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The Sandman: di edicole, sogni e immortalità, di Ilaria Pernici

«Le cose non devono essere avvenute realmente per essere vere.

Le storie e i sogni sono verità rivestite d’ombra che sopravviveranno

quando i nudi fatti saranno polvere, cenere, oblio»

 

Gennaio 1989. I mattinieri edicolanti americani sistemano con più o meno dedizione la nuova uscita fumettistica della rinomata casa editrice DC, già famosa per personaggi come Superman, Batman, Flash, Wonder Woman. Il loro occhio avvezzo avrà impiegato pochissimo tempo per trasmettere al cervello le seguenti basilari informazioni: oscurità, complessità, assoluta novità. Stupore! Chi o cosa sarà The Sandman?

La legittimità di queste domande, che taluni ancora oggi forse si pongono alla vista del pallido Signore dei Sogni, deriva da una serie di fattori che delineano già al primo sguardo alcune delle caratteristiche più lampanti nonché peculiari di uno dei fumetti più innovativi, acuti e iconici prodotti alla fine del ventesimo secolo e, chissà, dell’intera e ancora breve storia del genere: per la prima volta il protagonista delle avventure in questione non è unico e predominante oggetto della copertina, immortalato in tutta la sua fisicità mentre compie una delle sue azioni più tipiche (basti pensare all’inconfondibile numero uno di Superman, dove il nostro solleva una macchina con la sola forza delle braccia!); non siamo più abbagliati da quelle palette di colori pop, basici e sgargianti che talvolta sbordano dai contorni dei soggetti (li troveremo all’interno, sì, sebbene lasceranno spazio col tempo ad altre prevalenze cromatiche); il font con cui è scritto il nome del supereroe non ha più nulla a che fare con quel generalmente diffuso stampatello impattante, tolto dal primo piano assoluto che occupava in genere tutta la parte superiore della copertina. Non solo: parte dello spazio tolto al titolo del fumetto viene ora dedicato ai nomi dell’autore e dei disegnatori a sottolineare uno spostamento del focus.

La copertina di Sleep of the Just, il primo numero dei 75 che compongono la serie conclusasi nel marzo 1996 (lunga e complicata è la storia editoriale italiana, ci riferiremo perciò sempre agli issues originali), mostra infatti con orgoglio e chiarezza i cognomi di Neil Gaiman, geniale autore classe ‘60, Sam Keith e Mark Dringenberg, co-creatori e primi realizzatori per immagini (a cui seguirà una lunga serie di diversi e variamente espressivi disegnatori). Dave McKean, il visionario copertinista che accompagnerà Gaiman per tutta la serie in un potente idillio estetico e sensuoso, raffigura qui per la prima volta il volto di un uomo tenebroso ed etereo, preoccupato, la bocca semi-serrata e lo sguardo senza pupille, che emerge da una capigliatura fitta e acuminata sovrastante una veste tratteggiata. Immediato il rimando all’ondata dark/ new wave degli anni ’80 di cui Robert Smith fu egregio rappresentante, sebbene sarà poi puntualizzato che il personaggio di riferimento primario per la costruzione di questo volto fosse Peter Murphy, ex cantante dei Bauhaus: siamo davanti a The Sandman, il Signore dei Sogni, Oneiros, Morfeo, Kai’Ckul, chiamato con tanti nomi quanti quelli con cui i vari personaggi, appartenenti alle culture più disparate, a lui si rivolgeranno.

Il Principe delle Storie non è un vero e proprio supereroe, non si occupa di salvare le popolazioni da quei fuorilegge o pericolosi criminali a cui è abituato l’appassionato del fumetto, tantomeno ad azioni plateali è rivolto il suo interesse: egli ha però il superpotere di camminare nelle menti, muoversi tra le epoche e viaggiare nei sogni, comunicando attraverso di essi per agire in quella sfera onirica che necessariamente si riflette nella veglia. Le sue armi sono un rubino per manipolare i sogni, un elmo forgiato dalle ossa del cranio di un dio che ricorda una maschera a gas e un sacchetto di sabbia, come quella delle antiche leggende grazie alla quale i bambini si addormentano. Il suo regno in perenne mutamento si chiama The Dreaming, contenente infiniti sogni e incubi, di infiniti esseri provenienti da infiniti  luoghi e tempi, oltre i cui confini troviamo solo polvere.

 

 

Peter Murphy

Sogno fa parte di una teogonia, la più antica mai esistita, che non nega e anzi comprende ogni altra divinità che ad essi si rivolge, poiché i sette fratelli incarnano le componenti essenziali delle esistenze di qualsiasi essere pensante: Desiderio, Distruzione, Delirio (che un tempo era Delizia), Disperazione, Destino e Morte sono Gli Eterni, perché cesseranno di esistere solo quando sarà il pensiero stesso a non esistere più. Ognuno con le proprie caratteristiche fisiche e mentali al contempo umane e divine, i simboli, i regni, le interazioni che si dipanano nelle tante storie che si intrecciano, si alimentano, si fagocitano e si ricreano in un loop aggrovigliato eppure limpido di sensazioni, luoghi e personaggi. In questa favola «postmoderna e postmitologica» come la definì Frank McMconnell, non incontriamo soltanto i frutti della poderosa immaginazione di Gaiman, bensì riferimenti quando più quando meno espliciti a mitologie, letterature, personaggi facenti parte del vastissimo database delle conoscenze umane, rielaborati e quindi inseriti nel plot primario: un esempio tra tutti, per popolarità e impatto, è quello di William Shakespeare.

Siamo nel 1589, Morfeo ha un appuntamento in un luogo chiamato “Taverna del Cavallino Bianco” con Hob Gadling, amico di vecchia data conosciuto nel numero 13 della serie, Men of good fortune, in seguito alla decisione di recarsi sulla Terra insieme alla sorellina Morte, dolce e minuta icona gotica con il grandissimo merito di aver attirato un pubblico femminile ampliandolo, per seguirne il consiglio: conoscere meglio il genere umano e «cercare di vedere le cose dal loro punto di vista, piuttosto che dal tuo». Qui, tra tonfi sordi dei boccali di birra che si poggiano nei tavoli di legno e nel mezzo del brusio delle chiacchiere da taverna, Morfeo ascolta un dialogo quanto mai interessante tra due personaggi, Kit Marlowe e Will Scexpir che afferma: «Darei qualunque cosa per avere il tuo talento. E ancor di più, per dare agli uomini sogni che durino anche dopo la mia morte. Darei la vita per questo, come il tuo Faustus». L’attenzione del Principe delle Storie è presto catturata e, dirigendosi al loro tavolo, si presenta: «Ho sentito i vostri discorsi. Volete scrivere grandi commedie e tragedie? Creare sogni che incantino le menti degli uomini? È questo che volete? Allora parliamone». Inizia così lo strano rapporto del giovane bardo con Sogno, con il sogno e con tutto ciò che questa parola in sé racchiude.

Men of Good Fortune, *13

Il patto che i due stipulano in quella magica taverna consiste nella scrittura di due opere dedicate al Signore dei Sogni, in cambio di «ciò che lui più desiderava»: la prima è Il Sogno di una notte di mezza estate, la cui storia della prima performance davanti ad un pubblico incantato, capeggiato dai sovrani indiscussi del regno Oberon e Titania, viene raccontata nell’omonimo numero 19 della serie, un inno corale all’importanza dell’immaginazione, del sogno e della fantasia come mezzi per mostrare e vedere la realtà da molteplici prospettive. Gaiman riesce così a mescolare numerosi piani artistici ed esistenziali in un amalgama talmente potente da generare una novità per la storia della critica letteraria: uscito nel settembre del 1990 il Sogno viene candidato e decretato vincitore per la categoria “short fiction” del prestigioso premio di letteratura fantastica World Fantasy Award, 1991, accanto a nomi come Stephen King, Clive Barker, Gene Wolfe. È la prima volta che un fumetto ottiene un riconoscimento tanto importante, e le immancabili polemiche legate al vero valore della letteratura, alla sua integrità, alla scioccante origine esageratamente popolare del giovanissimo medium non tardano ad arrivare, tanto che l’anno successivo i commissari responsabili delle regole per l’ammissione e la vincita cambiano le stesse per far sì che da quel momento in poi solo e soltanto un testo letterario strettamente detto avrebbe potuto non solo vincere, ma gareggiare. Ciò che emerge da questo emblematico avvenimento è il potere narrativo di Gaiman, che si trova a fronteggiare un dilagante pregiudizio nei confronti del mezzo espressivo da lui scelto adottando la contromisura a lui più congeniale: la scrittura stessa, andando avanti con la serie, arricchendola, maturando assieme ad essa e di essa parlando.

Tanto che l’ultimo numero, uscito nel gennaio del 1996, si chiamerà The Tempest e racconterà, tra i tanti altri temi parimenti profondi, del processo creativo che giace dietro la seconda e ultima opera che il Bardo scriverà per il suo magico committente, ma non solo: intessendo un’aracnea tela, Gaiman intreccia una complessa serie di parallelismi tra La Tempesta originale e quella del fumetto, tra lo Shakespeare storico e il personaggio rielaborato, tra essi e sé stesso e Prospero e Morfeo in una densa conclusione che ha, come perno centrale, la complessità della composizione stessa eretta, forse, a importantissima co-protagonista dell’intera serie.

The Tempest, *75

Gaiman medita con sofferto realismo sul potere dell’arte, della scrittura, di quell’immaginazione esaltata nel Sogno e in tutto The Sandman, metaforizzata ad esempio in quello straziante numero 17 dove la bellissima musa Calliope viene continuamente acquistata e venduta, da secoli ormai schiava sessuale e letteraria stuprata a piacimento da uomini avidi di gloria al fine di acquisirne i poteri. Gaiman riflette con serietà e sensibile coscienza sulle responsabilità che derivano dall’arte e dall’immaginazione insieme alle fatiche, alle bellezze e a volte anche ai rimpianti e ai pericoli e ne soppesa ogni singola componente prima di giungere alla conclusione che già molti numeri prima aveva forse inconsciamente anticipato: «I racconti di Bette hanno sempre un lieto fine. Perché lei sa dove fermarsi. Ha capito qual è il problema di tutte le storie… se le fai durare troppo, terminano tutte con la morte». Come Prospero lascia affondare i suoi preziosi libri e la sua bacchetta magica, così Shakespeare, prima di morire, abbandona la scrittura teatrale e l’egocentrico Morfeo rivede sotto una nuova luce (indubbiamente più umana – come del resto si era augurata la sorellina Morte), il suo regno, il rapporto con i suoi sudditi e con le storie giungendo al necessario distacco; Gaiman, infine, mette un punto a questa incredibile serie che in soli trent’anni ha comprensibilmente raggiunto e fatto innamorare un pubblico quanto più eterogeneo per età e nazionalità, offrendo giusta fama e immortalità all’autore, ai suoi disegnatori, al lettering di Todd Klein, al copertinista e a chiunque avesse gravitato attorno a questo universo, mettendo in emozionante subbuglio gli scenari letterari a partire proprio da quelle edicole poste agli angoli di strade fumanti.

Come accade con le storie migliori, però, non ci troviamo davanti ad una conclusione che sia davvero tale: la natura polimorfa delle divinità protagoniste e dei racconti che le avvolgono crea un vortice potenzialmente infinito di frattalici approfondimenti e interconnessioni, lasciando ampio spazio ad altri autori e/ o altre forme espressive che possono così ruotare attorno alla matrice senza intaccarne lo spirito originale. Le opere più grandi sono, sempre e da sempre, fonte di ispirazione per creazioni che possano offrire al pubblico quel qualcosa in più: siano esse più ricche di quei dettagli che strizzano l’occhio alla fandom più nostalgica e appassionata oppure più improntate alla novità per catturare e ampliare il già consistente numero di lettori. Durante questi trent’anni abbiamo infatti assistito a numerose uscite tra spin off, mini serie e numeri one-shot che hanno avuto più o meno successo, e più volte si è parlato di possibili trasposizioni cinematografiche, a volte corredate di cast e sceneggiature, che però non hanno mai visto la luce della conclusione, forse per una sorta di limitatezza o divergenze che i possibili coinvolti hanno avvertito trovandosi davanti a una mole tanto vasta di materiale a cui poter attingere. Ma siamo alle soglie del 2020, nell’epoca delle serie tv, in cui la commistione è applicabile al tutto e la serialità è nuovamente stimolo e non limite: forse reduce dal successo di American Gods e di Good Omens, serie ispirate ai suoi omonimi romanzi di successo, Gaiman ha annunciato in un tweet di star lavorando insieme a Netflix e Warner Bros. TV ad una serie di puntate che vedranno protagonista il Principe delle Storie e che, ha affermato, spera di riuscire a rendere tanto personale e vera quanto lo erano i migliori fumetti di Sandman. Non sappiamo se Gaiman manterrà questa promessa sebbene non manchi la fiducia, ma di una cosa possiamo stare certi: che il suo Morfeo, il suo Sandman, resterà immortale come, forse, quel pensiero che lo tiene in vita assieme ai suoi fratelli, come quella Calliope bistrattata eppure sempre Musa ispiratrice, come quello Shakespeare che, a distanza di secoli, è fonte di ingegno e scintillante impulso creativo.

ilaria.pernici@hotmail.it

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L'autore

Ilaria Pernici
Ilaria Pernici
Ilaria Pernici, classe '89, nasce a Firenze, vive a Sansepolcro, studia a Perugia. Sceglie di dedicare a William Shakespeare e Neil Gaiman le sue due tesi di laurea, per poi dedicarsi al Rinascimento Inglese durante il Dottorato di Ricerca quando scrive sul mitologico epillio Scillaes Metamorphosis di Thomas Lodge. Si interessa di fumetti, musica, arte, parole.