In primo piano · L'arte del tradurre

Etica e traduzione: tradurre eticamente è possibile, di Guido Alberto Bonomini

Essere onesto con l’autore che si traduce è innegabilmente il principio base che dovrebbe seguire ogni buon traduttore. Spesso si cerca di portare la teoria sulla traduzione per altri lidi, ma, a mio avviso, resta questa la riflessione principale: il traduttore deve tentare o no di riportare la voce dell’autore al termine del suo lavoro? Sappiamo benissimo che una traduzione rappresenta sempre un altro testo rispetto all’originale, tuttavia non dobbiamo dimenticare che a volte, solo attraverso la traduzione, riusciamo a portare un testo alla lettura e alla fruizione di un lettore che ignori la lingua originale. La traduzione in questo caso ha fini didattici, ragion per cui il traduttore deve ridurre il proprio ego per essere solo mero traduttore e non autore: anche se non gli si potrà negare il merito di aver fatto un buon lavoro, il libro resta non suo. Un testo per essere veicolato, ha bisogno, in ogni caso, di una buona squadra. Ovviamente l’editore sceglie un testo, vede le strategie per renderlo appetibile a potenziali lettori, e questo rientra nel marketing editoriale, però la traduzione spesso non ne è immune. Fra autore e traduttore ci deve essere la stessa intesa tra pilota e meccanico come in un Gran Premio di Formula 1. Insomma un buon autore per arrivare al traguardo ha bisogno che un buon meccanico che curi nei minimi dettagli tutto ciò che può potenziare il motore del testo. Il pilota non è un meccanico e il meccanico non è un pilota ma entrambi sono fondamentali per vincere. Il traduttore-meccanico, per continuare con questa analogia, deve entrare in perfetta sintonia con l’autore-pilota, altrimenti la macchina si fermerà al primo giro. È assolutamente impossibile o, quantomeno, non si è mai visto che il meccanico prenda la guida del veicolo: no, deve rimanere nelle scuderie per captare i dettagli, tutto quello che c’è da fare, prevedere e provvedere. Ecco, la traduzione funziona esattamente come una corsa, il traduttore deve stare al suo posto, altrimenti l’autore non arriverà da nessuna parte.

La critica sulla traduzione si disperde in infinite questioni di lana caprina, tuttavia per cercare di fare un minimo di chiarezza, fornisco un breve tour. In primis Paulo Ronai (uso l’edizione portoghese)

(…) o conhecimento ótimo do próprio idioma, a posse pelo menos razoável do idioma-fonte e uma boa dose de bom senso são apenas as três primeiras condições. Deve um bom tradutor literário possuir uma cultura geral que lhe possibilite identificar os lugares-comuns da civilização, sem o que estes se transformam em outras tantas armadilhas. Uma curiosidade inteligente, uma desconfiança sempre alerta são condições indispensáveis. (RÓNAI, 2012, p. 35)

E ancora:

será necessário acrescentar a exigência óbvia de o tradutor não parar de estudar a língua de sua especialização, de aproveitar todas as ocasiões de lê-la, falá-la e escrevê-la? De se manter em dia com a evolução e as novidades de seu próprio idioma? De permanecer atualizado, em sintonia com a sua época? (RÓNAI, 2012, p. 39)

Concordo pienamente con Ronai: il primo compito del traduttore è quello di possedere delle conoscenze che vanno al di là della mera lingua e della cultura generale per evitare le trappole, nel caso non si conosca a fondo la cultura della lingua che si vuole tradurre. Anche Ronai, a mio avviso, si incammina verso una tesi che renda giustizia all’autore, in modo che il traduttore non si sostituisca mai ad esso. A tale proposito ancora Ronai: “a tradução (…) nos obriga a esquadrinhar atentamente o sentido de cada frase, a investigar por miúdo a função de cada palavra” (RÓNAI, 2012, p. 37).

Ma nella carrellata dei teorici della traduzione, Ronai non è l’unico ad orientarci in questo senso. Sotto un certo profilo anche Berman (1984) ci suggerisce che la traduzione non significa né appropriazione né riduzione dell’originale, ma che “(…) il traduttore preserva le caratteristiche che sarebbero fondamentali per far apparire l’Altro”.

Quindi direi che anche Berman (1942-1991) si colloca sullo stesso piano di Ronai che prevede uno sforzo etico soprattutto nei confronti dell’autore, ove l’unica strategia è l’esattezza e la fedeltà. Mi rendo conto che questi due concetti siano oltremodo aleatori, ossia non è facile definire una traduzione esatta e fedele, direi che esattezza e fedeltà siano in sostanza le prospettive che ci restano per far trasparire, sempre e comunque, la voce dell’autore. Ossia il traduttore è presente, ma nel senso che, grazie al suo lavoro, non diventa l’autore del testo ma colui che riesce il più possibile a renderci il testo originale.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Venuti (1995-1998-2002) ritiene che alcune traduzioni siano talmente fluenti da farle sembrare originali, rendendo così invisibile la figura mediatrice del traduttore, il quale, al contrario, secondo Venuti, dovrebbe non addomesticare e appropriarsi delle caratteristiche altre o straniere del testo. Venendo all’Italia, vorrei analizzare la posizione di Eco riguardo all’etica della traduzione. Vediamo che proprio all’inizio del suo libro, cerca di traslitterare lo stesso titolo, Dire quasi la stessa cosa

Che cosa vuole dire tradurre? La prima e consolante risposta vorrebbe essere: dire la stessa cosa in un’altra lingua. Se non fosse che, in primo luogo, noi abbiamo molti problemi a stabilire che cosa significhi “dire la stessa cosa”, e non lo sappiamo bene per tutte quelle operazioni che chiamiamo parafrasi, definizione, spiegazione, riformulazione, per non parlare delle pretese sostituzioni sinonimiche. In secondo luogo perché, davanti a un testo da tradurre, non sappiamo quale sia la cosa. Infine, in certi casi,è persino dubbio che cosa voglia dire (ECO, 2010, p. 9)

È impossibile tradurre senza capire, senza captare il senso, l’odore e il sapore di un testo. A volte, come avvisa anche Calvino in Mondo scritto e mondo non scritto (1983), l’atto traduttorio, se dato in mano a un poeta o a uno scrittore che crede di aver captato il senso e riproduce secondo il proprio estro creativo, è deleterio. La nuova creazione non è una traduzione e mai lo sarà, ma equivale alla riproduzione di una Gioconda, magari coi baffi. Nella mia esperienza di traduttore, mi è spesso capitato di sforzarmi di capire il testo, incomprensibile anche per un madrelingua. Spesso ho dovuto ripercorrere i luoghi citati dall’autore, per non rischiare di pensare di aver capito quando magari era tutto l’opposto. Più avanti Eco insiste su questo aspetto della comprensione

tradurre vuole dire capire il sistema interno di una lingua e la struttura di un testo dato in quella lingua, e costruire un doppio del sistema testuale che, sotto una certa descrizione, possa produrre effetti analoghi nel lettore, sia sul piano semantico e sintattico che su quello stilistico, metrico, fonosimbolico, e quanto agli effetti passionali a cui il testo fonte tendeva (ECO, 2010, p. 16)

A mio avviso però, quando si traduce soprattutto la poesia, è opportuno che il traduttore opti per due versioni, una parafrasata con il senso del testo di partenza e in seguito il tentativo di riprodurre i versi in un’altra lingua. In caso contrario si rischierebbe di bere un’acqua con vino, ovvero un ibrido che non è il testo dell’autore. Quindi per la poesia in particolare, è impossibile mettersi a tradurre direttamente in versi: per chi non sa la lingua di partenza è opportuno conoscere e capire l’originale, per poi passare a un’opera di ricreazione, che è una traduzione in versi di un originale in versi. La ricreazione di un testo non è una traduzione, è come un film o un testo che sarebbe giusto dichiarare “tratto da”. Insomma, nei casi in cui non sia possibile rendere giochi di parole, rime o boutade, come nel caso della comicità, è opportuno prima tradurre nella sostanza il testo e poi, eventualmente, adattarlo alla lingua d’arrivo. In una intervista il grande Totó si lamentava della traduzione-doppiaggio in francese: si rendeva conto che dal napoletano al francese il passo era troppo lungo e che le sue battute in quella lingua non significavano proprio nulla. Insomma per la cinematografia c’è poco da fare, a volte per riprodurre la comicità da una lingua e contesto culturale a un altro lo stravolgimento è radicale, ma nei testi scritti forse il modo per essere più onesti esiste. Anche Eco si pone questo dilemma riportando a galla i termini fedeltà e infedeltà

Un autore che segue i propri traduttori parte da una implicita esigenza di “fedeltà”. Capisco che questo termine possa parere desueto di fronte a proposte critiche per cui, in una traduzione, conta solo il risultato che si realizza nel testo e nella lingua di arrivo – e per di più in un momento storico determinando, in cui si tenti di attualizzare un testo concepito in altre epoche. Ma il concetto di fedeltà ha a che fare con la persuasione che la traduzione sia una delle forme dell’interpretazione e che debba sempre mirare, sia pure partendo dalla sensibilità e dalla cultura del lettore, a ritrovare non dico l’intenzione dell’autore, ma l’intenzione del testo, quello che il testo dice o suggerisce in rapporto alla lingua in cui è espresso e al contesto culturale i cui è nato (ECO, 2010, p. 16)

Qui Eco parlando di fedeltà, scinde da semiologo l’intenzione del testo da quella dell’autore; tuttavia non è da dimenticare che il testo è stato scritto da un autore e, che quindi, possa risultare abbastanza singolare che il testo abbia una vita indipendente rispetto all’autore. Tuttavia questo mi sembra un problema semiotico e, per quanto riguarda l’etica intrinseca della traduzione, non è oltremodo probante, anzi ci forza a essere interpreti del testo, quando invece sarebbe maggiormente etico lasciare gli elementi posti dall’autore perché vengano letti nella loro interezza. Comunque non posso e non voglio entrare in questa tematica che non mi appartiene e che, a mio avviso, spalanca le porte agli appropriatori indebiti dei testi altrui, che traducono secondo la loro interpretazione.

Tradurre non è impossibile, ma produce senza ombra di dubbio un altro testo in un sistema linguistico diverso. Ma la traduzione (come il doppiaggio dei film!!) è assolutamente necessaria, altrimenti corriamo il rischio di leggere in originale, con tutti i fraintendimenti del caso: cioè crediamo di aver capito, quando invece siamo completamente fuori strada, proprio come quelli che credono di conoscere le strade di una città, non chiedono indicazioni e alla fine si perdono. Problemi di ego, come al solito!

Etica è conoscere i propri limiti, è l’umiltà di essere al servizio dell’autore e di dimostrare – e qui tocca esser capaci – di capire il testo e di cercare di renderlo il più possibile simile all’originale. È chiaro che ci saranno delle rinunce, ma queste rinunce devono essere fatte coll’unico scopo di rendere giustizia all’autore in primis e poi al testo, ossia al testo scritto dall’autore (lo so che per i semiologi non è la stessa cosa, ma nella traduzione bisogna contemplare che un testo è scritto da un autore, altrimenti si rischia di tradurre alla Elio Vittorini, senza conoscere direttamente né lingua, né testo, né tantomeno l’autore).

Quindi, anche quando – in linea di diritto – si sostenga l’impossibilità della traduzione, in pratica ci si trova sempre di fronte al paradosso di Achille e della tartaruga: in teoria Achille non dovrebbe mai raggiungere la tartaruga, ma di fatto (come insegna l’esperienza) la supera. Forse la teoria aspira a una purezza di cui l’esperienza può fare a meno, ma il problema interessante è quanto e di che cosa l’esperienza possa fare a meno. Di qui l’idea che la traduzione si fondi su alcuni processi di negoziazione essendo appunto un processo in base al quale, per ottenere qualcosa, si rinuncia a qualcosa d’altro – e alla fine le parti in gioco dovrebbero uscirne con un senso di ragionevole e reciproca soddisfazione alla luce dell’aereo principio per cui non si può avere tutto (ECO, 2010, p. 18)

A questo punto rimane il dubbio: se una traduzione che eticamente voglia far sentire la voce dell’autore e del suo testo è in buona sostanza una buona traduzione. Certo, se da un testo noioso ne faccio uno spiritoso, produco un falso. Quindi anche la scorrevolezza preconizzata da Gideon Tory ci può portare a questo, e poi abbiamo visto che anche Venuti non è d’accordo nel volere accontentare i clienti della “fabbrica editoriale”, dando loro in pasto un testo che nell’originale non c’è. Insomma, a testo noioso corrisponde testo noioso, a testo fluido corrisponde testo fluido. A volte può sembrare che nel passare da una lingua all’altra, il testo sembri migliorato (o peggiorato), ma credo che ciò abbia a che vedere col ritmo della lingua. Come afferma Eco, credo sia invece abbastanza difficile vedere se una traduzione è buona o meno, ossia onesta ed etica nei confronti del testo di partenza.

Per quanto un teorico possa asserire che non vi sono regole per stabilire che una traduzione sia migliore di un’altra, la pratica editoriale ci insegna che, almeno in caso di errori palesi e indiscutibili, è abbastanza facile stabilire se una traduzione è errata e va corretta. Sarà solo questione di senso comune, ma il senso comune di un normale redattore editoriale gli consente di convocare il traduttore, matita alla mano, e di segnalargli i casi in cui il suo lavoro è inaccettabile (ECO, 2010, p. 19)

In questo caso, Eco si riferisce a se stesso, che di fronte alla traduzione di un suo libro, si accorge se il traduttore sia stato in grado di renderlo in un altro sistema linguistico- culturale. Ma un lettore medio non riesce a capire se un testo tradotto è fedele all’originale o meno. Nel caso ci siano eccessivi stranierismi, sia nei termini che nella struttura, possiamo percepire che il traduttore si è lasciato attrarre dalla lingua di partenza e che quindi non è riuscito a tradurre nella lingua di arrivo. Ma nel caso in cui si parli di lingue non note ai più, o nel caso in cui l’autore sia scomparso da lunga pezza, allora come si fa? Beh, direi che bisognerebbe fidarsi esclusivamente del buon nome, ovvero dell’etica del traduttore. Non c’è altra strada.

 

BIBLIOGRAFIA

RÓNAI, Paulo. A tradução vivida, Rio de Janeiro: José Olympio, 2012.

ECO, Umberto. Dire quasi la stessa cosa. Milano: Bompiani, 2010.

VENUTI, Lawrence. A invisibilidade do tradutor. Trad. Carolina Alfaro. Palavra 3, p. 111-134, 1995. Tradução de The Translator’s Invisibility. Criticism, Wayne State UP, v. XXVIII, n. 2, p. 179-212, Spring 1986.

BERMAN, Antoine. A tradução e a letra, ou, O albergue do longínquo. Tradução Marie-Hélène C. Torres, Mauri Furlan e Andréia Guerini. Rio de Janeiro: 7Letras/PGET, 2007.

Please follow and like us:
error

L'autore

Guido Alberto Bonomini
Guido Alberto Bonomini
Guido Alberto Bonomini, è nato a Roma e insegna  Lingua e Letteratura italiana presso l’ Universidade Federal Fluminense (UFF) di Niterói, Rio de Janeiro, dal 2002. Proviene dalla Sapienza di Roma, dove ha seguito i corsi di filologia romanza col prof. R. Antonelli ma si è poi laureato in Letteratura Brasiliana con la Prof. Luciana Stegagno Picchio. Ha un Master in linguistica applicata ottenuto presso l’Universidade Federal do Rio de Janeiro (UFRJ) e un dottorato in Letterature Comparate della Universidade Federal Fluminense (UFF). Si occupa prevalentemente di studi storici linguistici e teoria della traduzione.