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Il mio Camilleri, di Massimo Arcangeli

Quindici anni fa, nel mio primo contributo su di lui (L’espressivismo giocoso e la sicilianità straniata nelle avventure del commissario Montalbano, in Lingua, storia, gioco e moralità nel mondo di Andrea Camilleri, Cagliari, CUEC, 2004), parlai della lingua dei romanzi montalbaniani usciti fino ad allora (l’ultimo: Il Giro di boa, 2003) e li stroncai. Subito dopo ricevetti da Camilleri una missiva, letta durante una seduta di un Consiglio di Facoltà, in cui quel mio articolo veniva elogiato. Il motivo l’avrei compreso dopo. Alla fine di quel saggio avevo dismesso l’abito serioso del critico giudicante per indossare i panni del lettore spensierato. In quella veste, ammettevo, Montalbano l’avevo apprezzato e questo a Camilleri era piaciuto. Nella Gita a Tindari (2000), suggerendo al commissario di dedicarsi alla giallistica quando non sarà più in servizio, Mimì Augello gli dice a un certo punto: «Vuoi trasire nella storia della letteratura con Dante e Manzoni?». La risposta di Montalbano: «Me ne affrunterei».

Il segreto della nazional-popolarità di Camilleri è stata la sua capacità di saper condurre per mano il lettore (ha detto più volte di non aver mai fatto il passo più lungo della gamba) dal siciliano stretto di un empedoclino “della memoria” al dialetto italianizzante, dall’italiano dei semicolti (nell’irresistibile parodia di Catarella) a quello locale e regionale, da una lingua nazionale senza aggettivi al tono elevato di certi personaggi o situazioni. Si fa presto a entrare in confidenza con sicilianismi come spiare (“chiedere”) o taliare (“guardare”), nèsciri (“uscire”) o trasìri (“entrare”), gana (“voglia”) o sacchetta (“tasca”), strammo (“strano”) o macari (“anche”), perché sono ripetuti da Camilleri più e più volte, da un luogo all’altro o da un personaggio all’altro, e alla fine tutti finiscono per comprenderli. È una precisa strategia di pianificazione narrativa, attenta a chi è ignaro del siciliano anche nel sostegno che gli fornisce, nell’interpretazione di una voce siciliana, con un’esplicita, chiarificatrice glossa. Un sostegno, grazie alla progressiva familiarizzazione del lettore con lo stile dell’autore, che a un certo punto può anche venire a mancare.

I prelievi di Camilleri dal dialetto sono spesso impiantati in modo artificiale, in forza della loro facile riproducibilità, in altrove narrativi sempre diversi, e sono perlopiù prelievi lessicali. Lo scrittore non è riuscito a generare il «misto di dialetto e lingua» di cui lo stesso volle parlare in una nota di accompagnamento alla seconda edizione del lontanissimo Il corso delle cose, protagonista il maresciallo Corbo, perché nella sua pagina c’è in genere poco più di un avvicendamento, per quanto non meccanico, tra italiano e siciliano (o, come nel Re di Girgenti, tra italiano, siciliano e spagnolo). Niente di più distante, insomma, dall’inestricabile mescolanza di stili dell’infinitamente superiore pastiche di Carlo Emilio Gadda. E tuttavia, pur dovendomi smarcare dalle solite liturgie collettive (e dai temerari confronti con Pirandello o Pasolini), continuo, da lettore “ingenuo”, a non riuscire a farmi dispiacere la scrittura di Camilleri.

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