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Opere che devono ‘parlare’: Maria Gioia Tavoni a tu per tu con Roberto Gianinetti

Di certo non sei il solo artista né per i secoli passati ma neppure per l’epoca che stiamo vivendo ad esserti defilato da una situazione abbracciata con cognizione, dopo rigorosi studi universitari intrapresi per esercitare una professione molto lontana da ciò a cui ti sei invece dedicato con profonda cognizione: l’arte dell’intaglio. Divenuto veterinario si sa che hai esercitato, ma per quanti anni? Convivevano in te entrambi gli stimoli e come è avvenuto che l’uno ha finito con l’imporsi sull’altro?  Avvenuto il distacco dalla professione che sicuramente era più redditizia dei primi tempi solo d’artista, come hai potuto supplire al vivere tuo e della tua famiglia?

Mi sono occupato di Medicina Veterinaria per piccoli animali per oltre 20 anni. Un’attività che ho svolto con grande piacere ed interesse e che mi ha insegnato molto: relazionarmi con gli animali, osservando prima di tutto i loro atteggiamenti. La semeiotica: i segnali che un cane o un gatto mettono in mostra per indicare qualcosa di loro (benessere, paura, diffidenza, malattia, ecc.) Nello stesso tempo provavo attrazione per l’arte e già durante l’Università frequentavo l’Istituto di Belle Arti di Vercelli. Ricordo che tornavo a casa in treno da Torino e, appena entrato in Aula di disegno o pittura, dimenticavo tutto. Il tempo scorreva in un altro modo, era diverso. Il lavoro e il relativo impegno nei confronti dei pazienti e dei loro proprietari erano una priorità, ma, a poco a poco, stava crescendo in me un senso di disagio: percepivo un richiamo verso un altro luogo, “altrove”. Una sensazione lenta e inarrestabile. Nel 1995, in Giappone, durante un Congresso mondiale di medicina veterinaria, è avvenuta la svolta. Definitiva, quanto inaspettata. Camminando per le strade di Kyoto, visitando musei e monasteri ho capito che dovevo iscrivermi all’Accademia di Belle Arti di Brera. Così è stato e così, senza saperlo, sono diventato incisore. Il distacco dalla professione è avvenuto gradualmente; ho atteso quasi dodici anni prima di abbandonare definitivamente l’Ars Medica. Un forte senso di colpa e di incertezza mi accompagnava tutti i giorni; come pure certe preoccupazioni economiche e la contrarietà dei miei genitori. Mia moglie, anch’essa veterinaria mi è stata vicina, mi ha incoraggiato; ha continuato da sola l’attività nella nostra clinica, finché si è aggiunto un nuovo bravo collega.

Viene voglia, parlando della tua particolare situazione, di usare un aforisma conosciutissimo e che nei casi, oltre al tuo che non è ancora molto noto, in cui è stata la famiglia a sobbarcarsi l’intero onere dell’ “abbandono”, sia sempre la donna o le donne di casa ad avere un ruolo importantissimo. Non si dice forse che dietro ad un grande uomo c’è una grande donna? Nel tuo caso mi sembra ce ne sia più d’una, dato che anche le due tue figlie, a quanto so, non ti hanno mai minimamente ostacolato.

Mia moglie è stata fondamentale nel supporto e nella condivisione dei miei sogni; ci conosciamo dall’età del Liceo… Una persona sensibile e generosa, che si è sicuramente sacrificata, affrontando con determinazione alcuni disagi, rinunciando a determinate sue libertà. Senza farlo pesare. Le nostre due figlie, a quel tempo, erano piccole; non capivano molto bene cosa stesse capitando; il loro amore era incondizionato. Hanno avuto consapevolezza solo quando hanno assistito alla mia tesi di diploma a Brera. Quel giorno, frequentavano le scuole medie, si sono rese conto di cosa stessi facendo e in quale luogo.

Ma veniamo alla tua arte che personalmente riesce spesso a sedurmi per il tipo di ‘ricerca’ in profondità che accompagna ogni tuo intervento grafico sia che si tratti di una o più xilografie, le quali sono sempre fra di loro intimamente collegate. Il tuo procedere a volte lo coniughi insieme con una scheda intesa a cercare di spiegare lo sviluppo del tuo pensiero lasciato sulla carta con segni che possono essere alfabetici, alfanumerici, figurativi, ma sempre evocativi, per costruire il tema che ti sei o ti hanno assegnato, il nocciolo della storia che vai a illustrare. La scheda è un reale passepartout per cogliere la profondità del tuo sentire o, invece, è un tassello di un mosaico ben più vasto che porta soprattutto l’artista a chiarirsi con se stesso?

Per molti anni non ho fatto altro che disegnare, incidere e stampare con il mio torchio manuale. Mi sono occupato soprattutto di xilografia e rilievografia: matrici di legno, linoleum e materiali sperimentali. Il mio problema era cristallizzare sul foglio di carta ciò che arrivava, vago, seppure ineludibile, nella mia mente. Queste sensazioni avevano una tale urgenza che non avevo tempo da perdere: nessuno scritto, solo forme, colori e composizione formale della pagina. Penso di aver inciso e stampato alcuni chilometri di carta: in folio e sotto forma di libri d’artista, poi di tessuti. Le schede sono arrivate molto tempo dopo. I primi contatti con curatori di mostre e giornalisti hanno messo in evidenza la necessità di spiegare o decifrare questi tracciati, grafemi, immagini… Posso comunicare, o tentare di farlo, in molti modi; anche con le schede. Ho trovato in un libro dì Nina Edwards, “Storia del buio”, questa frase: l’oscurità nutre l’immaginazione. Giro intorno a queste parole senza riuscire ad afferrarle completamente; mi sembra dicano la verità, ma mi viene voglia di scrivere che l’immaginazione semplicemente arriva. Per me è e rimane un mistero. Allora mi aggrappo ad un altra frase che, forse, ho letto alcuni anni fa in un libro di Borges: “scrivo, perché scrivere mi aiuta a pensare.” Forse per me è proprio così.

Il tuo percorso di ricerca non è facile per te, me ne rendo conto, ma devi comunque permettere ai critici – escludimi perché non mi ritengo tale – di potere penetrare se non nelle profondità del tuo sentire, che resta sempre appannaggio del vero artista, almeno nel cercare di sbrogliare parte della matassa dei concetti alla base di una tua operaNon amo, e condividono le mie perplessità diversi amatori d’arte, che sia l’autore, l’artista, il solo depositario del proprio bagaglio concettuale. Che ne pensi in proposito?

Il mio primo impulso è creare, occupando in qualche modo il foglio di carta che ho davanti. Non penso ad altro: risolvere questo mio problema. Perché penso si tratti di un problema, cioè qualcosa che attende una soluzione. Come mi comporto? Utilizzo ciò che è disponibile intorno a me: pezzi di legno su cui traccio dei segni, li incido, li inchiostro con un rullo e li stampo sotto il torchio. Nella maggior parte dei casi non penso, agisco. Mi sembra di sapere già come muovermi. Ho dentro di me una traccia che mi dirige. Solo quando ho esaurito questa spinta primaria, mi fermo, guardo e penso se sono riuscito a decifrare questo mio enigma. Sono quindi d’accordo con te sul fatto che l’artista non debba essere il solo depositario del proprio bagaglio concettuale. In fondo si tratta di comunicare. Solo che non sono scrittore e mi è difficile trovare parole che si avvicinino al mio sentire, proprio perché questo sentire non è fatto di parole. Verrebbe da dire con Wittgenstein “su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”. Ma io posso e voglio parlare…

Puoi darmi qualche ragguaglio più in profondità offrendo ai nostri lettori un esempio su cui potersi meglio orientare a seguito della visione di una tua opera accompagnata da tue parole esplicative?

Vorrei quindi parlare di due miei recenti lavori: “Matrioska Park” e “De Rossanensis-Decodex”. Il primo intende manifestare un mio sentimento provato a Kazan, capitale Tatara, in occasione di una mia mostra personale nel 2018. Il solo pensiero mi riporta alla mente aspetti, suggestioni diverse: parchi, alberi, bancarelle con le matrioske, colori, temperature, cieli, l’alfabeto cirillico. Sono stato bene con i miei amici artisti, storici dell’arte, curatori. Così nasce questo lavoro: voglia o interesse a comunicare qualcosa. Ringraziare, anche. Tuttavia mi risulta impossibile con una sola matrice rendere conto di tutto. Inizio pertanto a scegliere, definire, a comporre, come un musicista o un direttore d’orchestra: strumenti, accordi (armonie, contrasti, timbri); dispongo le forme secondo una certa sequenza percettiva. Do forza a certe forme, uso trasparenze e velature per altre; sovrappongo, allontano, duplico, triplico …

Matrioska Park, xilografie, rilievografie, 2018.
Matrioska Park, xilografie, rilievografie, 2018.

 Ho bisogno di un foglio di grandi dimensioni per far stare tutto: 78 x 108 cm. Decido di voler creare due soli esemplari. Stabilisco che queste due opere devono essere simili, ma non uguali; in questo modo riesco a soddisfare meglio tutte le diverse sensazioni che provo. L’idea di ripetere per due volte lo stesso procedimento non mi crea problemi; tuttavia non voglio fare due lavori uguali .Perderei l’opportunità di poter variare sul Tema. A poco a poco il lavoro viene definito: 50, 80, 200 passaggi… Duecento matrici, altrettante inchiostrazioni, passaggi sotto il torchio. Non posso fare diversamente; è così che mi realizzo. A un certo punto capisco che l’opera è terminata o quasi. La dispongo su un grande leggio a parete e attendo che gli inchiostri asciughino. Ogni tanto guardo il risultato; ogni tanto riprendo alcuni passaggi. Il lavoro termina con la firma e il titolo; in certi casi aggiungo una scheda; in altri compongo un testo vero e proprio, un possibile racconto. Appena posso inserisco il lavoro nel mio sito.

De Rossanensis – Decodex è un libro d’artista concepito a seguito dell’invito a creare ispirandomi al Codex Rossanensis, di Rossano Calabro, patrimonio dell’UNESCO. Un codice miniato meraviglioso. Il lavoro è costituito da un unico foglio, fronte-retro, di 50 x 100 cm (formato aperto), 50 x 40 cm, formato chiuso, tale da costituire quattro pagine e una “aletta” sul cui interno ruotano due volvelle.

De Rossanensis - Decodex, libro d’artista, xilografie, rilievografie, 2019
De Rossanensis – Decodex, libro d’artista, xilografie, rilievografie, 2019.

Tutte le matrici utilizzate, “Alfabeto onciale” compreso, sono, ancora una volta, singole xilografie, ottenute scavando un legno multistrato, reperibile nei bricocenter. Non voglio utilizzare materiali nobili (bosso, pero, ecc.), bensì di uso pratico contemporaneo, restando tuttavia collegato ad un ambiente creativo “medievale” o ancora precedente. Seguo, in un certo senso, i caratteri mobili di Gutenberg andando a ritroso nel tempo… Contraddizioni e contaminazioni, mescolanze. Preferisco il Medioevo e il Gotico al Rinascimento (con rispetto parlando): Duccio da Boninsegna, Giotto, Beato Angelico… pitture rupestri, icone bizantine e russe, molti moderni e contemporanei. Amo Francis Bacon (pittore).

 

Non amo Francis Bacon almeno quanto lo ami tu e mi sembra artista agli antipodi della tua ricerca, che è viaggio, a mio avviso, interiore verso la comprensione e il raggiungimento di obiettivi anche spirituali, anni luce lontani dal bagaglio soprattutto esperienziale di Bacon. Nel tuo lavoro personalmente vi ravvedo sempre il bisogno di operare con il segno in direzione ‘alta’, verso un approdo che a volte può sembrare frutto molto faticoso di ricerca finanche mistica. Correggimi, ovviamente, se pensi sia troppo lontana dalla comprensione del tuo percorso che a me sembra profondo nelle direzioni da me appena accennate.

Sono d’accordo con te che Bacon sia agli antipodi della mia ricerca: gesto, azione diretta sulla tela, matericità… ma anche struttura compositiva, argomenti, sensazioni, colori. Gilles Deleuze intitola un suo saggio su Bacon: “la logica della sensazione”. Per molto tempo ho affrontato nei miei pensieri questo titolo e la sua contraddizione (come d’altronde spiega molto bene lo stesso filosofo francese). Anche “Il pasto nudo” di William Burroughs mi ha impegnato molto… In ogni caso Bacon mi attrae; sono stato nel suo studio a Dublino; ho letto quasi tutto: Interviews, Deleuze, ecc. E sono d’accordo con te che il mio viaggio si diriga verso lo “spirituale”, il mistico. Ma dentro di me convive anche “Corporale” di Paolo Volponi, che ho portato alla maturità, insieme a Pasolini. E anche “Homo Ludens” di Huizinga e tutti i giochi del mondo: Gioco dell’Oca, Scarabeo, Scacchi e Dama, Rayuela di Cortazar.

Ho guardato il tuo bel catalogo ravennate e i saggi che introducono le illustrazioni. Il tuo percorso, ad uno sguardo più in profondità, per quello che so io, vagola in mille direzioni, come giustamente ha messo in evidenza Tarantino, secondo la felice definizione di Eco e come l’opera d’arte in gran parte è perfino ‘volutamente oscura’. Ma che i richiami tuoi vadano anche al classico in questo catalogo mi sembra poco evidenziato; si al gioco e al Mitelli, ma si pure ai drammatici volti di Rouault che hanno in comune con Munch il ‘religioso’ma non dissacrato. Quanto alla tua filiazione russa c’è la leggerezza a volte di Chagall, ma poco del mondo delle icone. Alle spalle delle tue letture intravedo, sempre a parer mio, il Kafka ma delle Metamorfosi e, sicuramente come tu hai stesso detto, l’Homo ludens di Huizinga ma con diverso impeto. Il tuo è un gioco a volte non proprio solo ludico e vai, come ho avuto modo di dire, coniugando solo il mio pensiero con certe tue immagini etiche e familiari. Ora posso aspettare i tuoi volti…  Dovrò inoltre, ma a suo tempo, venire nel tuo studio, per vedere da vicino come procedi e per capire meglio anche come procedeva Aldrovandi.

Concludo pensando a un altro Homo, quello delle pitture rupestri: pensava ai bisonti, ai cavalli? O più semplicemente li sentiva dentro di sé? E i suoi vicini di casa avevano bisogno di parole per capire? Mi rendo conto che non si possono fare paragoni ma, forse, “la rappresentazione del mondo è in larga misura un prodotto della nostra immaginazione…” (François Jacob).

http://www.robertogianinetti.it/

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