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La poesia, la letteratura, la musica arricchiscono la nostra mente e il nostro spirito, ci fanno crescere e ci rendono liberi. Christina Linares intervista Gabriele Morelli

Professore, Lei è un noto ispanista italiano che ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui “La encomienda de Isabel la Católica” dalle mani del re di Spagna Felipe VI. Sono molti gli anni di studio che ha dedicato ai poeti spagnoli e ispanoamericani: come è nata la sua passione per la letteratura ispanofona?

Io ho avuto una formazione classica; ho studiato a Siena in un collegio dei padri vincenziani, i cui professori avevano una visione ampia della letteratura e in genere della modernità e, soprattutto, erano interessati a farci conoscere il ricco repertorio della grande letteratura europea dell’Ottocento e del Novecento; così, fin da ragazzo, ho potuto leggere e apprezzare gran parte del repertorio letterario del simbolismo francese, in particolare le opere di Verlaine, Baudelaire, Rimbaud, ecc., ma anche i grandi scrittori della letteratura inglese e tedesca, poiché erano autori che uno studente italiano del liceo doveva conoscere. Dovevo sapere, per esempio, chi era Goethe, chi era Shakespeare o Joyce; lo stesso vale per la letteratura russa che ho scoperto più tardi attraverso la lettura delle opere di Dostoevskij, Checov e Tolstoj, come pure delle raccolte di versi dei poeti Esenin e Majakovskij. Al contrario l’unica letteratura (e lingua) che non conoscevo era proprio quella spagnola, di cui era difficile trovare testi nelle librerie italiane, e il motivo era dovuto al fatto che la Spagna, durante il periodo della lunga dittatura di Franco, era un paese fuori dalla cultura delle democrazie europee. Non esistevano relazioni dirette e accessibili per uno studente italiano; io conoscevo solo i nomi di Cervantes, Lope de Vega e Calderón de la Barca. Quando mi sono scritto all’Università Bocconi di Milano, Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, ho subito scelto, fra le varie lingue europee, appunto quella che non conoscevo, la spagnola, anche se all’epoca, siamo negli anni Sessanta, tale scelta era considerata assurda e irragionevole perché non portava a nessuna futura occupazione o insegnamento (esistevano poche cattedre di lingua spagnola in Italia; credo che in tutta Milano ce ne fosse solo una). Insomma era stata una scelta vocazionale, come farsi prete o frate. Gli studenti dell’Università Bocconi iscritti al magistero di spagnolo erano, se ben ricordo, una quindicina in tutto, per lo meno quelli che frequentavano da me conosciuti. La nostra professoressa, Juana Granados de Bagnasco, era una donna comprensiva ma molto esigente; ricordo che il secondo esame di Letteratura spagnola era sul periodo classico e barocco, e noi studenti dovevamo conoscere tutte le grandi opere dell’epoca. Io arrivai con due valigie zeppe di libri che la professoressa mi fece aprire e fra quelli scelse le Soledades di Góngora, i Sueños di Francisco de Quevedo e, per l’interrogazione, alcune commedie di Lope de Vega, Calderón de la Barca e, naturalmente, il Don Quijote. Inoltre la professoressa pretendeva che ogni anno, durante l’estate, andassimo in Spagna e le inviassimo delle cartoline per documentare la nostra presenza nelle varie città d’arte, tanto che noi, giovani senza soldi (a quell’epoca la povertà era lo stato normale dello studente), ci organizzavamo facendo delle collette in modo che un solo compagno potesse viaggiare nel lontano paese (lontano poiché difficile da raggiungere con il solo mezzo a disposizione, il treno) e spedisse alla nostra docente cartoline che recavano tutte le firme contraffatte.

Come tesi dottorale proposi La poesia di Miguel Hernández, autore allora del tutto sconosciuto non solo in Italia ma anche in Spagna; ancora oggi tutti mi chiedono le ragioni di questa scelta, trattandosi di un poeta che neppure appariva nei due grandi tomi della letteratura spagnola di Valbuena Prat, di cui era dotata la biblioteca del nostro istituto e che io avevo comprato in uno dei miei primi viaggi in Spagna. Il motivo era dovuto alla conoscenza di una compagna di studi, da poco giunta dall’Argentina, la quale aveva copiato nel suo “album” – una sorta di diario intimo femminile – pensieri e impressioni, ma anche canzoni e testi poetici che le erano sembrati particolarmente interessanti; tra questi c’era una poesia di Miguel Hernández, la Nana de la cebolla, che probabilmente la mia amica aveva tratto dalla Obra completa del poeta pubblicata da Losada di Buenos Aires. Il testo era stata composto in carcere dopo aver ricevuto una lettera della moglie Josefina, in cui gli scriveva che mangiava solo pane e cipolla a causa della guerra civile e della di lui prigionia. Il pensiero ossessivo del figlio affamato aveva ispirato il poeta a comporre una bellissima ninnananna, che mostra un sentimento raro nella letteratura spagnola, la tenerezza del padre per il bimbo lontano che poi morirà per gli stenti. La lettura di quei versi mi colpì per la loro bellezza, la semplicità e il calore umano che mostravano. All’istante decisi senza alcun dubbio che Miguel Hernández sarebbe stato l’autore della mia tesi. Trovai però grandi difficoltà a reperire materiale e documentazione sul poeta, finché un giorno non venne nella nostra università Pablo Neruda, invitato dal compianto prof. Giuseppe Bellini, docente di Ispanoamericano, studioso, traduttore e amico del poeta cileno; Bellini aveva la bella abitudine – di cui ancora lo ringrazio – di presentare a noi studenti di spagnolo i grandi scrittori e poeti dell’America latina, che erano invitati a tenere degli incontri letterari o delle letture poetiche dei loro libri. Il rito avveniva in genere così: dopo la conferenza, il prof. Bellini accompagnava lo scrittore nel suo studio per firmare alcune pratiche burocratiche, e poi faceva entrare il piccolo gruppo degli iscritti del magistero per salutare lo scrittore, il quale si prestava volentieri a rispondere alle nostre domande o chiedeva dei nostri studi e degli autori che avevamo letto. Ricordo di avere così conosciuto Miguel Ángel Asturias, Mario Vargas Llosa, il drammaturgo messicano Roberto Usigli e altri ancora.

Ci racconta come avvenne l’incontro con Neruda.

Al termine della lettura delle sue poesie, Neruda, accompagnato dal prof. Bellini, entra nel nostro Istituto di Spagnolo; poco dopo il professore ci invita nel suo angusto studio, dove la presenza massiccia del poeta sembrava occuparlo tutto fisicamente: eravamo molto emozionati, io soprattutto perché già avevo letto i libri giovanili, in particolare Veinte poemas de amor, alcune parti del Canto general e molti versi delle tre Residencias en la tierra. A un certo punto Neruda comincia a chiedere a ciascuno di noi quale fosse l’autore scelto per la tesi. Nel sentire il nome di Miguel Hernández, il poeta mi guardò con i suoi occhi ovali da indio e poi disse: «Vieni con me a colazione che ti racconto chi era il nostro Miguel». Mi pare ancora di sentire la sua voce monotona, nel ristorante dove il prof. Bellini ci portò, mentre mi parla con grande passione della persona del giovane pastore di Orihuela, come pure continuo a sentire il racconto delle loro passeggiate a Madrid anche in compagnia di Vicente Aleixandre. Neruda a volte si fermava e seguiva un lungo silenzio: io non osavo guardare il suo viso, appariva visibilmente emozionato. Indelebile è comunque il ritratto lasciato del poeta: «Miguel aveva il viso come una patata appena cavata dalla terra, una patata liscia e insieme rugosa, umida di lacrime della terra». Difficile dimenticare il suo racconto che parlava della vita di Hernández, quando, costretto dal padre, dovette abbandonare gli studi che frequentava nel collegio di San Domenico di Orihuela per andare a condurre il piccolo gregge di capre sui monti: «Miguel – commentava Neruda con la sua voce lenta – mi disse che a volte metteva la testa sul ventre delle capre che avevano partorito per ascoltare il rumore del latte spumoso che circolava nell’animale e giungeva fino alle mammelle». Alla fine mi disse: «Ricordati che Miguel Hernández è l’unico poeta cosmico della letteratura spagnola; un poeta puro legato alla radici popolari della sua terra».

Per terminare il racconto della mia relazione con Neruda, che vidi in seguito anche in altri momenti, ricordo come molti anni dopo, precisamente nel 1972, quando venne a Milano per presentare Fin de mundo, io mi avvicinai al poeta che era davanti alla libreria Rizzoli, nella nota Galleria Vittorio Emanuele della città, dove nella sala al pianterreno della libreria era avvenuta la presentazione del libro. Accompagnava Pablo il prof. Bellini e io mi presentai dicendo il mio nome e chiedendo al poeta una dedica al libro appena pubblicato. Neruda scrisse sulla prima pagina con inchiostro verde: «Al doctor Gabriele Morelli en el recuerdo de nuestro Miguel». Dopo tanti anni, il poeta cileno ricordava quel ragazzo universitario che aveva scelto una tesi dottorale su Miguel Hernández, lo sfortunato poeta morto in un carcere franchista all’età di 32 anni. Ho avuto ancora occasione di vedere e frequentare Neruda: dopo aver ricevuto il premio Nobel, venne alla Bocconi a fare una lettura delle sue più note liriche. A quell’epoca ero già assistente universitario di Bellini, e in quella occasione lo accompagnava Matilde Urrutia; la quale, nell’ascoltare le poesie di Veinte poemas de amor – scritte non per lei, ma per le altre donne amate in gioventù – piangeva sommessamente, nascondendo il volto nelle pieghe del fazzoletto. Mistero e fascino della poesia. Insomma il mio ispanismo si è sempre alimentato di contatti e rapporti umani molto intensi.

Quando  è andato in Spagna per la prima volta?

Poco dopo il primo incontro con Neruda, spinto dalla necessità di avere una prima documentazione su Hernández e la sua opera, decisi di andare in Spagna e, oggi forse si stenta a crederlo, alcuni amici mi dissero che per entrare nel paese dovevo presentare un documento rilasciato da un sacerdote della mia parrocchia, che certificasse il mio non essere comunista. Lo ottenni con una certa difficoltà, poiché era un periodo in cui frequentavo poco la chiesa. Devo però dire che non mi servì a nulla: quando all’alba arrivai in treno alla frontiera spagnola di Portbou, il gendarme, che fece un controllo minuzioso della mia valigia, svuotandola completamente sul banco della dogana, chiese solo il passaporto, ponendomi però numerose domande sul perché andassi in Spagna, dove e per quanto tempo pensassi di restare nel paese.

A Salamanca, dove mi diressi dopo un lungo e faticoso viaggio in treno, conobbi José Luis Cano che tenne una conferenza all’università, e in seguito mi mise in contatto con Vicente Aleixandre che mi fece avere, sempre attraverso José Luis, una breve lettera di presentazione per Josefina Manresa, vedova di Hernández; l’anno successivo andai a trovarla a Elche dove allora viveva, ma di quell’incontro e del nostro viaggio a Orihuela ho già parlato altrove.

Mi piace anche ricordare Vicente Aleixandre, a cui dedicai uno dei miei primi libri intitolato Linguaggio poetico del primo Aleixandre. Il poeta sivigliano poco dopo mi scrisse dicendo che eravamo parenti, appunto «primos» (cugini), quindi già facevo parte della famiglia. L’anno scorso l’editrice Renacimiento, per conto del collega Giancarlo Depretis, ha pubblicato la corrispondenza di Aleixandre con gli ispanisti italiani: Oreste Macrí, Dario Puccini, Vittorio Bodini, Francesco Tentori Montalto e me; dunque io sono l’ultimo sopravvissuto che possa raccontare questa relazione con Aleixandre, autore che ho a lungo frequentato e che muore mentre io sono a casa sua per preparare insieme l’edizione del libro giovanile Pasión de la tierra, uscito in seguito da Cátedra.

Voglio dire che l’ispanismo, che continua a riempire la mia vita anche alla mia veneranda età, è una passione che mi ha arricchito e continua ad arricchirmi. Come può vedere partecipo ancora con passione agli incontri letterari e studio e lavoro oggi più di prima perché, non avendo più impegni didattici, mi dedico completamente a quello che più mi interessa e mi piace. Voglio dire che si può scegliere una materia, forse anche non molto importante in quel momento, però se si ha un vero interesse a conoscerla e studiarla, sicuramente ci arricchirà culturalmente e umanamente. È la raccomandazione che faccio sempre agli studenti: scegliete quello che vi piace, perché la conoscenza di ogni letteratura, di ogni lingua, è un nutrimento che vi accompagnerà per tutta la vita.

E oltre a Neruda e Aleixandre chi ha conosciuto? 

Ho conosciuto e frequentato a lungo Carlos Bousoño, Francisco Brines, Claudio Rodríguez, Elena Diego, Paloma Atolaguirre che ho avuto anche come graditi ospiti nella mia casa di Milano, dopo essere stati all’Università di Bergamo, dove Bousoño, per esempio, ha tenuto alcuni seminari sulla poesia della Generazione del ’50. Sono anche venuti nell’Università di Bergamo Isabel García Lorca e Manuel Montesinos Fernández, rispettivamente sorella e nipote di García Lorca, in occasione di alcuni convegni dedicati al poeta granadino, a cui ha partecipato anche il nostro Vittorio Gassman che lesse alcuni Sonetos del amor oscuro, da poco usciti sulle pagine del giornale «ABC». Hanno preso parte ai nostri corsi universitari anche numerosi altri giovani poeti, tanto che i lettori dell’istituto di spagnolo mi dicevano: «Professore, guardi, ho conosciuto più poeti a Bergamo che in Spagna!». È venuta anche in due diverse occasioni Paloma Altolaguirre, accompagnata dal genero, l’ispanista James Valender, i quali hanno partecipato tanto al congresso dedicato a Manuel Altolaguirre che a quello per Concha Méndez. Accanto alla poesia della Generazione del ’27, un altro mio grande interesse è stato quello riservato alla letteratura dell’Avanguardia e, in particolare, ad alcuni temi specifici come il gioco, lo sport e il cinema, da cui è nato il libro Ludus. Gioco, sport, cinema nell’avanguardia spagnola, pubblicato prima dalla Jaca Book, poi in versione spagnola da Pre-Textos di Valencia. In quell’occasione ho cercato di toccare questi aspetti non accademici dell’avanguardia che sono molto stimolanti per gli studenti; invitai a partecipare al nostro congresso anche Giacinto Facchetti, grande terzino della squadra dell’Inter, uomo alto e molto prestante; le colleghe spagnole credevano che lui fosse il rettore e mi chiedevano con insistenza: «Professore, ce lo faccia conoscere!».

Sappiamo che ha collaborato e continua a collaborare con importanti editori spagnoli.

Sì, in particolare ho collaborato e continuo a farlo con l’editore Abelardo Linares di Renacimiento, un eccellente poeta elegiaco e senza dubbio il più grande conoscitore della poesia e della letteratura spagnola del Novecento. Vedere gli scaffali colmi di libri e periodici, allineati nelle sue «naves» di Siviglia, è per lo studioso una vera fortuna poiché può trovare importanti libri di autori del passato, ingiustamente dimenticati e, soprattutto, può scoprire rare riviste del primo Novecento – recuperate da antiche biblioteche private e librerie di tutto il mondo -, molte delle quali ha stampato in facsimile.

In effetti so che Lei ha pubblicato e continua a pubblicare con Renacimiento.

Ho curato i facsimili di varie riviste, come Nueva revista della seconda avanguardia, stampata dallo scrittore José Antonio Muñoz Rojas che, ricordo, visitai la prima volta nella sua casa di Madrid vicino al Prado. Don José Antonio amabilissimo, dopo avermi intrattenuto per tutta la mattina e invitato a colazione insieme alla sua signora, mi accompagnò a una grande copisteria della città per fotografare i numeri di Nueva revista, un tabloid di grande formato, di cui mi regalò una copia. Mi raccontò che con i giovani compagni la vendevano per le strade di Madrid invitando i passanti a comprarla. Quando la città di Antequera gli volle dedicare un omaggio per i suoi 100 anni, io giunsi con altri colleghi all’appuntamento, ma la sera precedente José Antonio, uomo riservato ma generoso con gli amici e lettori, aveva chiuso gli occhi per sempre: non aveva voluto assistere alla sua celebrazione. Non potei salutarlo per l’ultima volta e ancora adesso sento la mancanza della sua persona e delle conversazioni in cui mi raccontava la sua vita letteraria e, soprattutto, mi parlava del suo grande sodalizio con Vicente Aleixandre. Devo conservare qualche sua lettera in cui mi invita ad andare a trovarlo nella sua «finca» di Antequera.

Altri facsimili pubblicati da Renacimiento, che ho curato, sono l’antologia della poesia spagnola degli anni trenta Cosecha, stampata da Giovanni Prampolini a Milano nel 1934, e ancora la nota rivista 60 di Max Aub alla quale ha collaborato anche la collega Xelo Candel dell’Università di Valencia. Ma voglio aggiungere che mi sono anche interessato all’opera del grande poeta cileno Vicente Huidobro, che ho tradotto in Italia e di cui ho pubblicato in Spagna alcuni libri e numerosi saggi. Per le edizioni Renacimiento ho curato il volume dell’ultima stagione poetica dell’autore di Altazor e, recentemente, ho preparato il facsimile di due importanti riviste Creación e Total, facsimile che è stato presentato all’Instituto Cervantes di Madrid.

Cosa pensa degli studenti di adesso? 

Viviamo un momento di grande trasformazione della società, in cui gli studi umanistici non sono più considerati importanti per la formazione dello studente anche di quello che frequenta l’università; il modello classico è stato sostituito dall’interesse per la comunicazione e il mondo dei media. Si legge poco e sempre di meno, tanto nella scuola primaria come nelle secondarie e all’Università; in Italia stanno chiudendo numerose librerie, ma anche tante edicole. È un fenomeno che cresce e si espande in ogni paese europeo, dovuto all’influenza esercitata dalla cultura anglosassone e ancor più dalla televisione o della rete in cui prevale l’uso del linguaggio interessato a fare audience; si è imposto insomma un lessico che guarda ai modelli americani e trascura di far conoscere e diffondere le grandi opere d’arte e della letteratura del nostro passato. Ricordo che fino a poco tempo fa, quando viaggiavo in treno o in aereo, vedevo molti passeggeri intenti a leggere giornali o riviste, che poi lasciavano sui sedili e a volte venivano raccolti da altre persone; ora ciascuno può vedere come tutto ciò sia stato sostituito dai telefonini, tablet e computer, nuovi strumenti della conoscenza e dell’informazione moderna che hanno cancellato il piacere e la necessità della lettura. Credo però che dobbiamo continuare a pensare all’importanza del libro e, soprattutto, non possiamo dimenticare la poesia, la letteratura, la musica: arricchiscono la nostra mente e il nostro spirito, ci fanno crescere e ci rendono liberi.

Lei. da esperto della poesia del ’27, cosa pensa della poesia spagnola contemporanea? 

Io penso che in Spagna si produca una buona poesia: vedo che si stampano e si diffondono molti libri; forse negli anni precedenti, prima della grande crisi economica che ha investito il paese, il libro di poesia e di letteratura era sostenuto economicamente dai grandi centri culturali delle regioni o dello stato, mentre ora, essendo venuti a mancare tali aiuti, gli editori trovano grandi difficoltà a pubblicare, anche perché vi sono meno lettori di poesia e le stesse biblioteche provinciali o nazionali non fanno più acquisti, anzi pretendono che l’editore invii gratuitamente i libri. Ho un recente esempio da raccontare. Due anni fa ho pubblicato in Italia una monografia su García Lorca per un editore italiano, ebbene poco dopo ho ricevuto una richiesta dalla Biblioteca Nazionale perché mandassi una copia del libro: richieste del genere mi sono giunte anche per altri miei volumi che la biblioteca non possedeva. Però devo anche dire che in Spagna, rispetto all’Italia, esiste una maggiore attenzione nei confronti della poesia, che molti praticano a volte per diletto personale; inoltre, più che in Italia, esistono premi e contributi di associazioni culturali che promuovono e sostengono iniziative a favore del libro e della poesia.

Sono passati molti anni, ma conservo questo vivo ricordo: quando muore Aleixandre, il 14 dicembre 1984, con Bousoño, Brines, Claudio Rodríguez, José Olivio Jiménez e pochi altri, abbiamo prima vegliato il poeta malato nella clinica Santa Elena (se ricordo bene il nome) vicina alla casa del poeta, e poi accompagnato la salma al cimitero madrileno dell’Almudena. Il giorno seguente sono andato nella grande aula magna dell’Università Pontificia di Salamanca, dove si teneva un congresso sulla poesia. La sala era gremita all’inverosimile e tutti i presenti erano poeti, che provenivano dai paesi della Castiglia e di León e ogni anno si riunivano per celebrare il loro incontro di poesia.

E quale pensa che sarà il futuro della poesia? 

Dopo i rappresentanti della Generazione del ’27, il cui magistero continua a essere conosciuto e amato da numerosi lettori, sebbene alcuni autori comincino già ad essere dimenticati – è il caso di Vicente Aleixandre, premio Nobel della Letteratura –, la Spagna ha prodotto straordinarie voci liriche, e mi riferisco ai poeti della Generazione del ’50. Successivamente si sono affermati nuove correnti di giovani che hanno vissuto le tappe della postmodernità, coltivando l’avanguardismo, l’astrazione o sono tornati a un classicismo raffinato fino a giungere alla poesia dell’esperienza: caratteri e aspetti di un’evoluzione che il libro Los paisajes magnéticos di José Andújar Almansa ha messo bene in luce, come anche ha bene illustrato la recente antologia Centros de gravedad, che presenta testi di 12 giovani in cui si avverte, e a volte si realizza, il tentativo di recupero del vero significato del linguaggio dopo la sua rottura e frantumazione. Io sono convinto che la poesia debba parlare a tutti, perché è uno strumento importante di conoscenza e di arricchimento dell’animo umano; se eliminiamo dalla nostra vita la poesia e la cultura, saremo sempre più poveri e indifesi di fronte alla barbarie e alla stessa idea della morte. Parlo della poesia intesa in tutte le sue straordinarie forme, possibilità di rappresentazione in cui il pensiero diventa immaginazione e il sentimento ritmo e invenzione. Voglio concludere questa nostra conversazione ricordando alcuni versi di Vicente Huidobro, tratti dalla composizione Arte poética del 1916, in cui l’autore afferma che la parola poetica è il mezzo, la chiave che apre tutte le porte della conoscenza e dove è possibile contemplare lo spettacolo del mondo. Scrive Huidobro: 

Que el verso sea como una llave

Que abra mil puertas. 

E ogni poeta deve fare suo il seguente invito: 

Por que cantáis la rosa, ¡oh Poetas!

Hacedla florecer en el poema; 

Solo para nosotros

Viven todas las cosas bajo el Sol. 

El poeta es un pequeño Dios.

 

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