In primo piano · Interventi

Bella mia, una storia che dà valore al silenzio, di Ermira Shurdha

Sarà dedicata al sisma dell’Aquila, nell’anno del suo decennale, la seconda edizione del “Abruzzo Book Festival” (https://www.abruzzobookfestival.it/ ) che si terrà a Castellalto: un programma che coniuga arte ed editoria, con la partecipazione di tredici editori abruzzesi che dialogano con pittori, alle prese con pennelli e cavalletti, nella suggestiva atmosfera del borgo antico. All’evento aderiscono numerose associazioni del territorio che propongono letture e laboratori all’aperto per persone di tutte le età. Un festival di libri e cultura, una nuova sfida lanciata alla gente di questo lembo della nostra terra, un richiamo perché tutto si recuperi e si riattivi.

«L’Aquila ha una storia straordinaria, che sorprende chi ne viene a conoscenza per la prima volta. Di questa sua storia la città è stata sempre orgogliosissima e su di essa ha fondato le ragioni per ottenere il primato istituzionale nella regione, […] negli ultimi tempi aveva donato molta parte di sé anche a un popolo più vasto di quello abruzzese: era penetrata, quasi in silenzio, ma fortemente, nel cuore di tanti italiani», ricorda il professor emerito Francesco Sabatini nella prefazione del libro dedicato alla città (L’Aquila, una città d’arte da salvare, Pescara, Carsa, 2011). Donatella di Pietrantonio dedica Bella mia (Torino, Einaudi, 2018) alla “sua” Aquila.

Cresciuta a Penne, un piccolissimo borgo pedemontano, trascorre gli anni universitari all’Aquila, la città in cui si parla una lingua piena di U e ricca di misteri. Dopo il 2009, la scrittura diventa attività sofferta e sofferente, ma necessaria e indispensabile, in cui ognuno si fa male, ognuno a modo suo, per consegnare alla morte una goccia di splendore.

La protagonista di Bella mia è Caterina, il cui nome corrisponde a quello di una regina: Caterina de’ Medici, sposa del Duca d’Orléans, famosa per aver introdotto nella Corte di Francia l’uso dei profumi da indossare e il buongusto di una corretta igiene del corpo. La nobildonna portò con sé il bouquet fresco ed agrumato dei frati domenicani, gestori dell’antica Spezieria fiorentina, che le confezionarono l’Acqua di Santa Maria Novella, nobile fragranza tuttora in commercio.

«Naufraga in un’isola dove non è successo niente», Caterina sa che la vita non è comoda per nessuno, tantomeno per chi ha perso il suo ritmo. Sprofondata nella bolla di silenzio della sua bottega, s’impegna a dipingere uccelli e rose selvatiche, manipola argilla e ceramica per i servizi da tavola. Quando le mani morbide della madre lavorano ai ferri o impastano, con antichi movimenti, farine pregiate di farro e cicerchia, Caterina si sorprende a maneggiare palle di neve, pesando la leggerezza del meccanismo di posa dei fiocchi di neve, nel tentativo di riportare un po’ di candore nella sua vita. La sua abitazione si trova nel cuore dell’Italia, a Coppito tre: una casa impregnata degli odori di una cucina sana, ruvida, integrale, che rimuovono la puzza di nuovo. Fuori, le piazze sono un tripudio di aromi per l’olfatto, durante i mercatini: formaggi al tartufo, mortadelle di Campotosto, pane di San Gregorio, amarene selvatiche. Attraverso le finestre socchiuse giungono i sentori «caldi e vaporosi» delle tisane d’inverno della signora Leda. Anche il vento che si infila dentro i vicoli, «come dita nel guanto», porta odori di neve, di resine addensate sui tronchi.

La sera del 5 aprile non c’è vento, ma l’aria si muove un po’ ed è abbastanza fredda. «Cantavano gli uccelli notturni, uno in particolare si ripeteva sempre lo stesso chiù monotono […]. Nemmeno il tempo di chiedermi che ci facesse un assiolo in centro, hanno taciuto, tutti insieme. Quasi nello stesso istante si sono messi ad abbaiare i cani, in coro, a cerchio, dai palazzi e più lontano, dalle campagne e dalle frazioni della città. Davano l’allarme per quello che arrivava, nella loro lingua inascoltata». Improvvisamente, accade l’imprevedibile. Un’epilessia profonda della terra insorta si porta via Olivia, la sorella gemella, solare e seducente. Caterina è “l’altra”, la brutta figura di Olivia che le sopravvive per ricevere in eredità suo figlio Marco. La sua ultima parola pronunciata.

Donatella di Pietrantonio dà voce al silenzio, all’assenza di timbri umani seccati in gola, impotenti nel raccontare lo strazio di un mondo ferito a morte, il faticoso processo di elaborazione del lutto. In una società di “comparse” che (non) vivono nel hic et nunc, la scrittrice abruzzese racconta la storia di famiglie amputate che resistono, tra le asperità forti e gentili; eppure, la presenza di un respiro è un rantolo agonico. «Certi giorni invecchiano più di una vita». Alcuni giovani raccolgono in un angolo i calcinacci per fare spazio alle poche masserizie salvate dalle macerie di una casa sbilenca. Qualcuno va persino a dormire di nascosto nelle case proibite, per non lasciarle sole. Una donna torna dal buio del cimitero, dopo aver dato la buonanotte alla sua bambina, per assicurarsi se è ben coperta. «Un interruttore senza muro oscilla nel vuoto, sospeso al suo cavo»: metafora perfetta di vita appesa a un filo. Un dispositivo pronto ad accendersi e collegarsi alle varie uscite, al ritorno della corrente elettrica.

Bella mia è la storia della città dell’Aquila, il cantiere più grande d’Europa in attesa della ricostruzione e insieme la storia della costruzione di un amore che la scrittrice declina, con la sua calma inquietudine, in varie forme. Tra i suoi silenzi lascia spazio a un sentimento tenero e maturo che sa di vetiver, profumo orientale capace di scacciare gli spiriti maligni. «Quando vuoi gustare fino in fondo tutto il suo profumo devi rischiare la notte», canta De Gregori. Sembra una storia d’altri tempi; eppure, la condizione umana non è altro che eterna lotta tra Eros e Thanatos.

È, nel contempo, un amore filiale e materno, che lotta e media col suo ruolo complementare, presenza eclissata dietro le note laconiche di una musa errabonda. La scrittura scarna e cruda della di Pietrantonio penetra nelle pieghe più profonde dell’animo umano e supera la crisi anomica dell’alba di quel giorno spietato, modellando il suo grido in un’espressione di meraviglia. La città deserta presto sarà animata da un concerto di martelli pneumatici, mole, camion e gru in funzione. È sempre la leggendaria Àccula, ricorda il Ventilato, «nata per forte volontà di popolo nel 1254, grazie al decreto regio di Corrado IV, figlio e successore del grande Federico». La città delle novantanove cannelle, novantanove chiese, dei novantanove castelli e altrettante piazze che viene rammendata (sì, a pezzi!) prima di andare a dormire, «rimboccando le coperte strascinate nei sogni».

«Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento […]. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza». Sono pensieri di speranza e rinascita tratti dalla raccolta in versi Cedi la strada agli alberi (Milano, Chiarelettere, 2017) di Franco Arminio, poeta «paesologo» che esprime in prosa la sua bulimia spirituale e con Donatella condivide l’amore nei confronti dell’Italia che abita l’Appennino.  Una forma di attenzione per tutto quello che c’è dentro e fuori, nella nostalgia dei ricordi, nella scoperta di piccole felicità estinte. Un monito a ricavare idee nuove anche da eventi tragici e guardare il futuro con occhi nuovi, occhi giovani.

Concedetevi una vacanza, dunque, concedetevi ad occhi chiusi all’aura, alla luce, al silenzio, merce preziosa. Andiamo in giro per i paesi come se una visita fosse una prescrizione del medico. E svegliamoci ogni giorno ridendo, come Marco, e la nonna che bisbiglia Dio ti benedica, senza farsi sentire.

ermira81@virgilio.it