In primo piano · L'arte del tradurre

Siamo esseri traducenti, di Enrico Terrinoni

Giordano Bruno, nel suo libro mnemonico delle ombre, il De Umbris Idearum, concede che la memoria è una «scrittura interiore», un fissare tracciati mnestici all’interno di quella umbra profunda che siamo: percorsi di senso che affiorano all’interno di quanto il poeta esoterico Yeats e i suoi sodali della teosofia, ma anche l’universo parallelo junghiano, definirebbero senza troppe remore l’anima mundi. L’anima del mondo di Yeats è la memoria ancestrale, la mente del tutto. Un archivio di ogni pensiero mai pensato, un calderone universale dal cui ribollire affioreranno prima o poi, secondo tracciati arcani, anche quei pensieri che non vogliamo pensare più. E lo faranno per una pura coincidenza di concause, per sincronicità, direbbe ancora il quasi esoterico in Jung: per una coesistenza apparentemente casuale localizzata sul piano dell’esperienza. Leggere quelle memorie equivale a far riaffiorare e rendere manifesto ciò che freudianamente parlando appare latente.

In Nova Ierosolima, un breve pamphlet di commenti alle Sacre Scritture uscito nel 1758 a firma dello scienziato e mistico svedese Emanuel Swedenborg – un autore caro non solo a Yeats, ma anche a William Blake, suo importantissimo mentore –, l’interpretazione di quei testi, ovvero la loro interpretazione occulta, nel senso latino di occultum, celato agli occhi, viene descritta come una «lettura interiore», e questo ci riporta al Bruno della mnemotecnica. Se traduciamo poi il discorso dal piano esoterico alla natura simbolica dell’esistente, e alla testualità come una delle sue «rese manifeste», si vede bene come qualunque immagine o parola nella baudelairiana foresta di simboli rimandi, forse ipocritamente, a un’altra sua simile; e questa a un’altra, fino a raggiungere non le cose in sé, ma la nostra mente, che sarà in grado di attivarne il potenziale latente, legato per vie imperscrutabili alle cose e agli eventi.

Ma il problema è che la nostra mente a volte mente; è menzognera come la letteratura, aggiungerebbe Manganelli, poiché vive all’interno dei propri labirinti infiniti, aperti all’infinito. Una mente, comunque, in grado di ricordare: ricordare l’infinitudine degli universi.

Universi linguistici, da interpretare. Ma a che scopo interpretarli? Siamo o no in grado di uscire dal recinto del linguaggio, dei linguaggi, per stabilire una qualche relazione compiuta e coerente tra il nostro modo di significare e il mondo? Ci è data, in quanto esseri umani, e dunque esseri interpretanti, la facoltà di portare al di qua della mente ciò che è situato naturalmente al di là? Tradurre significherebbe etimologicamente trasportare al di là, ma questa non è che la seconda fase di un presunto trasporto. La traduzione è infatti prima di tutto un trasportare quanto pensato e detto da altri, al di qua, nella nostra di mente; per poi riproporlo con nuove parole, nello spazio virtualmente infinito che si estende da essa alle menti altrui. E solo quando il pensato verrà inverato, ovvero recepito, decifrato, e ricodificato dal prossimo, il testo potrà dirsi propriamente tradotto. Il procedimento prevede uno scenario aperto e interconnesso, che non è solo uno spazio di incroci e nodi, come il World Wide Web. Piuttosto, è un oceano di senso latente, una camera oscura in cui l’insignificante può divenire imprescindibile; in cui la rivelazione appartiene allo spazio di un momento, la sua rielaborazione alle logiche del tempo, e dove catturarne l’essenza è prerogativa dell’intuizione.

Tradurre è in fin dei conti tutto quel che facciamo ogni qual voltaci disponiamo ad accogliere un contatto con l’esterno. Lo spiega Cesare Garboli: «che tutto sia tradurre, è una verità fisiologica. Tradurre è il solo modo di avvicinarsi criticamente a un testo, di conoscerlo, di articolarlo e disarticolarlo, per poi rimetterne insieme i pezzi: operazione che non cessa di essere la medesima anche quando si tratti di testi scritti nella propria lingua».

Ma chiaramente tradurre è anche un mestiere (il mestiere di vivere?), o almeno è in questa capacità che spesso – e per certi versi erroneamente – se ne parla: la professione del traduttore, i vari tipi di traduzione, i traduttori tecnici, letterari, e così via. Niente di falso in tutto ciò, ma certo sminuente. Se la traduzione fosse solo quella «propriamente detta», come la definì Eco più di una decina di anni fa, dovrebbe essere interesse principalmente degli addetti ai lavori. E così è stato. Bisogna invece iniziare a pensare che siamo tutti dei translating beings, e che la nostra vita è in realtà un’infinita e inesorabile traduzione. Ma poiché il reticolo delle corrispondenze, retaggio ermetico che dispone e indispone il mondo, fatto di trame da sondare in cui a qualunque cosa ne è legata un’altra, esiste eccome, sta a noi tutti, interpreti, il compito di rinvenirne il principio ordinatore, attraversandolo. E in quest’ottica il mestiere del traduttore, prolungamento e raffinazione di quello del lettore, non è altro se non l’emanazione della natura traduttiva, ovvero interpretante, dell’essere umano.

Ci muoviamo sempre e solo entro labirinti di segni, che introiettiamo e riproponiamo costantemente, riproducendo così versioni diverse dello stesso stimolo, in un rincorrersi di nuovi testi, che a loro volta, essendo reinterpretati, daranno vita ad altri scenari immaginati ma come scrisse Joyce anche «immarginabili». E così via, all’infinito. Per questo il mestiere del traduttore può, anzi deve, essere visto non solo dal punto di vista meccanicistico e tecnico come una funzione sociale, peraltro sempre esistita (forse il mestiere più antico del mondo, è stato detto), o come un fatto meramente culturale – si veda il termine spesso abusato di «mediatori» –, ma anche come una delle tante emanazioni, delle molteplici ombre della natura dell’umano; in modo e, soprattutto, con moto ancestrale.

Bibliografia

Bruno, Giordano, De Umbris Idearum, a c. di R. Sturlese, premessa di E. Garin, Olschky, Firenze 1991.

Eco, Umberto, Dire quasi la stessa cosa, Bompiani, Milano 2003.

Garboli, Cesare, Falbalas, Garzanti, Milano 1990.

Joyce, James, Finnegans Wake, libro I, cap. 1-4, a c. di L. Schenoni, Mondadori, Milano 2017 (1982 prima ed.)

Jung, Carl Gustav e Aniela Jaffé, Sogni, ricordi, riflessioni, Rizzoli, Milano 1978.

Manganelli, Giorgio, La letteratura come menzogna, Adelphi, Milano 2004.

Swedenborg, Emanuel, The New Jerusalem and Its Heavenly Doctrine, London 1876 [Tit. Orig. Nova Ierosolima, London, 1758].

 

enrico.terrinoni@unistrapg.it

 

 

 

 

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L'autore

Enrico Terrinoni
Enrico Terrinoni
Enrico Terrinoni, nato a Gorizia nel 1976, è Professore Ordinario di Letteratura Inglese all’Università per Stranieri di Perugia, e attualmente Visiting Fellow in Irish Studies a University of Notre Dame. È stato Lilly Library Research Fellow alla Indiana University, Visiting Scholar alla Notre Dame University e Research Fellow allo University College Dublin. Ha tradotto numerosi romanzi tra cui “Ulisse” (Premio Napoli per la Lingua e la Cultura Italiana, 2012), “Finnegans Wake” di Joyce (Premio Annibal Caro 2017), “L’antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters (Premio Von Rezzori / Città di Firenze 2019), “La Lettera Scarlatta” di Nathaniel Hawthorne, e le favole di Oscar Wilde. Nel 2019 è uscito per il Saggiatore il suo “Oltre abita il silenzio. Tradurre la letteratura”. E’ inoltre autore di “Occult Joyce. The Hidden in Ulysses” (Cambridge SP 2018), e “James Joyce e la fine del romanzo (Carocci 2015). Ha curato le lettere e i saggi di Joyce per il Saggiatore, e sta lavorando a un libro in uscita per Cronopio dal titolo “Chi ha paura dei classici”. E' giornalista pubblicista e scrive regolarmente per “Il manifesto” e “Left-Avvenimenti”, ma suoi articoli sono apparsi sul “Corriere”, “Repubblica”, “Il Messaggero”, “La Stampa” e altri quotidiani italiani.