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Il viaggiatore e il Tempo. Maristella Petti dialoga con Silvio Mignano

Lei è diplomatico, scrittore, illustratore. Quale di questi Silvio Mignano nasce prima?

L’illustratore, perché non ricordo un momento della mia vita senza avere in mano una matita per disegnare qualcosa, anche prima di imparare a scrivere. 

Vi è per caso un sentimento antropologico a legare insieme queste sue attività?

Se consideriamo l’antropologia lo studio del comportamento umano nelle sue varie declinazioni e sfere di azione, dalla cultura al ruolo sociale, dal pensiero alla sua espressione esterna, non v’è dubbio che l’attività di diplomatico, con le opportunità di indagine, di conoscenza e di incontri che offre, si possa collegare alle mie altre, compresi il disegno e la scrittura.

La sua carriera diplomatica l’ha portato a vivere diverse realtà, come Cuba, il Kenya, la Bolivia, il Venezuela, oltre alla Svizzera e alla madrepatria Italia. Qual è stato il modello di società più felice che ha conosciuto, o quello che l’ha reso più felice?

Preferisco non entrare in un giudizio comparativo sulla qualità dei modelli, per motivi professionali, e soffermarmi semmai sulle mie esperienze personali, che indubbiamente debbono molto alla percezione soggettiva. Cuba era tra le tante cose anche i miei ventotto anni di età, la prima volta che attraversavo l’oceano, la prima volta che vivevo all’estero. Sono stati anche per questo anni certamente felici. Amo molto l’America Latina, ho vissuto benissimo in Bolivia e porterò per sempre il Venezuela nel mio cuore, ho dunque interiorizzato una componente latinoamericana nel mio stesso modo di vivere, eppure se debbo indicare la città che sento davvero mia me ne vengono in mente due: Roma e Basilea. Non so nemmeno io dire il perché.

In quanto ambasciatore d’Italia, si occupa anche di promuovere la nostra cultura all’estero. Com’è recepita nei Paesi in cui ha lavorato?

L’Italia è una superpotenza culturale, non lo scopro certo io. Ovunque io sia stato ho avvertito fame di cultura italiana e utilizzarla come leva per promuovere il nostro paese si è sempre rivelata una cosa giusta. All’Avana, ancora semplice primo segretario dell’Ambasciata, inventai dal nulla la Settimana della cultura italiana a Cuba, che poi durava e dura un mese. All’epoca ancora nemmeno esistevano le Settimane della lingua o della cucina italiana nel mondo, era  il 1996. Quella manifestazione continua ancora ad esistere e viene celebrata ogni anno con straordinario successo. In Bolivia ho fatto parte della direzione della Biennale, facendo venire Achille Bonito Oliva come presidente della giuria e Jannis Kounellis come ospite d’onore (Jannis volle regalare un’opera alla città de La Paz). A Basilea ho realizzato decine di eventi di altissimo profilo, compresa – ahimè – l’ultima mostra di Mimmo Rotella con il maestro ancora vivo, nel Museo Tingüely disegnato da Mario Botta. In Venezuela sono arrivato  a concepire un  contenitore, chiamato Giro d’Italia, che racchiudeva oltre venti manifestazioni in altrettante tappe, e ho creato un premio nazionale di poesia giunto ora alla quarta edizione. Sono pochi esempi tra centinaia di attività che ho organizzato o propiziato in questi anni, e non mi è mai capitato che il pubblico cubano, svizzero, keniano, boliviano o venezuelano rimanesse indifferente.

Il suo rientro in Europa da Caracas avviene in un momento cruciale della storia del Venezuela. Può descriverci con occhio testimone la vita quotidiana dopo le recenti vicissitudini politiche ed economiche? Cos’è cambiato, per la gente comune?

Ancora una volta sono costretto ad evitare giudizi politici, e  me ne scuso. Quel che è certo è che la gente comune soffre in un modo che è perfino difficile descrivere. Ho lasciato il paese con la morte nel cuore.

Il suo Il danzatore inetto (DeriveApprodi, 2018) narra l’incontro di uno scrittore con Cuba, il turbinio di avvenimenti indimenticabili, e il ritorno, anni dopo, in un’isola completamente diversa. È questa una sensazione che ha vissuto sulla sua pelle?

Sì. Sebbene il romanzo non sia autobiografico (ma tutti i romanzi lo sono, in qualche modo), certe sensazioni che vi sono descritte sono inevitabilmente parte del mio vissuto, compreso il ritorno anni dopo in un’isola che riconoscevo e che tuttavia mi sfuggiva e mi sconcertava. Anche in questo caso, molto dipende dalla nostra percezione soggettiva: scrivo molto sul tempo, questo mostro che in fondo resta l’unica forza che non siamo ancora del tutto riusciti a dominare, tra quante esistono in natura. È la dimensione che ci impedisce di viaggiare in galassie lontane, pur disponendo già della tecnologia per farlo: ma vi arriveremmo morti, e comunque non potremmo tornare indietro. Ed è anche quella che ci vince con il rimpianto, con il rimorso, con la nostalgia, un ostacolo tuttora impossibile da scavalcare nel senso opposto, come tante volte vorremmo. Il ritorno a un’isola che è la stessa isola ma al contempo diversa, per via degli anni che sono trascorsi, è una metafora di questa angoscia, dello sgomento che avvertiamo dinanzi al potere del tempo.

Il libro comincia nel 1994. Come mai un’ambientazione narrativa così lontana dal momento della pubblicazione?

È l’anno del mio arrivo a Cuba. Mi serviva poter raccontare cose che conoscevo davvero alla perfezione. Per me è importante la credibilità dei dettagli, nella scrittura, anche per potervi poi adagiare sopra una coltre di immaginazione, perfino per sconvolgere e rovesciare la realtà, ma sempre partendo dalla stessa.

Insomma, tanto a livello diegetico quanto reale, il tempo è una componente fondamentale de Il danzatore inetto: cadenzato da una convenzione umana, ci sembra di controllarlo, ma allo stesso tempo siamo noi ad averne bisogno, siamo noi a cambiare nel tempo. Mi viene in mente il modernismo inglese e in particolare Virginia Woolf. Ed ora che abbiamo tirato in ballo i grandi nomi, non posso che domandarle: quali sono i suoi riferimenti in letteratura? E soprattutto, i suoi preferiti fanno parte dello stesso sistema letterario o hanno nazionalità (e lingue!) diverse?

Io scrivo molto ma leggo di più: non fatico a confessare che per me i libri sono una malattia, o una perversione. Perciò è inevitabile che i miei riferimenti siano tanti, ed è altrettanto ovvio che siano in parte cambiati nel corso degli anni. Leggo di tutto e in molte lingue: cerco di farlo sempre in originale quando si tratti di autori di lingua italiana, spagnola, inglese, francese e a volte, con più lentezza, tedesca. Per le altre lingue mi affido a traduzioni in italiano. Farò qui alcuni nomi, molto eterogenei, ma accomunati da punti fermi, per me importanti: il lavoro sulla lingua. mai banale, ma al tempo stesso l’attenzione alla narrazione: il rispetto per il lettore, che non deve mai essere ingannato attraverso la ricerca di colpi ad effetto facili e disonesti; e la capacità di mettersi continuamente in gioco, cercando nuove soluzioni, non accontentandosi mai di ripetere una formula già consacrata. Eccoli, in ordine sparso, riuniti solo in gruppi linguistici, e comunque senza che questo elenco possa dirsi esaustivo: Gadda, Savinio, Landolfi, Calvino, Borges, Lezama Lima, Vargas Llosa, Cabrera Infante, Ricardo Piglia, Hermann Melville, James Joyce, Vladimir Nabolov, Philip Roth, John Le Carré, Alice Munro, John Banville, Richard Ford, Flaubert, Proust, Simenon, Thomas Mann, Dürenmatt, senza dimenticare i grandi russi. I poeti sarebbero troppi: ne cito tre viventi, Charles Simic, il nostro Enrico Testa e il venezuelano Igor Barreto. 

Riguardo il suo lato scrittore, si sente più poeta o romanziere? E il ruolo del traduttore rientra in quello dello scrittore?

Probabilmente mi sento più romanziere ma sono più poeta. Le due sfere si incontrano spesso, a cominciare dal fatto che io non ami molto la poesia troppo lirica e preferisco invece versi lunghi, che mi permettano di raccontare scrivendo poesie. È anche vero che nei romanzi mi è più facile nascondermi, travestirmi nei vari personaggi, prestar loro frammenti di me, mentre quando scrivo poesia sono più nudo e indifeso: la prima persona, al di là della scelta grammaticale che può indurre in certi casi a non farne uso, è sempre presente. Nella poesia ci sono sempre io.

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