In primo piano · L’Italiano fuori d’Italia

Un professore di italiano a Rio de Janeiro, di Guido Alberto Bonomini

Dal primo giorno di lezione qua a Rio sono passati già 21 anni, era il 15 marzo del 1998. Diedi un primo corso di storia della lingua all’UFRJ (Universidade Federal do Rio de Janeiro) a un gruppo di docenti universitari che venivano da varie parti del Brasile e che non avevano nei loro programmi la storia della lingua. È stata la primissima esperienza, cercai di sintetizzare il percorso del testo di Migliorini, ma ero ancora molto inesperto. Mi invitarono subito dopo come professore visitante a questa università, la federale di rio de Janeiro, dove restai un anno. Era molto diverso essere professore in Brasile, mi aspettavo di esser chiamato prof. Bonomini, invece ero soltanto per tutti Guido. I programmi di letteratura all’epoca trattavano quasi esclusivamente di letteratura contemporanea, non mi ci trovavo tanto.

Ma è stato giustamente l’inizio, essere un professore non sapevo effettivamente ancora cosa fosse. I professori Flora, Anita, Lizette e Carlo sono stati la mia famiglia per questi primi anni di insegnamento. Guadagnavo appena il sufficiente per pagare l’affitto e qualche altra cosa. Mi chiamò poi l’Istituto Italiano di Cultura. Esisteva un gruppo di professori (E.C.I. B) che organizzava i corsi di italiano per l’istituto di cultura di 60 ore i corsi normali e di 120 ore quelli intensivi. Chi frequentava questi corsi (all’epoca esisteva solo la sede centrale al centro di Rio e una a Copacabana, oggi ce ne sono altre quattro, una a Niteroi, una a Jardim Botânico, Barra e Leblon, mentre quella di Copacabana è completamente diversa) voleva imparare rapidamente l’italiano, per fare un viaggio in Italia oppure perché la sua famiglia veniva da là. Questo pubblico mi sembrava molto più motivato di quello universitario.

Ho insegnato per quattro anni all’Istituto Italiano di cultura di Rio de Janeiro, sia presso la sede del centro sia in quella di Copacabana fino all’aprile del 2002, quando ci fu la selezione per professore sostituto alla UFF. C’erano allora poche risorse, il libro di testo Bravo e delle cassette, pochi audio-video e qualche CD. Durante il primo anno all’istituto mi chiamò la TV Globo per incontrare degli attori, perché stava per cominciare Terra Nostra, una novela sull’immigrazione italiana e c’era bisogno che gli attori parlassero portoghese con un forte accento italiano, pronunciando anche delle intere parole. Il gioco però era valido fino a quando ci fosse un’ampia comprensione da parte della maggioranza del pubblico che vedeva le novelas brasiliane. Insomma, il risultato finale era una sorta di portuliano. Nelle battute dei principali attori, Ana Paula Arosio, Maria Fernanda Candido e Thiago Lacerda, inserii qualche parola di italiano, dei saluti, brevi frasi, un tocco di lingua italiana per simulare la lingua dei primi immigrati italiani che cominciarono a sostituire in Brasile la manodopera degli schiavi, tra la fine dell’ ‘800 e gli inizi del ‘900.

È stata la prima novela con tema italiano della quale ho seguito gli script per la Globo; sono stato dietro ad altre quattro negli anni successivi: Esperança, Os Maias, A casa das sete mulheres, Passione. La più comica è stata la preparazione di Thiago Lacerda in A casa das sete mulheres, dove si racconta la storia del giovane Garibaldi che, arrivato al Rio Grande do Sul al seguito dei farrapos, dopo la cosiddetta rivoluzione degli straccioni, si innamora di Anita. Thiago Lacerda – Garibaldi nella novela -, oltre a prendere lezioni di equitazione (proprio come Garibaldi che sembra abbia imparato a montare proprio in Brasile), si trovò in serie difficoltà quando la sceneggiatrice, Maria Adelaide Amaral, decise di creare un’aura cattolica attorno alla figura dell’eroe dei due mondi; in una scena andava insieme ad Anita a far benedire la medaglietta di S. Giuseppe dal parroco… penso di non aver mai riso tanto: in realtà non ho mai capito perché la novella pretendesse di trasformare un mangiapreti come Garibaldi in un bigotto! Probabilmente il pubblico brasiliano, profondamente cristiano (cattolico e protestante), non avrebbe apprezzato un eroe ateo!

Tra il 1999 e il 2000, mentre ero professore visitante alla UFRJ, ho avuto il primo contatto con la UFF (Universidade Federal Fluminense), dove lavoro ancora oggi. Sono stati anni molto intensi, dall’Istituto di Cultura partivano molte richieste anche di alunni privati e io ne avevo molti. Sembrava proprio che tutti volessero imparare l’italiano: che sia stato per la novela Terra Nostra o per la concessione dei passaporti italiani ai discendenti, non lo so; il fatto è che dal lunedì al sabato uscivo di casa la mattina e vi tornavo solo a notte inoltrata.

Solo nel 2003 ho fatto il concorso federale alla UFF, dove già ero professore sostituto. La clausola che accettai, dopo il concorso, era quella di dedicarmi esclusivamente all’università senza avere altri impegni di lavoro. Quando sono entrato nella cattedra di italiano, eravamo soltanto in due con un orario integrale, mattina e pomeriggio, mentre oggi il corso di italiano è esclusivamente notturno, dalle 18.00 alle 22.00. Gli studenti brasiliani, e in particolare quelli che si iscrivono ai corsi di laurea in discipline umanistiche, lavorano durante il giorno e hanno tempo di frequentare l’università solo dopo le 18. Questa fascia oraria pertanto è la più affollata. Nelle università federali c’è l’obbligo di frequenza per almeno il 70%, e non esistono esami per non frequentanti. Nei corsi di laurea come medicina o giurisprudenza o più genericamente scientifiche, l’orario è integrale e il pubblico che ha accesso a queste facoltà proviene solitamente dalle classi benestanti.

Qualche numero sul mio Ateneo. La UFF è la seconda università pubblica federale nello stato di Rio di Janeiro, nel senso che dipende direttamente dallo Stato Federale (l’Unione), e non dallo stato di Rio di Janeiro, come la UERJ. Quest’ultima sta attraversando un periodo difficile, dal momento che l’ente finanziatore è lo stesso stato di Rio di Janeiro, in profonda crisi economica.

Creata nel 1960 con il nome Universidade Federal do Estado do Rio de Janeiro (UFERJ), la UFF riceve il suo nome attuale (Universidade Federal Fluminense) nel 1965. Oltre alla Rettoria, la UFF possiede dieci campi a Niterói, e altri 20 distribuiti in sedici città dei dintorni (Petrópolis, Angra dos Reis, Nova Friburgo, Rio das Ostras, Volta Redonda, Santo Antonio de Pádua, Cachoeira de Macacu, Iguaba Grande, Quissamã, Bom Jesus de Itabapoana, Cabo Frio, Arraial do Cabo, São João do Meriti, Macaé, Itaperuna, Miracema). Oggi, la UFF è costituita da 32 unità (16 istituti, 11 facoltà, 6 scuole, 1 collegio), quattro poli nella zona interna, 27 poli di educazione a distanza, un’unità avanzata a Oriximiná – PA, un nucleo sperimentale a Iguaba Grande e una azienda agricola scuola a Cachoeira de Macacu. Sono in tutto 94 dipartimenti e 27 poli di educazione a distanza. Nella post graduation ci sono 30 dipartimenti di dottorato di ricerca e 43 di master, cinque master professionalizzanti e 131 corsi di post graduation lato sensu (specializzazione). Ci sono circa 35.599 studenti nei corsi di laurea, dei quali 29.213 nei corsi con l’obbligo di presenza e 6.386 nei corsi a distanza. La UFF ha anche un ospedale (Antonio Pedro) che catalizza buona parte dei fondi stanziati.

Esistono anche molte università private in Brasile, dove l’accesso è molto più facile nel senso che non c’è un esame come il vestibular (“l’esame di ammissione all’università”), l’ENEM (“Esame nacional do ensino médio”, fatto per valutare il rendimento degli alunni del livello della scuola media superiore), o il SISU (“Sistema di seleção unificada”, utilizzato per classificare i voti ottenuti all’ENEM per consentire l’accesso all’Università), ma soltanto un test proforma. Queste università private esigono il pagamento di una retta mensile a volte molto cara. Per quanto riguarda l’ingresso all’università pubblica, con lo scopo di ridurre le differenze socio-economiche, derivanti da questioni etniche, è stata creata nel 2012 la cosiddetta Lei de Cotas (lei 12.711/2012: “Legge delle quote”), la quale riserva il 50% dei posti disponibili a studenti provenienti dalla scuola media pubblica, con basso reddito e che si autodichiarino pretos (negri), pardos (mulatti, anche se questo termine non è più politically correct) e indigeni. La Legge delle quote costituisce una politica rivolta alla correzione delle disuguaglianze sociali del Paese. In ogni caso l’istruzione, pur essendosi aperta negli ultimi anni alle classi più umili, vede una partecipazione piú massiccia delle classi più ricche.

Se in Italia, secondo quanto ricordava Tullio De Mauro, c´è oggi un’ottima scuola elementare, in Brasile dalle elementari alle medie tutta la struttura è un po’ traballante. La facoltà di lettere (pubblica), e la UFF soprattutto, sono in realtà molto simili a una facoltà di lingue italiana, dove di base si studia la lingua e la letteratura nazionale (lingua portoghese e letteratura portoghese e brasiliana in questo caso), alle quali si abbina poi la lingua e la letteratura straniera scelta. Si tratta di solito di un pubblico più interessato al certificato di laurea per poter accedere ai concorsi pubblici, che non di studenti interessati alla ricerca o all’insegnamento universitario.

La cattedra di lingua italiana, dove insegno, ha ancora un corso di laurea di bacharelado che non abilita all’insegnamento, e un altro di licenciatura che invece permette allo studente di insegnare nei licei. A breve questo corso, bacharelado semplice, verrà sostituito da uno di bacharelado in traduzione. Si può accedere all’insegnamento universitario soltanto dopo il master e il dottorato.

Il nostro curriculum di lingua e letteratura italiana è abbastanza lungo: ci sono nove livelli di língua e due discipline propedeutiche allo studio della letteratura, prima di poter accedere allo studio delle altre letterature. Questo è il momento in cui si inseriscono i primi elementi di storia e geografia europea e italiana, e quindi anche il momento chiave per chi decide di continuare, visto che ci si allontana dal tradizionale corso di lingua. La scuola brasiliana (pubblica o privata) non approfondisce infatti questi aspetti della storia italiana. Alla UFF, per facilitare il compito degli studenti, già dal ’97, è stato invertito l’andamento storico-letterario delle discipline di letteratura: partiamo così dalla più recente per arrivare a quella delle origini. Non è mai possibile iniziare lingua e letteratura insieme, è sempre molto difficile la comprensione testuale di una lingua straniera, anzi c’è proprio un vero salto nel passaggio dalle discipline di lingua a quelle di letteratura.

I nostri periodi di lezioni vanno da dopo carnevale a luglio (1º semestre), e poi da agosto al 20 dicembre (2º semestre). Gli esami sono quasi tutti scritti, anche se da quando ho cominciato, nel 2002, ho inserito anche degli esami orali. Ci sono circa 100 alunni l’anno che frequentano i corsi di italiano (lingua e letteratura), 50 circa al semestre, e le discipline vengono erogate a semestri alterni visto che siamo solo quattro professori. La disciplina “lingua I” si apre nel 2º semestre, ossia soltanto nel 2º semestre ci sono i nuovi arrivati (i cosiddetti calouros, le matricole). Abbiamo la disponibilità di 25 nuove iscrizioni l’anno (18 per la licenciatura e sette per il bacharelado). Da quattro anni è diventato obbligatorio in tutti i corsi (pubblici e privati) di licenciatura (ossia in tutti i corsi rivolti alla formazione di professori di liceo) includere nel curriculum la “Lingua brasileira de sinais”, ossia la lingua brasiliana dei segni, usata da e per i sordomuti.

L’orario è fatto dalla Facoltà di Educazione che inserisce le discipline obbligatorie in tutti i corsi di lettere, poi la cattedra di portoghese suddivide gli orari (che sono per tutti gli studenti di lettere), e solo in ultima battuta si riempono gli spazi mancanti con le varie lingue e letterature offerte (inglese, francese, tedesco, italiano o spagnolo).

I professori di italiano di solito si dividono gli orari secondo le disponibilità di ognuno. C’è chi preferisce dare lingua anziché letteratura, ma non è fisso: tutti possono dare gli insegnamenti del semestre. Riguardo agli orari, sembra di trovarsi più al liceo che all’università. I gruppi sono abbastanza ristretti e anche se, all’inizio, abbiamo classi di 25/30 alunni, dopo il 4º semestre si riducono a nove o dieci. Da quando la mia collega è andata in pensione, gestisco anche due corsi di lingua (extra laurea) offerti all’interno della facoltà. Uno si chiama PULE (“Projeto de Universalização de linguas estrangeiras”), dove i laureandi danno dei corsi gratutiti agli altri alunni dell’università; poi esiste anche il PROLEM (“Programa de lingua estrangeiras modernas”), ovvero dei corsi a pagamento (il cui costo è molto piú basso che nelle tradizionali scuole di lingua), ai quali possono iscriversi persone esterne all’università. Chi tiene i corsi sono alunni e ex alunni o anche professori autonomi, i cosiddetti MEI (“micro empresários independentes”, ossia professori che autodichiarano la loro entrata, che è in realtà una borsa integrativa). Per noi professori coordinatori questo risulta come un programma extra curriculare, vale a dire un progetto integrativo del nostro curriculum (“projeto de extensão”). Esiste anche un laboratorio di traduzione (coordinato da me e da un collega) vincolato al corso di lettere, composto sia da alunni che da dottorandi, chiamato LABESTRAD (Laboratório de estudos de tradução).

Non è facile in ogni caso insegnare italiano: gli studenti del corso notturno arrivano stanchi, sia per la giornata di lavoro che per il tempo passato sui mezzi pubblici per arrivare all’università. A volte l’emozione di fronte a questi eroi urbani è incontenibile: c’è gente che proprio non ce la fa a non sbadigliare e ad addormentarsi. Ancora oggi mi chiedo in che modo il corso di italiano abbia potuto entrare nella vita di tanti alunni, provenienti spesso da situazioni molto difficili. Se sia riuscito a dare un aiuto ai miei alunni, francamente non lo so: so solo che lo rifarei, e comunque sono contento di averci provato. Insomma un po’ si lavora, ma comunque nessuno mi ha mai chiamato prof. Bonomini, per tutti sono soltanto Guido, o al massimo “o professor Guido”.

wildoalberto@yahoo.com.br

 

 

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