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Sul più bello dei mari, con la bellezza negli occhi, di Ermira Shurdha

Se n’è andato sul bel lungomare di Taormina, lasciandoci in asso, davanti al suo mare che custodisce l’immensità, l’infinito, l’incanto e lo sguardo lungo. Gli occhi lunghi che volevano andare sempre più in là di ciò che vedevano. Il suo ultimo sguardo me lo vedo dall’alto, al di sopra delle nuvole: niente macchine, niente uomini nel regno dell’amico “batticuore”, quello che ogni tanto gli faceva visita e lui fotografava con diletto.

Un intellettuale sopraffino, Perroni, un artista, «dove per arte è da intendersi il talento di spremere più significato possibile dalle cose semplici», ribadiva con piglio deciso.

Ho conosciuto il suo temperamento leggendo Entro a volte nel tuo sonno (Milano, La nave di Teseo, 2018), un distillato di verità, di umanità, di tenerezza. Custode – nomen omen! – di una scrittura metaforica azzardata in cui i pensieri hanno il ritmo del cuore, Sergio cattura con la penna e imprime con l’inchiostro vite altrui, storie che camminano, taluni volti in cerca di somiglianze, piccoli gesti e frasi smarrite nella convulsa confusione del quotidiano. Sguardo che si fa scrittura e stile, dove stile è un modo di guardare le cose.

Uno sguardo magnetico, come quello della Divina che fissano il vuoto dalla copertina. Occhi languidi e terebranti, dallo sguardo che trafigge, un sorriso «a metà tra il malizioso e l’innocente» che sarebbe piaciuto tanto a Kubrick. «Vorrei essere occhi, fare come fanno gli occhi […] vorrei avere il tatto sconfinato dello sguardo, che sa toccare ovunque senza farsi sentire, amare senza lasciarsi ferire, conquistare tutto senza rinunciare a niente». Un’istantanea della quotidianità immortalata da un giovanissimo Georges Clairin nel 1876 che esalta la luce e il buio, in equilibrio tra quello che c’è da vedere e quello che non deve essere visto. Il volto della «Voix d’or» amata da Hugo, la dolce «Berma» ricercata da Proust, la «Superstar» di Jean Cocteau spicca sul foglio bianco lucido: è un dettaglio del quadro che la ritrae candidamente adagiata su un sofà, languida e disinvolta in posa col fedele compagno di divano ai piedi dell’abito con strascico e piume.

Sono gli occhi, che fanno «da mare», «nei quali precipitare», i protagonisti di Entro a volte nel tuo sonno, insieme alle mani tra i capelli, numerosi, volubili, e le labbra soffiate, appena un po’ laccate, di quelle che trovano la gioia nei posti più inaspettati. C’è la straordinarietà quotidiana racchiusa in centosessantacinque pagine delicate e potenti; il fascino di un «realtàedro dalle molte facce, inodore, incolore, inamore»; la consapevolezza di un io siamese che «vede distintamente i contorni del suo carico di segreto»; la fragilità di un adulto ripieno che «nasconde negli occhi un cucciolo di sé»; lo stupore dei bimbi e il luccicore nei loro occhi mentre si portano di scatto le mani sulle guance».

C’è la vita, protagonista assoluta di una singolare «prosa poetica» come dice Veronesi nella sua postfazione al libro: una vita sezionata, selezionata, ispezionata fin nelle viscere, curata con sudore e lacrime. E poi c’è Dio in un filo d’erba di un verde abbagliante che sbuca tra le lastre grigie di un grattacielo. Perroni, come uno speleologo, si cala nella memoria e intraprende un discorso con l’amata destinataria delle sue madrigali. Minuscoli rettangoli di storie, di istantanee di pensieri, persone, amori, pagine di vita che hanno il suono e il senso della poesia e la forma della prosa. Ricordi di una mente che «archivia per rima anziché per cuore», tessere di un puzzle che ricostruiscono un volto, un’anima, avendo già in mente il disegno complessivo. Una vera immersione nella madrelingua, certe volte assecondata, certe altre resistendole e piegandola per non perdere la rotta. Sono preziosi gli istanti a ridosso del sonno perché svelano gli abitanti degli abissi e i colori delle albe più belle, i riflessi spezzati e i raggi di cielo nel sereno che abbaglia, in attesa della luce crepuscolare, «dove il buio è l’ultimo riparo al tempo».

«Ascolto la tristezza farsi piano respiro, il respiro tempo, il tempo silenzio». Perroni alza lo sguardo dall’alto della sua terrazza e punta all’orizzonte: lì le cose sono navi che indugiano tra cielo e mare. Come un esperto marinaio ricorda che bisogna fare come si fa per mare, come si fa in barca per stivare scorte. Così bisogna navigare: «con una nuvola per bussola e la chimera per timone». Lo sguardo sconfinato e intrigante, come quello della musa dalla voce d’oro che conquistava tutto e tutti, ha perduto infine la sua bussola.

Era un compositore alle prese con l’inaudita, ineffabile, sensazione di perfezione Sergio Claudio Perroni: riusciva ad immaginare l’armonia dei versi, la stonatura, la concrezione luminosa, spostava la virgola più in là e sospirava. E riusciva anche a trovare il tempo per leggere e rispondere ai lettori curiosi della fine di Angelo «spazzacammino» e di Ninfa Avvenire, protagonisti fragili e gentili in Il principio della carezza (Milano, La nave di Teseo, 2016).

Mi avevi spiazzato, Sergio, con quel finale imprevisto, e hai spiazzato gli altri, come sempre, togliendoti gli occhiali, lasciando tutti a bocca aperta. Mi aspettavo qualcosa come il destarsi di un sogno o un viaggio in mongolfiera nell’atmosfera surreale e rarefatta dell’isola continente. Hai trovato l’istante cruciale, tu, Maestro di stile, mente di ogni coincidenza, homme du hasard! A me rimane la tenerezza di una figura forte perduta per sempre. Raffinato anche questo come pensiero?!

 

 

ermira81@virgilio.it

Le foto di Sergio Claudio Perroni sono scatti di Natalino Russo, che ringrazio per la gentile concessione.

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