica giapponese contemporanea. Le sue opere sono spesso esposte anche in Occidente, sia in mostre collettive che personali: l’ultima retrospettiva a lui dedicata è stata The Blossoming of Celadon, Seiji no kaika, Kawase  Shinobu, tenutasi nel 2014 presso la galleria Joan B Mirviss di New York.

Le opere di Kawase mostrano una ricerca estetica caratteristica, che è stata definita da espositori e critici con gli attributi di ‘soffice’ e malleabile’. Questa suggestione visiva è data dallo studio del rapporto fra forme, essenziali, ondulate e movimentate, e il colore, molto spesso monocromo (azzurro nei primi lavori, tendente al verde-giada negli ultimi). Se nei primi lavori, in continuità con i manufatti di epoca Song, Kawase tendeva a linee marcate, e quindi a ombre nette, in quelli più recenti c’è una ricerca di semplicità e organicità che smorza gli spigoli in avvallamenti e curvature, con il risultato di rendere le ombre dolci e graduali. La vetrinatura monocroma del celadon diventa così ricerca della serenità e della sensualità delle forme, con una tendenza, molto moderna, verso la forma pura.

 

 

Gli oggetti di Kawase sono generalmente piuttosto piccoli e discreti, e in un ambiente ricco di oggetti, magari più ‘ingombranti’, rischierebbero di scomparire. Nelle tre stanze principali della mostra i manufatti sono disposti secondo una disposizione curvilinea, che richiama l’estetica dell’artista, e sono isolati l’uno dall’altro da un’illuminazione ambientale bassa, molto intima e quasi sacrale. In questo modo il rapporto di linee e forme si definisce con evidenza sullo sfondo nero, e ogni teca appare come una piccola nicchia, dove vengono valorizzate tutte le sfumature dei colori sereni del celadon.

In una sorta di auto-introduzione presente nel catalogo (The “Opportunities” Conferred upon Me, pp. 144-145) Kawase sottolinea il significato profondo della trasformazione dell’argilla grezza in forme solide ma leggere e dinamiche, suggerendo come durante il processo di modellazione l’elemento più importante sia proprio la terra. È infatti la terra, scrive Kawase, a guidare la mano dell’artista verso la forma finale. Il processo di modellazione è quindi anche un rapporto con la materia grezza, che rappresenta lo stadio più antico di ogni opera di ceramica, e che in un certo senso ne prefigura l’esito finale, ovvero il momento inevitabile della rottura e frammentazione.

 

 

 

Come accadeva anche in Europa (il caso più celebre è quello del monte Testaccio di Roma) in Cina e in Corea le opere scartate, rotte o comunque inutilizzabili erano gettate in grandi depositi, spesso vicini ai forni. Per gli artisti moderni che studino le tradizioni ceramiche del passato non c’è suggestione più grande che vedere emergere da cumuli di terra anche millenari frammenti di capolavori dimenticati. Per questo una stanza della mostra è dedicata all’emersione ‘floreale’ di ceramiche antiche, con frammenti e cocci semisepolti disposti nella terra. Kawase presenta così il suo lavoro di apprendistato ‘archeologico’ della ceramica Song, ma allo stesso tempo prefigura il destino inevitabile di rottura, e quindi di ritorno alla terra, dei suoi lavori. Il percorso di scoperta-creazione-distruzione è però ciclico: forse un giorno maestri di epoche future scaveranno e rinveniranno le opere di Kawase, e le utilizzeranno come ispirazione per nuove forme e nuovi capolavori. In questo senso la terra garantisce una comunione di ispirazione e una continuità di idee che va oltre le epoche e sfida la Storia.

Il mistero della terra, pesante e dura ma madre di tutto ciò che è leggero e soffice, è rappresentato in mostra con l’esposizione di alcune delle opere più recenti sopra a blocchi di argilla grezza compattata. Terra sacra, ricavata dalle fondamenta di uno dei luoghi di culto più antichi del Giappone, ovvero il tempio Yahushi-ji di Nara.

La contrapposizione fra la terra rossa e i manufatti per solito verdi o azzurri di Kawase illustra l’armonia dialettica ricercata dall’artista. La terra grezza è ruvida, ricca di forme spezzate, angolate, e di ombre nette. Il celadon invece è sinuoso, morbido, ondulato, e di dolcissima ombreggiatura. La terra appare pesante, mentre il celadon evoca la leggerezza dell’acqua e dell’aria. E infine le forme di base (il quadrato della terra e la circolarità di molti oggetti in celadon) si prestano a ulteriori interpretazioni filosofiche e religiose.

Il catalogo della mostra, Kawase Shinobu: Fifty Years of Celadon Making, Tokyo, Kikuchi Foundation, 2018, 152 pp., è un libro piccolo e, fatto salvo il già menzionato testo di auto-presentazione di Kawase, non contiene saggi o analisi di respiro. È tuttavia molto bello, grazie a fotografie a tutta pagina e sfondo nero, che proprio come in mostra valorizzano le forme e i colori delle opere esposte.

Nel complesso, mi pare che la mostra, per quanto piuttosto contenuta, riesca benissimo a rappresentare la complessità della ricerca artistica e intellettuale di Kawase. Non facilissima da trovare (consiglio di raggiungere il Musée Tomo con un qualche servizio di navigazione gps) la raccomando vivamente a ogni appassionato di ceramica. Ma la raccomando anche a chi si interessi alla complessa sintesi fra la spiritualità delle tradizioni artigiane e i dinamismi dell’estetica contemporanea che sottende alla ricerca artistica dei più grandi maestri delle arti giapponesi.

 

Kawase Shinobu: Fifty Years of Celadon Making (23.11.2018 – 24.3.2019)

Musée Tomo: http://www.musee-tomo.or.jp/exhibition_english.html

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