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Ottant’anni senza Antonio Machado, di Roberta Alviti

Y podrás conocerte recordando

del pasado soñar los turbios lienzos,

en este día triste en que caminas

con los ojos abiertos.

De toda la memoria, sólo vale

el don preclaro de evocar los sueños

Oggi è il 28 febbraio. Non abbiamo dimenticato Antonio Machado, morto il 22 febbraio di 80 anni fa.

Machado non è un poeta da coup de foudre. È un poeta che si studia a volte con mala grazia, di fretta, perché lo studente di Letteratura spagnola è impaziente di abbeverarsi dei versi d’amore di Salinas, d’amore e morte di Lorca, oppure quelli della stella luminosa che fu Miguel Hernández. Io stessa l’ho studiato così, come un passaggio obbligato che portava a una poesia altra. Al contrario, il mio professore di Letteratura spagnola all’Università amava moltissimo Machado; ricordo un pomeriggio di novembre grigio e piovigginoso: «Una tarde parda y fría / de invierno. Los colegiales / estudian. Monotonía / de lluvia tras los cristales»; il Professore disse che era un bellissimo pomeriggio machadiano, ideale per studiarne la poesia.

Per molto tempo ho detto, in maniera assertiva, che non mi piaceva Machado. Ma nei miei corsi le poesie di Machado c’erano sempre, anzi erano sempre più presenti. Lette e commentate, i loro versi divenivano mantra per i miei studenti. Un giorno mi sono chiesta «Dico sempre che non mi piace Machado. Poi finisco sempre per parlare di Machado, citare Machado, leggere uno, due, tre testi di Machado».

Allora ho capito: io amavo Machado, quei semi amorosi gettati tanti anni prima erano germogliati di un amore tranquillo, ma potente e costante.

Machado era di una buona famiglia sivigliana, una famiglia di liberi pensatori di progressisti; viaggiò varie volte a Parigi negli anni dell’entresiglo. E nella capitale francese venne in contatto con Oscar Wilde, Jean Moréas e il nume del modernismo, il nicaraguenamigliase Rubén Darío. A Madrid, il giovane Antonio aveva già avuto modo di frequentare l’ambiente letterario e teatrale: conobbe e frequentò personalità del calibro di Azorín, Miguel de Unamuno, Juan Ramón Jiménez e Ramón Pérez de Ayala.

Antonio divenne prima uno studente e poi un insegnante di Lingua e Letteratura francese. Ma soprattutto e prima di tutto capì che voleva essere un poeta. Nel gennaio del 1903 venne pubblicato dall’Imprenta Álvarez di Madrid Soledades, la prima raccolta machadiana; è un volume che la critica, tuttora, non ha incertezze nel definire modernista. Tuttavia, il modernismo di cui Machado si fa latore è riconducibile solo in parte al modernismo ispanoamericano, o per meglio dire, rubendariano; rinuncia alla poderosa architettura retorica, all’opulenza lessicale, al marcato impersonalismo. È un modernismo, alla cui codificazione contribuirono anche il fratello di Antonio, Manuel e un giovane Juan Ramón, sub specie Hispaniae, nel quale convergono e scolorano parnassianesimo e simbolismo.

Il modernismo machadiano, che solo in parte coincide con quello spagnolo, dal punto di vista formale predilige l’assonanza e la combinazione di versi endecasillabi e settenari e occasionalmente, utilizza distici di alessandrini; la sua poesia, solo apparentemente semplice, in realtà ricca di echi fonici e semantici, ha un proprio personalissimo codice retorico, possiede quella che qualche anno più tardi Pío Baroja avrebbe chiamato «la retorica del tono menor». A differenza del modello rubendariano, il modernismo machadiano non rinuncia alla visione della realtà circostante, ma ne fa l’oggetto attraverso il quale il poeta è capace di gettare un ponte tra presente e passato; il passato, costantemente evocato con struggente e malinconica nostalgia, è essenzialmente la sua infanzia sivigliana: si pensi all’ossessività con la quale il limonero del patio della Casa de las Dueñas ritorna nella sua poesia: «El limonero lánguido suspende», Pobre limonero de fruto amarillo / cual pomo pulido de pálida cera» «¡El limonar florido, / el cipresal del huerto…».

Il giovane Machado, il poeta di Soledades, già allievo di Bergson percepisce la realtà come una stratificazione di diversi livelli temporali e diversi stati di coscienza: le «morte stagioni» ridiventano vive, e dialogano con la «presente e viva». Tutto ciò è possibile grazie a improvvise ed epifaniche rivelazioni di tipo sensoriale: un suono appena percepito, uno scorcio solo intravisto, un lieve odore, alla maniera di una madeleine proustiana, lo immergono in un déjà-vu, in un flusso di ricordi.

Non vanno dimenticate le risonanze barocche e gongorine della sua prima produzione machadiana, che non a caso confluiscono nella raccolta che porta il titolo di Soledades, un omaggio al poeta cordobese che anticipa di quasi tre decenni quello dei ragazzi del ’27.

E tutto ciò fa di Antonio un poeta avanguardista. Il che, per noi lettori dalla categorizzazione semplice, è abbastanza sconcertante: da decenni Machado è stato antologizzato, è diventato un poeta studiato nelle scuole, un poeta canonico, accademico.

Già adulto, trasferitosi a Soria, vi conobbe la giovanissima Leonor Izquierdo che sarebbe diventata sua moglie nel 1909 e saerebbe morta poco dopo.

Il periodo soriano gli ispirò la composizione di Campos de Castilla, pubblicato nel 1912, che sancì la sua definitiva consacrazione. La raccolta, nella quale in poeta, superando la tendenza allo scandaglio interiore, all’intimismo, aderì alle istanze della Generación del 98 e mette al centro della propria osservazione il paesaggio castigliano, per lo più ostile, adusto, ma a volte sorprendente nella vividezza dei suoi colori, dei suoi suoni: «No será, cual los alamos cantores / que guardan el camino y la ribera / habitado de pardos ruiseñores».

L’osservazione attenta, partecipe, ecologista ante litteram, si snoda su una linea temporale distinta da quella che marca la sua interiorità. È costante, infatti, in Campos

la meditazione sul contrasto tra il passato glorioso della Castiglia e il suo presente miserabile senza prospettive, meditazione che si volge con frequenza in riflessioni di tipo filosofico. Vi sono, comunque, nel volume vette liriche di grande preziosità, com’è il caso di «A un olmo seco».

I testi e l’iconografia ci hanno restituito l’immagine di un Machado malinconico, accigliato: non fu così, o almeno non sempre. Machado fu un uomo limpido, buono, mite, grondante di umanità, molto preoccupato per la realtà sociale e politica del suo tempo.

Non possiamo parlare di un Machado comunista -fu sempre contrario al dogmatismo filosofico e politico-, ma di un uomo e di un intellettuale che fin dal 1931 difese senza tentennamenti, la Republica, la cui bandiera issò sulla sua casa di Segovia.

I versi «Si mi pluma valiera tu pistola / de capitán, contento moriría», tratti dal sonetto dedicato a Líster, eroico combattente nella valle dell’Ebro, sono quelli che forse meglio illustrano gli ultimi anni della sua vita; l’impegno per la legittimità della Repubblica, l’apego a la patria, ne fecero uno dei simboli più detestati dai nazionalisti e lo condannarono ad un esilio forzato. Sua nipote Leonor più volte ha dichiarato che il poeta fu sempre riluttante all’esilio, ma la paura che qualcosa potesse accadere alla sua famiglia lo costrinse a intraprendere con i suoi parenti un lungo e accidentato viaggio da Madrid,  attraverso Valencia, Barcellona, fino ad arrivare nel paesino francese di Collioure dove morì venti giorni dopo aver attraversato il confine, il 22 febbraio di 80 anni fa.

Ma non vogliamo parlare della sua morte, terribilmente struggente che ancora duole a chi lo legge e chi lo ama. La sua morte non può essere la cifra della sua vita.

La sua vita fu bellezza, limpidezza, grazia:

¡Oh soledad, mi sola compañía,
oh musa del portento, que el vocablo
diste a mi voz que nunca te pedía!,
responde a mi pregunta: ¿Con quién hablo?

Ausente de ruidosa mascarada,
divierto mi tristeza sin amigo,
contigo, dueña de la faz velada,
siempre velada al dialogar conmigo.

Hoy pienso: Este que soy será quien sea;
no es ya mi grave enigma este semblante
que en el íntimo espejo se recrea,

sino el misterio de tu voz amante,
Descúbreme tu rostro, que yo vea
fijos en mí tus ojos de diamante.
(«Los sueños dialogados», IV)

[«Solitudine, sola compagnia, / musa (e magia) che non richiesta hai dato / quella parola per la voce mia!, / “con chi parlo?”, rispondi, io t’ho pregato. // Assente da gioiosa mascherata, / la mia tristezza senza amici io reco, / signora, in tua balia; sempre velata, / velato il volto conversando meco. // Oggi penso all’essenza mia segreta; non è il mio grave enigma quel sembiante / che nello specchio intimo s’allieta; // altro è il mistero: la tua voce amante. / Scopri il viso; ch’io scorga la mia meta: / in me fissi i tuoi occhi di diamante». (Antonio Machado, Tutte le poesie e prose scelte, traduzioni poetiche di Oreste Macrì, a cura di Giovanni Caravaggi, Milano, Mondadori («I Meridiani»), 2010, p. 500].

Il 22 febbraio 1939 morì Antonio Machado. Un uomo, un poeta.

«Abbiamo perso un poeta, e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono solo tre o quattro dentro un secolo. Quando sarà finito questo secolo Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta». Le parole che Moravia pronunciò nell’elogio funebre di Pasolini possono, senza tema di smentita valere anche per Antonio Machado. Che noi non abbiamo dimenticato.

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