conversando con...

Carlo Pulsoni intervista Maria Grazia Collini

Dialogue 2013 – Vadodara-India

Ho notato che lei utilizza diversi tipi di materiale. Che tipo di rapporto stabilisce tra la forma e il materiale?

Penso che l’artista possa trarre notevoli vantaggi dall’osservare e ascoltare la materia, per solo poi interagire con essa, senza snaturarla troppo. Ad esempio io non amo pietra o marmo lucidati, perché il risultato mi sembra troppo artificiale. Preferisco sbozzature grezze, texture o anche levigature quando la forma lo richiede, o quando serve per contrastare i piani, ma mai lucidature. Mi piace cercare di far emergere l’essenza di ogni materia, a volte ci sono riuscita.

Lei ha sculture in ogni parte del mondo. Privilegia i materiali indigeni?

Le opere che ho in giro nel mondo sono quasi tutte realizzate nell’ambito dei simposi internazionali di scultura. La maggior parte di questi mette a disposizione degli artisti i materiali locali, alcuni nascono proprio con lo scopo di valorizzare i materiali lapidei autoctoni. Sono sempre stupita e incuriosita di fronte alla grande varietà di ogni genere che la natura offre e grazie all’arte ho viaggiato e potuto confrontarmi e sperimentare diversi tipi di pietra marmo e granito.

Dialogue2-2015 – Cipro

Quanto incide il luogo nella realizzazione delle sue opere?

È sempre stimolante per me l’alterità sia culturale che ambientale e può succedere che il progetto presentato – in linea con la mia ricerca in corso – venga in piccola o larga parte modificato in seguito a suggestioni suggerite dal luogo, se l’organizzazione del concorso o simposio è d’accordo. Diverso è il discorso per interventi di arte ambientale – land-art o site-specific – in tal caso cerco ovviamente di pensare ad un’opera che interagisca con l’ambiente circostante e con l’architettura e storia del sito se la destinazione è urbana.

Lei sta per avere il prestigioso riconoscimento “Premio internazionale per l’ecologia umana”. Quanto l’arte potrebbe contribuire nella salvaguardia dell’ambiente?

Nell’arte visiva sono molte le modalità espressive. L’arte contemporanea un ruolo già lo svolge nella formazione e diffusione di una coscienza ambientalista, basti pensare un pioniere come Joseph Beuys, e ricordare i suoi interventi e il forte monito sull’urgenza di “allineare la nostra intelligenza all’intelligenza della natura”.  La non invasiva land art realizza opere con materiali tratti dal medesimo ambiente in cui si inseriscono e dove, col passare del tempo, saranno dissolte e riassorbite dalla natura. L’arte urbana sempre più spesso porta con se un valore ideologico e di denuncia sociale. Ci sono celebri artisti di strada che realizzano grandi murales carichi di significati a tema ecologico, animalista e sociale e mirano a risvegliare nel passante una riflessione di autocritica comportamentale. C’è chi utilizza pitture cattura smog, chi realizza opere con materiali di riciclo e con rifiuti che hanno contribuito alla distruzione di habitat naturali. Sono sempre più gli artisti che tramite video, fotografia, scultura, pittura e le altre forme artistiche invitano ad interrogarsi su temi ambientalisti e sociali. Esiste poi il filone di ricerca della cosiddetta Bioarte o Bioteck Art, centri sperimentali tra arte natura e biotecnologia. L’interesse centrale è sempre più il contenuto anziché la forma. Personalmente ritengo importante che l’opera trasmetta contenuti impegnati ma credo che, trattando di arti visive, resti indispensabile anche la ricerca formale e non credo che il compito dell’arte possa ridursi a sola denuncia. Per concludere sono molto onorata per questo riconoscimento, e ringrazio il prof. Bruno D’Udine per avermi segnalata, e sono anche imbarazzata e consapevole dell’esistenza di moltissimi artisti impegnati e meritevoli.

bozzetto per Harbin (Cina) 2018

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