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Dante nel carcere di San Francisco, di Valerio Cappozzo

Nel 1828 il Museo delle cere di Cincinnati, in Ohio, allestì un’esposizione permanente dei tre regni ultraterreni dove appariva, tra i dannati imprigionati nel ghiaccio del lago di Cocito, la figura di un «poor old negro». Nella Divina Commedia le «anime più nere» (Inf. VI, 85) sono quelle dei concittadini di Dante che occupano i cerchi inferiori dell’Inferno, ovvero i gironi dedicati ai peccati più gravi. Nell’Ottocento, Cincinnati rappresentava la città di passaggio degli schiavi che tentavano di raggiungere l’emancipazione del nord-est degli Stati Uniti. Avvicinandosi alla data storica del 1865, anno in cui la schiavitù fu definitivamente abolita, nel movimento protestante – per la maggior parte composto da fedeli afro-americani e dove la spiritualità religiosa è unita alla politica e al sociale in difesa dei diritti umani – si cominciò a leggere Dante per ragionare sulla condizione infernale che le persone di colore vivevano nella società dominata dai bianchi e dall’ingiustizia razziale.

Nella Divina Commedia gli autori di origini africane cominciarono a trovare una relazione tra l’esclusione sociale di Dante e la loro storia che li vedeva, sin dal Seicento, deportati nel continente americano. William Wells Brown è considerato il primo romanziere afro-americano e nel suo romanzo Clotelle, del 1864, Dante viene citato sia come poeta d’amore sia per la sua sfortunata vicenda politica, diventando così esempio per il protagonista Jerome che sente di condividere con lo scrittore fiorentino la condizione di esule e di peregrino. Henrietta Cordelia Ray, un’insegnante di New York, nel 1885 scrisse una poesia proprio dal titolo Dante, dove raffigura il poeta come un abolizionista che combatte per l’uguaglianza tra la gente, e come un intellettuale pubblico e un paladino che lotta contro le ingiustizie sociali. Verso la metà del Novecento alla letteratura si affianca la nuova arte cinematografica e il regista indipendente Spencer Williams gira nel 1944 un film dal titolo Go Down, Death!, riduzione cinematografica dell’italiano Inferno di Padoan e Bertolini del 1911. Il personaggio del suo film, Jim Bottoms, vive la sua personale esperienza nella segregazione sociale raccontata secondo la morale che coordina la cosmologia dantesca.

La ricerca della propria identità e di un posto nella società è la tematica del romanzo Invisible Man, di Ralph Waldo Ellison pubblicato nel 1952, e ancora di The System of Dante’s Hell, scritto da Amiri Baraka nel 1965. In questo ultimo romanzo la struttura infernale è utilizzata per mostrare l’inferno vissuto in terra, in quell’America definita «a hell run by devils», l’inferno vissuto nella segregazione degli anni Trenta e Quaranta e nel sistema razziale degli anni Cinquanta e Settanta, durante il periodo della Black Revolution. Per Ellison come per Baraka il regno dantesco è una traccia da seguire per esprimere l’invisibilità degli afro-americani nella supremazia dei bianchi. In Linden Hills di Gloria Naylor, del 1985, oltre alla modulazione narrativa del tono dantesco, c’è l’utilizzo della metrica del poema sacro, la terza rima. Protagonisti sono due artisti ventenni che vengono dai sobborghi dietro la collina, che allude alla montagna purgatoriale, e richiamano il viaggio di Dante parlando dei loro desideri legati all’emancipazione sociale e culturale. Sulla loro scuola, mal frequentata, c’è scritto: «Abandon ignorance, ye who enter here», dove il celebre «lasciate ogne speranza» si trasforma in un inno all’emancipazione.

La lettura afro-americana della Divina Commedia ha portato quegli autori ad adottarlo come scrittore politico in nome della lotta per la verità e l’uguaglianza tra gli uomini, come viene trattato nel validissimo libro di Dennis Looney, Freedom Readers: the African American Reception of Dante Alighieri and the Divine Comedy (University of Notre Dame Press, 2011), dove è ben spiegato come il sommo poeta sia stato recepito nel nuovo mondo, offrendo ai suoi lettori uno strumento in più verso la conquista della libertà.

Della stessa idea è Nicole Pagano. Nel giugno del 2018 è stata organizzata da Francesco Ciabattoni (Georgetown University) e moderata da Paola Ureni (City University of New York) una tavola rotonda dal titolo Teaching Dante Outside of Italy, tenutasi all’Istituto Sant’Anna di Sorrento nell’ambito della conferenza dell’American Association for Italian Studies. Qui i partecipanti hanno raccontato la propria esperienza di insegnamento dell’opera dantesca fuori dai confini italiani: John F. Hoarty (Saint Ignatius College Prep) ha parlato dei suoi corsi offerti a studenti gesuiti, Kevin Reynolds (York University) dell’approccio linguistico ai testi danteschi da parte di studenti inglesi, il sottoscritto dell’esperienza di insegnamento nella Serbia post-bellica nei primi anni Duemila e Nicole Pagano del suo The Dante Experience alla San Francisco County Jail. Questo progetto aveva l’obiettivo di creare un testo teatrale all’interno di un corso volontario per carcerati in collaborazione con il programma di riabilitazione Resolve to Stop the Violence Project. Nata negli Stati Uniti da madre sarda e padre pugliese, entrambi funzionari pubblici, lavora come capo del personale nell’ufficio del premio Nobel per la fisica Saul Perlmutter a Berkeley in California.

Come è arrivata a insegnare un corso su Dante nella casa circondariale di San Francisco?

Nonostante il lavoro che faccio sono sempre stata affascinata dall’arte e dalla letteratura, specialmente dalla possibilità che hanno di trasportarci in ogni momento del tempo e nella mente di personaggi diversi e intriganti. Alla Georgetown University, quando vivevo a Washington D.C., ho seguito il corso di Francis J. Ambrosio, Dante’s Journey to Freedom, questo è stato l’inizio. Per il Master che ho conseguito alla Graduate Theological Union della University of California, Berkeley, ho avuto l’onore di studiare Dante con Barbara Green e Steven Botterill, dove ci siamo concentrati sulle ascendenze ovidiane e bibliche nella Commedia e su quanto il poema sia stato nella sua storia veicolo pacificatore nelle relazioni sociali e personali. Dopo il Master ho preso la certificazione per insegnare agli adulti e nel monastero benedettino camaldolese a Berkeley, ho tenuto un seminario sul tema della rabbia e della riconciliazione nella Commedia attraverso le musiche citate nel testo e mostrando rappresentazioni visuali degli artisti che si sono confrontati con i versi danteschi. Dopo questa esperienza, grazie all’artista Ruth Morgan che gestisce l’organizzazione no-profit Community Works West, ho avuto l’occasione di insegnare nel carcere di San Francisco ai detenuti in percorso di riabilitazione per il programma che li aiuta a guarire da schemi di violenza fisica ed emotiva di cui sono responsabili o che spesso hanno anche subito. I miei studenti erano accusati principalmente di rapina a mano armata, omicidio, stupro o violenza domestica. Molti di loro avevano anche una storia alle spalle di associazione a delle gang locali, di tossicodipendenza e di malattie mentali.

Quali erano gli obiettivi del corso?

Devo prima fare una premessa: il programma di riabilitazione Resolve to Stop the Violence Project ha da vent’anni lo scopo di rieducare i carcerati facendoli incontrare due volte al giorno per una terapia cognitiva di gruppo dove si esaminano le diverse forme di violenza che li hanno portati in carcere. Il programma promuove la cura di queste persone attraverso l’autocoscienza e la discussione del concetto di responsabilità. Il continuo lavoro di introspezione prepara alcuni di loro ad affrontare tematiche in cui vengono coinvolti sia il pensiero critico sia l’immaginazione creativa. In questo modo si preparano ad affrontare discorsi formativi sulla crescita umana, sulla guarigione e sulla “agentività”, ossia la facoltà di intervenire sulla realtà anche in modo casuale, come fanno i testi letterari nella mente del lettore.

Gli obbiettivi del corso erano quelli di portare gli studenti a rispondere principalmente a queste domande: 1) Come può aiutare la Divina Commedia a esaminare la nostra esperienza personale e il significato della parola libertà? 2) È possibile usare quello che impariamo dalla lettura del poema per avere delle relazioni interpersonali nuove e positive? 3) Come può aiutare lo studio a renderci pacifici, a fare del bene nella società? Dopo un’introduzione su Dante e il suo tempo, abbiamo cominciato a leggere insieme i primi tre canti dell’Inferno. Gli studenti hanno guardato e commentato diversi quadri ispirati alla Commedia che rappresentano la selva oscura, la porta dell’Inferno, Virgilio, Beatrice, cercando di relazionarli alle proprie esperienze, ai loro traumi, alle loro perdite. Dopo aver letto delle tre fiere che Dante incontra all’inizio del suo viaggio, abbiamo discusso dell’antica concezione del peccato come incontinenza, violenza e frode e su come questi comportamenti limitino ancora oggi molte persone nel loro percorso verso l’integrità morale e comportamentale. A quel punto è stato dato loro un quaderno su cui dovevano scrivere un diario settimanale usando i precetti della lectio divina, quindi riflettere sui versi letti, capirne il significato sapendo distinguere ciò che all’interno della poesia è esteticamente bello, eticamente giusto e moralmente buono. Di seguito siamo passati all’azione mettendo in pratica quello che stavano imparando, così ogni settimana dovevano fare una breve performance basata su quello che avevano scritto nel loro diario.

Quali elementi ha estrapolato dalle loro risposte per poter indirizzare la classe verso la scrittura di un testo teatrale?

Le risposte degli studenti sui primi tre canti dell’Inferno, per esempio, sulla sofferenza personale, sulle guide che hanno seguito, sui loro ostacoli, mi hanno fornito un contesto aggiuntivo per capire il loro modo di procedere nell’apprendimento. È stato allora più semplice scegliere quali parti o trame del testo sarebbero state più fruttuose se percorse insieme. Per fare degli esempi, il canto degli ignavi è stato un’opportunità per far loro scrivere sull’impegno personale, soprattutto per quegli studenti alle prese con la dipendenza. I versi dedicati agli avari, «la corta buffa d’i ben che son commessi a la fortuna, / per che l’umana gente si rabuffa» (Inf. VII, 61-63), hanno stimolato una lunga riflessione sull’integrità delle persone di fronte all’inganno dei beni materiali. Piuttosto che una vita vissuta al limite, gli studenti hanno individuato i possibili stili di vita su cui, pur essendo sempre nella ruota della fortuna, conviene fare attenzione. Il fatto che Pier delle Vigne abbia fatto del male a se stesso, «ingiusto fece me contra me giuso» (Inf. XIII, 72), ha dato agli studenti la possibilità di riflettere su quello che stavano apprendendo e a convincersi di dire di sì alla vita e no all’opzione di violare qualcuno, inclusi loro stessi. Forse la domanda più importante è stata a cosa servisse quello che stavano imparando, quale fosse il fine di tutto questo. Leggendo il passo in cui Virgilio lava il viso di Dante dalla fuliggine infernale (Purg. I, 112-136), gli studenti dovevano scegliere un compagno e chiedergli: «Quali sono i punti di forza che suggeriresti a un’altra persona in modo che possa vedere il suo vero volto?». Una domanda che gli ha permesso di conoscere meglio le prove che ognuno di loro ha dovuto affrontare nella loro selva oscura. Quello che è stato perso lo hanno guardato in un modo radicalmente nuovo, positivo e utile per cominciare la scalata della montagna del Purgatorio.

Che cosa ha significato la poesia di Dante per questi detenuti?

La poesia di Dante è un appello rivolto agli esseri umani affinché riconsiderino la loro vita, trovino le parole necessarie per esprimersi attraverso l’immaginazione e si esercitino nella scelta di guide e comportamenti migliori. Gli studenti adulti hanno una vasta esperienza per capire che la Commedia pullula di domande per chi è pronto ad affrontarle. Nella mia classe ho notato il grande potenziale di Dante che a degli studenti privati della libertà fornisce un’esperienza personalizzata della poesia. L’enfasi su alcuni canti può sempre variare, a seconda degli interessi e delle aree di crescita previste per una classe. Ma il programma creato per i detenuti potrebbe essere diverso se pensato per i veterani, per i dirigenti, per gli ordini religiosi o per gli americani sbalorditi dall’attuale situazione politica che viviamo negli Stati Uniti.

In fondo ci troviamo tutti lì, a guardare una selva oscura senza alcun sentiero in vista. Questo è uno dei momenti che la straordinaria poesia di Dante stava aspettando: il coraggio di aprire il libro e iniziare la rigorosa avventura verso la saggezza dell’amore; così il bene delle parole può essere portato avanti come un veicolo per la pace nel presente, individuale e sociale.

 

Negli ultimi secoli la filologia dantesca si è impegnata a sciogliere molti passaggi enigmatici del poema, analizzandone la struttura con il risultato di un lavoro esegetico profondo e preciso. Ma è di fronte all’applicazione pratica del testo che ne vediamo la potenzialità a largo raggio, anche in contesti assai diversi da quelli scolastici e universitari. «Come un poco di raggio si fu messo nel cieco carcere», gli studenti californiani hanno cominciato a scrivere i loro diari settimana dopo settimana, fino a creare uno spettacolo teatrale per gli altri detenuti. Attraverso la voce di Dante, come successe per gli scrittori afro-americani, l’America di oggi ridiscute il concetto di libertà, valore molto sentito quanto dibattuto sin dalla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, redatta il 4 luglio 1776: «All men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness».

 

(Seguono degli estratti dal testo teatrale)

The Dante Experience. San Francisco County Jail, June 4, 2018, 12:00-1:30pm

Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura, / ché la diritta via era smarrita. / Ahi quanto a dir qual era è cosa dura / esta selva selvaggia e aspra e forte / che nel pensier rinova la paura! / Tant’ è amara che poco è più morte; / ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, / dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. / Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai, / tant’ era pien di sonno a quel punto / che la verace via abbandonai.

Noah: Qual è la vostra «selva oscura»?

Daedalus: Un illusivo senso della realtà.

Cab: La depressione e la perdita di concentrazione.

Richard: Affrontare nuovi ostacoli nella vita.

Edward: L’estate del 2003.

Jerry, Joseph, Sam, Juan e David: Questa prigione.

Daedalus: La mia «selva oscura» è un senso della realtà allusivo, l’illusione della droga, la sua falsità. È una terra desolata di sogni dimenticati, una distesa sterile di responsabilità ripudiate. Qua e là ci sono alberi senza frutti e senza foglie. I loro arti sono contorti dalla mia manipolazione per soddisfare desideri egoistici. Questi stessi alberi hanno radici invisibili, soffocano il mio potenziale tenendolo per sempre sepolto. Vago senza meta in questo luogo di assoluta disperazione, senza speranza.

 

«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte / che spandi di parlar sì largo fiume?», / rispuos’ io lui con vergognosa fronte. «O de li altri poeti onore e lume, / vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore / che m’ha fatto cercar lo tuo volume. / Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore, / tu se’ solo colui da cu’ io tolsi / lo bello stilo che m’ha fatto onore».

Noah: Chi è il Virgilio che vi ha guidato nella selva oscura?

Cab: Nelson Mandela perché è stato incarcerato per 28 anni e ha sempre mantenuto una forte volontà e un forte spirito. È rimasto dalla parte della pace, dell’amore, dell’uguaglianza per ognuno, addirittura di chi lo aveva oppresso. E non è cambiato una volta tornato a casa. Non è diventato l’oppressore dopo essere stato oppresso, come molti che sono arrivati al potere. Mandela ha dimostrato il perdono e ha aiutato a interrompere la violenza.

David: Io vorrei dire che mio figlio è il mio Virgilio. Il mio bambino è la voce della ragione. Vedo in lui la versione pura di me stesso. Una luce che mi guida nella strada della rettitudine.

Edward: La mia scelta è Maometto, il profeta che per la volontà di Allah ha introdotto il Corano e l’Islam al mondo. Ha resistito alle battaglie dell’esperienza umana, ma ha sempre dimostrato allo stesso modo misericordia e gentilezza nei confronti dei prigionieri e degli stranieri.

Ronan: Ora come ora, il mio Virgilio è il mio compagno di cella Lawrence. Lui è la persona che mi ha mostrato tante cose attraverso i suoi gesti, le sue parole, senza volermele insegnare. Mi ha anche mostrato le sue difficoltà. Continua a essere un genitore anche da qua dentro e sempre si batte contro le assurdità di questa vita. Condividere la cella con lui mi ha svegliato, lui è il mio filo di speranza.

Lawrence: Il mio Virgilio è mia madre. L’ho vista navigare le acque della vita come madre single di tre figli. Era da sola quando ha messo al mondo tre bambini neri imbarazzando la sua famiglia del sud, una famiglia di bianchi. Quando da piccolo ho sofferto l’abbandono di mio padre lei è diventata mio padre. Mi ha insegnato a giocare a baseball, e a ballare con una ragazza. Quando sono stato circondato da gang o dal razzismo, lei mi ha protetto. Anche quando la mia casa è diventata la strada, lei non mi ha lasciato solo, mai. Quando la mia vita è diventata senza ritegno, lei si è legalmente presa cura delle mie figlie crescendole al sicuro.

 

I’ son Beatrice che ti faccio andare; / vegno del loco ove tornar disio; / amor mi mosse, che mi fa parlare […] Temer si dee di sole quelle cose / c’hanno potenza di fare altrui male; / de l’altre no, ché non son paurose.

 Noah: Chi è la vostra Beatrice che vede in voi una speranza?

Juan: La mia Tita è Beatrice. Lei mi ha adottato quando ero piccolo e mi ha dato quell’amore materno che non avevo perché la mia madre biologica è stata in carcere da quando avevo due anni. La mia Tita è sempre il mio angolo di protezione. Quando parliamo ho l’impressione che ci sia uno scopo nella mia vita. Lei continua a credere in me anche quando io non credo in me stesso. Vorrei una vita migliore per poter aiutare le mie tre sorelline, se lo merita la mia Tita e se lo meritano loro.

Cab: Mia moglie Kimberly è la mia Beatrice. Quando sono tornato a casa dopo vent’anni di carcere è stata lei ad aiutarmi a rientrare nel mondo. Mi ha insegnato ad amare e a credere alle persone aprendosi con me in maniera totale e altruistica. Non potrei mai ringraziarla abbastanza per aver fatto uscire da me un lato umano. La amo e la rispetto.

Lawrence: La mia Beatrice è mio “padre”, William. Quando avevo quindici anni il giudice si era stufato dei miei reati, ma mia madre lo pregò di affidarmi a mio zio William, che lavorava con i ragazzi ad alto rischio a San Francisco. La corte accettò e lui divenne mio padre e mi mostrò come diventare un uomo, un giovane uomo nero. Mi ha insegnato la mia cultura e quanto ricca e bella sia. Mi ha introdotto al jazz, al gospel, funk, e parlato di musicisti leggendari. Il suo spirito è intrecciato al mio e così sento il suo amore ogni giorno. Mi ha salvato la vita, lui è tutto quello che mi sforzo di essere.

Daedalus: La mia beatrice è mio figlio Dylan, il mio piccolo soldatino. Lui ha piantato il seme del mio cambiamento. La sua nascita e la sua forza ad andare avanti sin dal primo giorno mi ha aiutato a tenere il passo con la mia battaglia. Il progressivo «pa, pa-pa, papà» mostra chiaramente che quello che sono è in lui. Spesso mi picchiavo sapendo che le mie azioni avrebbero potuto porre fine alla sua vita, ma tutto quello che lui stava facendo era provare a salvare la mia. Ecco perché è il mio salvatore, la mia Beatrice.

 

Mal dare e mal tener lo mondo pulcro / ha tolto loro, e posti a questa zuffa: / qual ella sia, parole non ci appulcro. / Or puoi, figliuol, veder la corta buffa / d’i ben che son commessi a la fortuna, / per che l’umana gente si rabuffa; / ché tutto l’oro ch’è sotto la luna / e che già fu, di quest’ anime stanche / non poterebbe farne posare una  

Noah:  Come si riesce a stare al centro della ruota della fortuna? Una domanda per contrastare gli avari e gli eccessivamente generosi.

Sam: Con l’umiltà.

Lawrence: Con la pazienza.

Ronan: Dando le giuste priorità.

Cab: Con l’istruzione e la positività.

Joshua: Con il lavoro duro.

David: Con l’abilità di giudicare il giusto.

Sam: Io ho imparato che non c’è niente di nobile a essere superiori a qualcun altro. La cosa importante è essere superiori a quello che si era prima.

Cab: Avere un carattere moralmente giusto e aiutare se stessi, la propria famiglia, gli amici, la comunità e la società. È possibile curarsi e non sopravvivere, ma prosperare.

 

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi […] L’animo mio, per disdegnoso gusto, / credendo col morir fuggir disdegno, / ingiusto fece me contra me giusto. 

Noah: State dicendo di sì alla vita e alla vostra esperienza? Una domanda per contrastare la selva dei suicidi.

Richard: Imparare a rispondere di sì non è stato facile. Accettare la vita che ti fa sentire bene ma poi a un certo punto perderla nel momento in cui credi sia andata per sempre. Accettare la distanza dai bei momenti a quelli brutti è un viaggio molto più corto di quanto fare quello inverso, dal male quello che c’era prima. È una sensazione travolgente quando riesco ad atterrare sulla realtà e vedo quanto più lontano vorrei essere dal posto in cui sono, non sapendo cosa aspettarmi dalla natura delle cose quando reagisce alle azioni e alle parole della gente intorno a me.

Ronan: Una delle cose che sto imparando e che chiedo a me stesso è: conosco il mio valore? Per andare avanti ho bisogno di conoscere il mio valore e avere cura di me. Sono passato in mezzo a troppe cose e durante questa detenzione ho capito che sono stato il mio peggior nemico. Sono stato reazionario, ho agito solo seguendo i miei impulsi. Non voglio più essere quella persona. Permetterò a me stesso di vivere.

Juan: Sto dicendo sì alla vita dandomi una seconda possibilità. Ho visto tanto nella mia vita quando ero giovane, ma sono cose che mi rendono più forte e mi danno gli strumenti necessari per lavorare su di me e le persone alle quali tengo. Sto ancora crescendo e questa è una cosa che non voglio smettere di fare, crescere per arrivare al massimo della mia potenzialità e rompere questo ciclo di violenza. Sto dicendo di sì alla vita perché un giorno mi possa svegliare e dire ai miei figli che gli voglio bene e che non mi sono mai arreso nei momenti difficili. Voglio continuare ad andare avanti per diventare quell’uomo che loro possono chiamare papà.

David: Il mio viaggio è incominciato con la povertà e un circolo vizioso di violenza. L’incarcerazione è stata continua nella mia famiglia. Generazione dopo generazione. Eppure il ciclo è continuato fino a questo punto e senza indirizzo. Denuncio la mia precedente vita e l’aver rotto il circolo vizioso della mia famiglia. È stato molto difficile per me visto che la violenza era la mia norma. Il problema è quando cerco di andare contro quello che la gente ritiene normale, e reagiscono male. Mi succede di essere provocato da quelle persone che vorrebbero rimanessi violento. In quei momenti devo usare gli strumenti che ho acquisito per rimanere non-violento. La parte migliore dell’aver commesso tanti errori, e di continuare a commetterne, è il rendersi conto che c’è spazio per migliorare. Vorrei che questa mia storia servisse come consiglio per mio figlio e per le generazioni che seguiranno la sua.

 

né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre, né ’l debito amore / lo qual dovea Penelopè far lieta, / vincer potero dentro a me l’ardore / ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto / e de li vizi umani e del valore; / ma misi me per l’alto mare aperto / sol con un legno e con quella compagna / picciola da la qual non fui diserto.

Noah: Quale buon consiglio dareste a Ulisse?

Sam: Non hai niente da dover dimostrare a te stesso.

Edward: Il tuo ragazzo vuole suo padre.

Lawrence: La famiglia è il premio più gratificante.

Richard: Scegli con intenzione.

Daedalus: I luoghi non se ne vanno, le persone sì.

Jerry: Crescere e dirigersi verso la giusta direzione.

Enrique: Semper fidelis.

Sam: Ulisse, leggere la tua avventura è stimolante. La tua storia ci ha portato in posti che possiamo solo sognare. La tua eloquenza dipinge per noi un’immagine delle tue sfide e dei tuoi successi. Tu sei un uomo forte. Noi facciamo pressione su noi stessi e sugli altri per soddisfare la persona che vediamo in noi e negli altri. Ma il lato negativo di questo desiderio è che non è reale, è solo un’immagine. Noi siamo sempre messi alla prova per essere veri, onesti. Dal momento in cui nessuna immagine ha una sostanza, noi violiamo noi stessi o gli altri per ripetere l’esperienza somatica della superiorità. Ti dico questo Ulisse, come un amico: non devi dimostrare nulla a nessuno.

 

e io senti’ chiavar l’uscio di sotto / a l’orribile torre; ond’io guardai / nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto. / Io non piangëa, sì dentro impetrai.

 Noah: Che parole di conforto direste al conte Ugolino e i suoi figli mentre affrontano la morte?

Sam: “L’amore conquista tutto”, si dice, ed è vero. Amare significa essere vulnerabili, mostrare compassione ed empatia. Devi confortare i tuoi figli anche nella peggiore tragedia, devi spingere e mostrare sempre solidarietà. Dio non ci ha dato uno spirito timido, ma umano. Quando diamo conforto a una persona triste, prendiamo un po’ del suo dolore.

Jerry: Caro Ugolino, posso solo immaginare come ti stia sentendo in questo momento. Sembra non esserci luce alla fine di questo lungo e scuro tunnel. Ma, Ugolino, devi essere forte per i tuoi figli, non solo per te stesso. Conforta i tuoi bambini. Fai loro sentire che non sono soli in questi vostri ultimi giorni. Fammi sapere che anche se state per morire, starete insieme come una famiglia. Fagli sapere che il loro padre è con loro. Cercano la tua guida in questo orribile momento quindi, Ugolino, se lo farai ti prometto che troverai una profonda e intima pace in questi tuoi ultimi giorni di vita, proverai l’essenza dell’amore.

 

Alla rappresentazione hanno assistito gli altri carcerati della San Francisco County Jail insieme al pubblico esterno. La sala era piena. Nicole mi ha detto per telefono che gli studenti erano felici non tanto per la recita in sé, ma per essere riusciti ad arrivare fino alla fine del testo, per aver ricevuto gli applausi di chi sta nella loro stessa condizione, verso i quali si sono sentiti utili.

Qual è stata la prima impressione che gli studenti hanno avuto di questa esperienza dantesca e teatrale?

La prima cosa che mi hanno detto dietro le quinte è stata che quel giorno hanno percepito l’amore degli altri. Qualcuno era commosso, altri sorridevano. Io ero felice. In fondo questo è il messaggio dantesco più forte, l’amore che ovunque, anche in un carcere, «move il sole e le altre stelle». E così è stato.

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L'autore

Valerio Cappozzo
Valerio Cappozzo
Valerio Cappozzo è Assistant Professor of Italian e Direttore del programma di Italianistica dell’University of Mississippi (U.S.A.). Specializzato in filologia materiale e critica letteraria ha di recente pubblicato il ‘Dizionario dei sogni nel Medioevo‘ (Leo S. Olschki 2018). Studioso di rapporti culturali tra il Medio Oriente e il mondo latino nel Medioevo e nel Rinascimento, si occupa anche di poesia italiana moderna e contemporanea su cui ha curato libri su Francesco De Sanctis, Giorgio Bassani e Carlo Michelstaedter. Membro del comitato scientifico di diverse collane e riviste letterarie e filosofiche, è il co-direttore di «Annali d’Italianistica» e attualmente il segretario dell’American Boccaccio Association.