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Sul (meritato) Premio Nobel per la Letteratura a Peter Handke, di Maurizio Basili

Al giorno d’oggi il successo e la fama generano, in qualsiasi settore, una sorta di sentimento d’invidia collettiva. La società contemporanea – “liquida” nella definizione di Bauman, “postidelogica” in quella forse ancora più intelligibile di Alberoni, coniata nell’inequivocabile Gli invidiosi – è basata sulla competizione a tutto tondo; sarebbe più giusto dire: è basata proprio sull’invidia, se solo questo termine si potesse pronunciare liberamente, e non restasse, com’è, confinato nella sfera degli innominabili tabù, se ammetterne l’esistenza non fosse, insomma, già ammettere la propria inferiorità. Si vive nella disperazione della mancanza e si gioisce solo nel momento della sconfitta altrui, facendo della Schadenfreude – questo pressoché intraducibile termine tedesco che sta ad indicare proprio il gioire per le disgrazie altrui – l’unico motore della propria esistenza; non c’è il desiderio di innalzarsi, ma solo la speranza di veder precipitare gli altri. E così capita che, colpite da questa pericolosa epidemia d’invidia, fonte tra l’altro di un’aggressività spaventosa – almeno così appare agli occhi di quei pochi che non ne sono ancora stati contagiati ‒, le persone perdano capacità di comprendere e apprezzare cosa si cela dietro a un grande successo. Se fino a qualche anno fa, orde di lettori più o meno appassionati, alla nomina di un Premio Nobel per la Letteratura, correvano in libreria ad acquistare i volumi del fortunato scrittore, spesso mai sentito nominare prima ‒ anche solo per lasciarli negli scaffali delle proprie case, magari ancora avvolti nel cellophane, tra gingilli di bomboniere, souvenir di viaggi e cornici con il passato immortalato da rimirare ogni giorno ‒, adesso orde di naviganti nell’etere vanno a firmare petizioni per ritirare l’illustre riconoscimento allo scrittore di turno, nella maggior parte dei casi senza neanche capirne realmente il motivo. Il perché, poi, volendo, lo si trova approfondito nei quotidiani e negli inserti culturali. L’ultima vittima di questo carrozzone di invidiosi aspiranti tuttologi è il Nobel per la Letteratura 2019, l’austriaco Peter Handke, che già nel 2012, in un’intervista al settimanale austriaco News in occasione del suo settantesimo compleanno, lasciava intendere la sua posizione nei riguardi degli invidiosi: “Ich bin gegen Schadenfreude” – “sono contro la Schadenfreude” (e chissà se può essere considerato un caso che pure un altro Nobel, la polacca Wisława Szymborska, vincitrice nel 1996, abbia dedicato all’invidia collettiva la poesia L’amore felice, in cui il sentimento viene visto con gli occhi degli altri, dove questi “altri” è rappresentato proprio dalla massa degli invidiosi). “Tutti contro il Nobel a Peter Handke” (Robinson, inserto culturale della Repubblica, 11 ottobre); “Nobel Letteratura 2019. Peter Handke giustificò Milošević” (Corriere della Sera, 10 ottobre); “Nobel: bufera su Handke” (Il Giornale, 11 ottobre). Questi sono soltanto alcuni titoli di quotidiani italiani, a cui si potrebbero aggiungere post e twitt – tra tutti quello del presidente albanese Edi Rama che ha definito l’assegnazione “vomitevole” – che hanno commentato il conferimento del Premio più prestigioso in ambito letterario. “Letterario”, per l’appunto. Non politico. Se si perde di vista questo particolare, tanto vale abolirlo il premio Nobel. Sarebbe d’accordo lo stesso Handke. O meglio: sarebbe stato d’accordo cinque anni fa, quando dichiarò che era meglio abolirlo perché tanto porta solo a un momento di attenzione e niente più. Questo attimo di gloria ora per lui si sta trasformando in una fase di grande confusione: le motivazioni che fanno chiedere da più parti la revoca del Nobel (per la Letteratura) – voci critiche si sono levate soprattutto da Bosnia e Kosovo – sono di natura strettamente politica: il peccato dello scrittore austriaco sarebbe quello di aver rilasciato in passato dichiarazioni controverse sulla guerra civile in Jugoslavia e aver preso le difese della Serbia, nonché le parti del presidente Milošević, e di negare i crimini compiuti nelle guerre degli anni Novanta. Serafico il commento di Handke: “Sapevo, mentre scrivevo in un altro modo della guerra di causare molto rumore e lo posso capire. Per questo la scelta dell’Accademia di Stoccolma è stata molto coraggiosa”. Sapeva già, Handke. Perché questo “scrivere in un altro modo della guerra” può anche chiamarsi più semplicemente “provocazione”, elemento precipuo dei grandi scrittori – di quelli che meritano il Nobel, insomma –, arma con la quale sperano di muovere i pensieri dei popoli ‒ muoverli per incontrarsi anziché scontrarsi, anche se “Hoffnung ist etwas ganz Seltenes”, “la speranza è qualcosa di molto raro” (lo ha dichiarato lo stesso Handke nell’intervista al settimanale News già sopra menzionata) ‒, risorsa vicina quasi alla provocatio ad populum del diritto romano, al trasferimento, cioè, di una causa al cospetto dell’autorità popolare. Estremizzare un’opinione, far indignare per muovere le menti. E poi può certo essere considerato un episodio grave l’appoggio di Handke alla politica serba ma non credo sia meno spiacevole, da un punto di vista politico, la ‘confusione’ dell’intellettuale di sinistra Günter Grass che ha militato come volontario nell’esercito tedesco alla fine della Secondo Guerra Mondiale (ed è stato comunque insignito del Premio nel 1999), l’adeguarsi ai tempi bui di Gerhart Hauptmann (Nobel nel 1912), l’imperialismo abbracciato da Rudyard Kipling (vincitore del 1907), la solidarietà al dittatore cubano Fidel Castro sempre dimostrata da Gabriel Garcia Marquez, premiato nel 1982 e, per qualcuno, l’atteggiamento del “clown della Sinistra” Dario Fo (questo appellativo gli venne però attribuito dal Secolo d’Italia, giornale dell’estrema Destra, dopo la decisione dell’Accademia Svedese nel 1999).

Notevole, comunque, l’alzata di scudi e stentorea la richiesta a gran voce della revoca dell’autorevole riconoscimento a Peter Handke per ragioni politiche; tutto questo ha emanato una fitta coltre fumosa sui meriti strettamente letterari riconosciuti dall’Accademia “per un lavoro influente che con ingegnosità linguistica ha esplorato la periferia e la specificità dell’esperienza umana”. Le poche parole di questa motivazione condensano l’essenza di Handke, ma pure della letteratura in generale: lo scrittore austriaco dà peso alla componente sonora della lingua, sa magistralmente scegliere le parole e accostarle per farle risuonare o anche solo per giocare con i significati (“ingegnosità linguistica”). Lo si capisce già da alcuni titoli delle sue opere –  Die Innenwelt der Außenwelt der Innenwelt (Il mondo interno dell’esterno dell’interno, 1969), Der kurze Brief zum langen Abschied (Breve lettera del lungo addio, 1972), Wunschloses Unglück (Infelicità senza desideri, 1972), Die Unvernünftigen sterben aus (Esseri irragionevoli in via di estinzione, 1973) – e sin dalla sua prima opera di successo, la pièce del 1966 Publikumsbeschimpfung und andere Sprechstücke (Insulti al pubblico… si parlava di “provocazione”, no?), in cui vera e unica protagonista è la parola e in cui Handke mette in scena l’assunto di Heidegger, secondo il quale “l’uomo si comporta come se fosse il modellatore e il padrone del linguaggio, mentre in effetti il linguaggio resta il padrone dell’uomo”.

E se la letteratura contemporanea appare, nella maggior parte dei casi, lo sviluppo narrativo di un diario intimo, una sorta di sfogo per archiviare le esperienze della vita, nel caso di Handke l’evento autobiografico funge da spunto per osservare la realtà circostante e indagare non solo la propria interiorità ma anche quella dell’uomo moderno più in generale; le parole danno forma alla realtà e rendono percepibile l’astratto, mirando concretamente alla totalità. Parlando di forma, viene spontaneo pensare a una funzione decorativa, ma non nel caso di Handke, dove la forma ha la funzione di far combaciare le parti del tutto, di legare interiorità e mondo esterno: in un’intervista al Corriere della Sera del 3 marzo 2002 lo stesso scrittore austriaco precisa che “la letteratura normale è solo mondo esteriore, la poesia è solo mondo interiore. Nel mio modo di scrivere ci sono entrambe le cose. Io sono un epico lirico. […] Una narrazione che non passa attraverso l’io dell’autore non è letteratura ma solo un semplice prodotto”. Autoconsapevolezza da Nobel.

maurizio.basili@unimarconi.it

 

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L'autore

Maurizio Basili
Maurizio Basili
Maurizio Basili è nato a Roma nel 1980. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Letterature Comparate presso l'Università degli studi di Cassino e ora è docente a contratto presso vari atenei italiani; si occupa principalmente di Letteratura Svizzera. Ha pubblicato una storia della letteratura svizzera dal 1945 ai giorni nostri, una monografia sullo scrittore svizzero Thomas Hürlimann e saggi su altri autori come, ad esempio, Robert Walser. Inoltre la sua raccolta di poesie Le occasioni v'hanno create ha ottenuto il Premio "Città di Penne-Fondazione Piazzolla" come "miglior opera prima" nel 2010.