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Il sacro ovunque. sulla poesia di Franco Arminio, di Marco Nicastro

Per chi, come me, è originario di certe aree geografiche del Paese, immedesimarsi e provare a dire qualcosa sulla poesia di Franco Arminio è qualcosa di naturale. Il libro Cedi la strada agli alberi (Chiarelettere, 2017), la sua «prima vera raccolta» come lo definisce l’autore stesso nella nota iniziale, è frutto di una lunga sistemazione dei versi di una vita. È un libro abbastanza corposo quanto a numero di poesie, se lo si vuol considerare come raccolta singola; è suddiviso in quattro sezioni, l’ultima delle quali formata da nove brevi prose.

I temi centrali della poesia di Arminio sono il passare del tempo, la realtà della morte come compagna inevitabile del vivere, le cose più nascoste, umili e dimenticate, come i piccoli paesi meridionali dell’entroterra in cui è profondamente radicata l’identità personale e artistica dell’autore. Questi diventano il simbolo di una condizione privilegiata dell’esistenza umana, semplice, vera, ricca, ma anche dolorosa e piena di solitudine e forse per questo dimenticata e trascurata dalla società moderna: «Certi paesi diventano come quei bar / in cui campeggiano, in polverose bacheche di vetro, / vecchie merendine: i clienti se ne vanno altrove / e il barista non rinnova la merce». La poesia di Arminio è fatta di un linguaggio colloquiale, termini comuni, punteggiatura canonica, sintassi lineare. Non c’è una cura particolare per la metrica e il ritmo dei versi, quasi mai; né ha peso l’aspetto sonoro (sono molto rare e comunque hanno di solito un peso minimo le rime; praticamente assenti le allitterazioni, le assonanze ecc). Non è su questi aspetti che punta l’autore, per scelta ma probabilmente anche per consapevolezza di quelle che sono le proprie capacità e risorse stilistiche. Ciò che costituisce la sua cifra più essenziale è però un’autenticità che si respira ad ogni verso, il fatto cioè che si percepisce chiaro dietro le righe un vissuto personale che ha avuto modo di sedimentarsi nel tempo: «Al mio paese, accanto al cimitero, / c’è il vecchio campo di calcio. / Oggi mentre camminavo ho pensato / che potevo prendere un morto alla volta / e fargli fare un giro di campo. / Ho cominciato con mia madre: le piaceva stare al sole, mi ha chiesto / di avere un coltello / per raccogliere un poco di verdura». Parlo di autenticità anche perché non c’è mai l’uso di una certa forma ripetuta in modo standard per ottenere un certo effetto, né complicazioni linguistiche o elementi retorici usati per impressionare il lettore. Arminio si rivolge a chi legge parlando sempre senza maschere. È possibile inoltre individuare nelle sue poesie una forte propensione morale, in cui vengono indicati valori e stili di vita da seguire, spesso appartenenti alle piccole comunità di un tempo. Questa tensione morale, che ricorda da vicino quella di molti componimenti di Primo Levi (pur con una minore stratificazione culturale di fondo) è particolarmente evidente nella prima sezione della raccolta, L’entroterra degli occhi.  Ma non è da dimenticare un’altra idea centrale del testo, quella del sacro, una dimensione invisibile che arricchisce l’interiorità dei singoli restituendola ad una condizione più completa e che per questo andrebbe valorizzata, preservata, e di cui i paesini dell’entroterra abbandonati sono immagine. Ma anche, da un punto di vista più formale, la capacità di creare immagini fortemente evocative: «Io sono la parte invisibile / del mio sguardo, l’entroterra / dei miei occhi».

La seconda sezione, Brevità dell’amore, è centrata invece prevalentemente sul tema dell’amore e dell’erotismo: si tratta di poesie brevi e brevissime sul modello dei lirici greci. Qui però Arminio è, il più delle volte, meno efficace, perde il vigore delle immagini dei componimenti precedenti, i testi diventano più scontati, a volte scolastici nelle loro rime facili e prevedibili: «Sono il guardiano / della mia malattia. L’ho raccontata / alle donne che ho visto passare. / Adesso, se vuoi, / muto ti faccio entrare.»; «Le mie fughe, / le tue durezze. / Filano le paure, / ferme alla frontiera / le carezze». La sezione, molto più lunga delle altre, finisce per appesantire notevolmente la raccolta.

Il lavoro prosegue con la terza sezione Poeta con famiglia, che si snoda sulla falsariga della prima ma con dei riferimenti ancora più personali, riprendendone comunque anche stile e forza delle immagini: «Tuo padre rimase muto, / gli nevicava la Svizzera / e la prigionia. / Tua madre è l’ultimo passato / che ci resta. / Poi ci sei tu / a cui dettavo versi / nel verde di una Centoventisette». Particolarmente significative per la loro originalità anche certe immagini: «È il pensiero della fine / che m’ispira. / Nella testa / ho un cecchino / che non spara, / prendo solo la mira». La raccolta si conclude con alcune interessanti prose che contengono delle dichiarazioni di poetica dalle quali emerge una concezione alta (e ormai rara) della poesia, come di un’attività intrinsecamente legata alla vita di chi la fa e che, nell’autenticità dei modi, deve sperare in esiti diversi dalla conquista di un qualche tipo di visibilità, successo o riconoscimento di circoli letterari. Si tratta anche qui non di una posa ma di un’idea vissuta in prima persona, assolutamente coerente coi modi e i temi delle poesie. Cedi la strada agli alberi è un libro significativo nel panorama letterario degli ultimi anni: articolato, diretto nello stile, potente nelle immagini, pieno di delicatezza e forza morale, con l’unico punto debole della quantità: il libro avrebbe potuto essere alleggerito di molte delle poesie della seconda sezione. Un libro che può dialogare, grazie alla lingua semplice e all’autenticità dei vissuti che lo sottendono anche coi lettori meno forti di poesia, senza per questo perdere in profondità di visione. Questa è una di quelle volte in cui un libro che ha venduto tanto (per quanto possa vendere tanto un libro di poesia) è anche un gran libro.

marco.nicastro@hotmail.it

 

 

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