conversando con... · In primo piano

Barbara Carle intervista Paolo Valesio

Paolo Valesio è poeta, scrittore e critico letterario. È Giuseppe Ungaretti Professor Emeritus in Italian Literature all’Università di Columbia a New York, dove ha concluso la sua carriera accademica. Ho compiuto gli studi a Bologna e a Harvard, ha insegnato a New York University e a Yale University. Dal 2013 è presidente del “Centro Studi Sara Valesio” (= CSSV) a Bologna. Il CSSV sostiene e unisce scrittori e artisti internazionali. Ha fondato e diretto la rivista Yale Italian Poetry – YIP (1997-2005), successivamente trasferita nel 2006 alla Columbia dove è diventata la Italian Poetry Review, IPR. Ha pubblicato più di una ventina di volumi di poesia, da Prose in poesia (1979), a Mezzanotte di Spoleto (2013), e Il Servo rosso (2016). Ha scritto romanzi e saggi critici. Vive tra vari mondi culturali, in particolare quello italiano e quello americano tra altri. Tiene anche un blog letterario e continua scrivere sulla politica, la cultura, l’arte e la letteratura.

Caro Paolo, una delle caratteristiche costanti della tua poesia è una ricerca lessicale notevole. Visto che tu sei coinvolto in varie letterature transnazionali, come vorresti definire o descrivere la tua pratica lessicale nel fare poesia? Pensi che i poeti italiani, consapevoli della lezione dantesca, sentano il dovere di inventare neologisimi?

Non credo che i poeti italiani “sentano il dovere di inventare neologismi”. Direi che sentono abbastanza poco questo “dovere”, che poi naturalmente non è un dovere, ma una libera possibilità. Quello che so è che i miei (del resto non numerosissimi) neologismi continuano a essere spesso accolti con una certa perplessità, non tanto da parte dei lettori “comuni” quanto fra i miei colleghi professionisti di poesia. Sul perché, si potrebbe riflettere, ma è meglio che lo facciano i critici piuttosto che il sottoscritto, per evitare l’accusa di narcisismo che così spesso (e così ingiustamente) si rovescia sui poeti. Voglio dire: so che la dicotomia continiana tra la linea Dante e la linea Petrarca come divisorie nella tradizione poetica italiana, non è più di moda; ma a me sembra che non sia da buttar via. La poesia italiana non è mai stata veramente “dantesca”, forse perché il linguaggio di Dante continua ad avere su di noi un effetto paralizzante. (E questa è una delle ragioni per cui, quando mi permetto – naturalmente con le debite proporzioni –  di richiamare l’esempio dantesco per la mia relativa libertà di neologismo, sento intorno a me il sospetto dell’impertinenza.) Invece la linea petrarchesca, o più precisamente petrarchesco-leopardiana, non ha avuto (purtroppo, verrebbe da dire) alcun effetto paralizzante, anzi. La tradizione poetica italiana è stata, e in larga misura ancora è (con varie importanti eccezioni, e nonostante le salutari scosse inferte da F. T. Marinetti e qualcun altro), inesorabilmente classicista; e – come sempre accade nell’eterna dialettica della poesia – è abbastanza ozioso chiedersi se questo sia un difetto o un pregio.

Il tuo bisogno di scrivere continuamente è legato a una ricerca lessicale, esistenziale, o è piuttosto una forma di resistenza letteraria alla complicatissima realtà, o meglio deriva, del mondo attuale?

C’è la resistenza alla poesia, che preoccupa i sociologi e (giustamente) gli insegnanti in trincea; e c’è la resistenza della poesia, di cui si incaricano gli intellettuali (Jean-Luc Nancy ecc.). Nella mia piccola storia personale, la resistenza alla poesia  – negli anni dell’adolescenza e della prima giovinezza – è stata una resistenza ad accogliere le pulsioni e ispirazioni subconscie; e allora mi immersi nel razionalismo e negli studi (saggi universitari, insegnamento). Dopo vari anni, sentii che questa resistenza era controproducente e inutile, e mi abbandonai (senza tralasciare saggi e studi) alla scrittura di immaginazione, ossia (ma è un anglismo abbastanza inutile) scrittura creativa: prima prosa narrativa, poi soprattutto poesia. Ecco perché i miei inizi come scrittore avvengono tardi, nel cuore dei miei trent’anni. Sì, è come dici tu: io scrivo (o tento di scrivere) continuamente. Oltre che la poesia (una ventina di volumi pubblicati finora), la saggistica, alcuni racconti e romanzi, il progetto più continuativo (nulla dies sine linea) è una Tetralogia di romanzi in forma diaristico-saggistica, ovvero romanzi diarii (nel senso di quotidiani), ciascuno con una tematica e stile differenti, quasi come se fossero scritti da quattro autori diversi; si potrebbero anche chiamare eterotesti (toutes proportions gardées rispetto agli “eteronimi” di Fernando Pessoa). Si tratta, è chiaro, di una narrazione infinita, in massima parte ancora inedita. Non considero tutta questa scrittura come una forma di resistenza: è soltanto un continuo tentativo di parola. (Ricordo un verso da una mia poesia: “Io parlo molto perché parlo poco”; adesso direi: “Io scrivo molto perché parlo poco”).

Potresti commentare il tuo rapporto con il sonetto, la proesia e prosings? Qual è il vantaggio di ogni forma e qual è lo svantaggio?

I sonetti sono stati un’attività intensa per un certo periodo; adesso, molto più saltuaria. Il vantaggio è quello di ogni forma poetica chiusa. Il sonetto è il grande contributo italiano alla poesia internazionale: il principe o principessa delle forme chiuse. Quanto ai testi misti di prosa e poesia, con essi cominciai, in un volume del 1979, le mie pubblicazioni poetiche: il titolo è Prose in poesia, a volte citato erroneamente come ‘Poesie in prosa’. E invece quelle poesie del 1979, come quelle che sto scrivendo adesso (vedi più avanti) non appartengono al genere oramai un po’ logoro del poemetto in prosa, ma vogliono che la prosa irrompa dentro la poesia. Il loro vantaggio è quello di ogni ibridazione.

Tu pensi di aver scritto più raccolte di poesie o libri di poesia? Ti chiedo questo perché in alcuni tuoi libri ci sono delle sequenze spirituali (Il sacro) e laiche (il profano) diciamo. Cioè per te il libro di poesia è un dialogo tra il sacro e il profano, un duologo come dici tu?

Mi piace pensare di aver scritto più libri che raccolte di poesia; nel senso che io tento (che ci riesca sempre o no, è un’altra cosa) di costruire per ogni mio volume un discorso di tipo narrativo (molto indiretto); è un’arcata che dovrebbe in qualche modo tenere insieme i vari testi. Problema, dunque soprattutto (non soltanto) formale (nessuna questione di poesia è soltanto formale). Diversa è la questione del sacro e del profano, su cui tornerò.

Visto che hai insegnato per più di trent’anni negli Stati Uniti, ti senti di fare un collegamento tra la tua scrittura poetica e la sua funzione pragmatica nell’aula universitaria? Può esistere tale collegamento?

Ammesso che un tale collegamento possa esistere (e qui interrogo indirettamente anche la tua esperienza), non l’ho mai tentato esplicitamente. Ma forse, nei miei ultimi anni di insegnamento universitario, c’è stato un effetto indiretto e non calcolato. Credo che la poesia si sia fatta sentire, nelle mie lezioni, come una forma di benefica erosione (almeno, a me è sembrata benefica anche per gli studenti). Erosione, dico, dell’eccessivo intellettualismo del discorso universitario, in favore di qualche cosa di più rapsodico, più evocativo, più colloquiante (che non è la stessa cosa che “colloquiale”).

Dal momento che cominci un incontro con gli studenti (nel quale leggi le tue poesie in italiano e in inglese) in modo “dialogico” citando Martin Buber, in realtà fai una specie di “lezione” sulla poesia. Mi riferisco alla presentazione qui a Sacramento State del tuo ultimo libro Esploratrici solitarie (il 24 aprile del 2019). Se ho capito bene tu hai interpretato Buber per dire che la poesia può far scattare una forma di comunicazione oltre il segno nei suoni (della poesia) e nei gesti (del poeta): “silentiary communication.” Ciò non esclude la comunicazione attraverso il segno e attraverso la doppia esperienza di ogni testo nelle due lingue. Gli studenti hanno provato le tue poesie come suono e come significato attraverso una presentazione bilingue. Hai parlato dell’urto e della controversia positiva che la poesia può scattare attraverso lo scavo dei contrasti e delle dissonanze. Questa è un’altra forma di pedagogia poetica. In pratica, attraverso la tua lettura, e i tuoi commenti, e le tue risposte alle varie domande, hai risposto almio quesito qui sopra. Però mi hai anche posto, anche se in modo indiretto, una tua domanda: “qui interrogo indirettamente anche la tua esperienza…” E quindi ti rispondo. Sì, mi servo della poesia come metodo di insegnamento della lingua perché credo che la poesia rappresenti l’impiego più felice e intenso di una lingua, anche nel senso di alta applicazione della retorica. E per questo motivo, anche nei corsi che devo insegnare ai principianti della lingua, faccio dei “dettati poetici” dall’Inferno e incoraggio gli studenti ad imparare e a recitare versi di Dante. In generale a loro piace fare così e molti si impegnano e si ricordano questi versi anche quando si iscrivono a corsi più avanzati. Non penso che sia necessario quindi aspettare per coinvolgere gli studenti nel fuoco diciamo della lingua. Dall’interiore imparano meglio anche se non capiscono in modo razionale ancora tutto, stanno assorbendo concetti, idee, forme sintattiche e sensazioni. Ho notato anche che la poesia, quella di Dante o quella moderna e contemporanea, funziona bene in aula a causa della forma frammentaria e breve. In un’ora, di solito, è possibile, leggere, commentare, spiegare, tradurre (se serve) un testo. Quindi sì, me la sento di ribadire l’esistenza vera di un collegamento tra la poesia e la mia esperienza d’insegnamento nell’aula americana. Ora, mi pare di vedere una consonanza tra la tua lezione/presentazione poetica qui e le mie esperienze e le idee appena formulate. Quali poeti hanno avuto maggiori impatti sulla tua poesia? Pasolini? Bertolucci? Dante? D’Annunzio? e/o altri ancora?

Nei miei studi ho coltivato in particolare Gabriele d’Annunzio e Filippo Tommaso Marinetti, due poeti che hanno prodotto una poesia di profonda originalità; sono stati fondamentali per lo sviluppo della poesia italiana ed europea del Novecento; e al tempo stesso sono ancora soggetti a vari pregiudizi ideologici mascherati da valutazioni estetiche. Non credo, tuttavia, che nessuno dei due abbia avuto un’influenza diretta sulla mia scrittura poetica. Ricorrendo alla vecchia ma sempre valida categoria di Harold Bloom, “L’ansia dell’influenza” (termine per cui non ho ancora trovato un equivalente italiano veramente soddisfacente), potrei dire che inizialmente ho misurato l’impatto di cui tu parli, sull’ansia di influenza che inizialmente sentivo per certi scrittori, tanto che li considero “responsabili” dei tardi inizi di cui parlavo. Scrittori, insomma, a cui rendo omaggio per avermi “bloccato”, in periodi successivi, nella scrittura poetica, così evitandomi la faciloneria, e che sono stati, nell’ordine cronologico della mia esperienza di lettore: Eugenio Montale, Arthur Rimbaud, Ezra Pound. Dopo di loro, con tutta la mia ammirazione per tanti poeti, italiani e stranieri, che non sto ad elencare, non ho veramente reso l’omaggio della mia ansia (se così posso esprimermi) se non a due scrittori così diversi di lingua e di stile come: Philippe Jaccottet (sperimentai il fluire del suo francese in versi e in prosa durante un soggiorno a Wesleyan University, e mi spronò alla poesia); e Pier Paolo Pasolini, la cui scrittura poetica (lasciando da parte tante sue pose ideologiche) ancora mi ispira.

Su che cosa stai lavorando attualmente? Quali progetti speri di realizzare nei prossimi due anni?

Spero di realizzare è la parola giusta: impossibile, alla mia età, non essere coscienti della propria mortalità. Ma per i prossimi due anni trovo di fronte a me come progetti molto avanzati: la revisione di due libri di poesia virtualmente completi e molto diversi tra loro; la revisione della prima stesura di un romanzo-saggio il cui sottotitolo è: Romanzo storico contemporaneo; e, naturalmente, la continuazione della mia Tetralogia.

Quale aspetto della tua opera parlerà più al futuro?

Non sono affatto certo che la mia opera sia destinata a parlare alle generazioni future. So semplicemente che quello per cui mi sono più impegnato (lottando anche contro vari attacchi e incomprensioni) è stata la scrittura di una poesia orientata verso il trascendente senza essere programmaticamente religiosa; una poesia (e qui torno a una tua domanda precedente) che contempla con equanimità il dialogo/duello fra il sacro e il profano.

Se tu dovessi scegliere una poesia per rappresentare meglio la tua poetica attuale quale sarebbe?

Scegliere fra le mie poesie è sempre per me molto difficile, e ti cito solo due testi, uno lungo e antico, l’altro breve e recente. Il primo è il poemetto Pregando a Manhattan dal mio primo volume poetico (il già citato Prose in poesia del 1979); il secondo è la breve poesia che chiude la mia ultima raccolta pubblicata, Esploratrici solitarie del 2018, una poesia il cui titolo è anche il suo primo verso: Ogni porta richiusa somiglia a una aperta. Sintetizzando (spero in modo non troppo schematico): Pregando a Manhattan inaugura il confronto con il duello fra sacro e profano; e Ogni porta richiusa somiglia a una aperta evoca la trascendenza.

Pregando a Manhattan

 

Ogni porta richiusa somiglia una aperta

quando a notte è soltanto

un pallido riquadro.

Chi, in risveglio improvviso,

le si pone di fronte

con spirito contemplante

e attenzione pura

riesce talvolta

a passarle attraverso.

 

 

 

 

 

Please follow and like us:
error