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Ricordo di Pietro Tripodo, di Ignazio Visco 

Anzitutto grazie a Ines Morisani e a tutti coloro che hanno pensato e organizzato questo convegno, e grazie per l’invito. Cercherò di essere breve, non intendendo togliere troppo tempo a interventi di sostanza su Pietro Tripodo poeta e traduttore. Le ragioni di questo invito, che ho accolto volentieri, so che risiedono nell’essere io stato suo compagno di classe, anzi di banco, negli anni del liceo dal 1964 al 1967, e poi uno dei suoi amici più vicini, in particolare negli anni per lui non facili successivi alla nostra licenza liceale. Anni difficili anche sul fronte del richiamo, inevitabile ma difficile da vivere, della contestazione politica e sociale, della sofferenza e delle aspirazioni dello spirito e di una religiosità ispirata dalla natura, delle tensioni e delle pulsioni affettive.

Quegli anni furono segnati da una frequentazione continua, e per un quindicennio particolarmente assidua, nonostante i miei periodi di studio negli Stati Uniti e la crescita della mia famiglia. Dai primi anni Ottanta hanno poi fatto seguito incontri a scadenza abbastanza regolare fino a poco oltre la metà del successivo decennio, quando mi sono trasferito per lavoro a Parigi. Lì ho appreso della sua gravissima malattia, con un ultimo saluto pochi mesi prima della fine.

Ci trovammo nella stessa classe di liceo al Torquato Tasso di Roma quando a noi pochi “sopravvissuti” nella sezione B dalle medie si unirono, provenienti soprattutto dalla sezione L, molti nuovi compagni, alcuni dei quali sono qui oggi con noi. Pietro era molto miope e scelse di sedere in un banco di prima fila, io a quei banchi ero abituato essendo stato fin dalle medie uno degli alunni più piccoli. E così finimmo per sedere per tre anni uno accanto all’altro.

Ma chi era Pietro e perché diventammo amici? Sulle “origini” di Pietro, ma non solo data la ricchezza anche sul piano critico del testo, rimando volentieri al bel libro di Flavia Giacomozzi, Campo di battaglia – Poeti a Roma negli anni Ottanta (2005), che ha beneficiato delle testimonianze dei suoi familiari, la giovane sorella Patrizia e la moglie Marisa. Sul Pietro degli anni del liceo credo di non sbagliare ricordando come anche da giovane egli fosse affascinato dalle parole, dal loro suono, dai loro significati, dalle molteplici combinazioni. Non era privo di humour, anche nel raccontarsi, e pur se non nascondeva a chi gli era più vicino la sofferenza che provava nella ricerca di un equilibrio con il suo ambiente e con una società – era quello il periodo, anche da noi, della cosiddetta “società opulenta” – che non comprendeva e non amava, non era perdutamente chiuso in se stesso, non sembrava trovarsi male in compagnia di altri.

Amava molto il mare, soprattutto quello di Sicilia e Calabria, regioni da me non frequentate e di cui raccontava gli straordinari colori, ed era affascinato dalla semplicità e la ricchezza del manifestarsi della natura; praticava il gioco del calcio con passione, da bravo e veloce “terzino fluidificante”, ed era effettivamente, in atletica, il più veloce, non solo della nostra scuola, e soprattutto ma non solo nelle distanze più brevi. Ed era bravo come pochi a disegnare automobili, un passatempo ma anche un impulso ossessivo.

Certo, gli era assai presente la “cognizione del dolore”, per via diretta oltre che per la via traslata gaddiana. Ma la soluzione al suo “male di vivere”, per la quale pure avrebbe poi finito per affidarsi all’ascolto e alle cure dei cultori della materia, non era alla Montale la “divina indifferenza”, ma la ricerca profonda di un modo di comunicare estremo, un amore per la parola teso ed intenso, come egli stesso poi riuscirà a descrivere nelle note alla traduzione da Callimaco e Catullo de La chioma di Berenice, quando osserverà che “la poesia stessa può essere più forte del dolore, e nonostante tutto pur sempre – questa è la sua colpa – rasserenare”.

E di questo sono stato testimone diretto quando, nello scorcio degli anni Sessanta abbiamo a lungo confrontato esperienze e progressi in campo letterario. Ripensandoci, devo riconoscere che se io ricercavo nei testi significati semplici o quanto meno attesi, la ricerca di Pietro era rivolta ad affrontare le sfide più impegnative e complesse, un esercizio estenuante, forse ossessivo, come il ripetuto, sempre più perfezionato, anche in inintelligibili particolari, disegno delle automobili negli anni di scuola.

Non amava, Pietro, le scienze e la matematica, non comprendeva certo i miei studi di economia, non ne vedeva le fondamenta filosofiche, per non dire etiche ed esistenziali. E a chi di noi studiava la “fisica stellare” contrapponeva in un verso “la poesia oltre i cieli della terra, nei vertici della spiritica piramide”. Si sentiva, avrebbe forse voluto essere, Pietro, uno scrittore “classico”, non solo un classicista. In questo sicuramente aveva giocato un ruolo la figura, probabilmente ingombrante, del prozio omonimo, già allievo di Giovanni Pascoli. E l’influsso di un grande professore di latino e greco al Tasso, Raffaele Argenio.

Minori, certamente, al liceo erano state le soddisfazioni sul fronte della letteratura italiana, che con Pietro poi approfondimmo nel suo sviluppo soprattutto negli anni del Novecento e che per chi allora studiava terminavano inesorabilmente con D’Annunzio nella poesia e non mi pare che nella prosa arrivassero a Pirandello. Si sfioravano appena i crepuscolari alla Gozzano, si trascurava Campana, si ignoravano quelli che allora venivano definiti i poeti “ermetici”. E da lì, credo, partimmo in numerose e lunghe conversazioni, in effetti senza incontrarci, io a salire da Ungaretti via Saba e Quasimodo verso Montale, Pietro a scendere – non capivo questa straordinaria attrazione da uomo di altre ere – da Quasimodo, e dai forse successivi ma vicinissimi, Lucio Piccolo e Lorenzo Calogero, a Pascoli, da Foscolo agli stilnovisti, dai provenzali a Orazio, Catullo e i lirici greci.

Erano anni interessanti, ovviamente, anche al di fuori della nostra lingua, anni in cui grazie a Lerici, Guanda, Einaudi noi, parte del “grande” pubblico, scoprivamo un mondo altro, affascinante e sterminato. Qualche nome: Juan Ramón Jiménez, Rubén Darìo, Antonio Machado, Fernando Pessoa, Miguel Angel Asturias, e, ancora, Rainer Maria Rilke, Nelly Sachs, André Frénaud. Ed erano anni in cui Pietro scriveva, scriveva molto, scriveva “poesia”.

Flavia Giacomozzi ricorda che Pietro “arriva a confezionare” – siamo alla fine degli anni Sessanta – “un’artigianale raccolta di poesie molto diverse da quelle che conosciamo, ma che rivelano già una personalità inquieta, che lo porta purtroppo a distruggerle”. In effetti delle poesie di Pietro da lui raccolte e pubblicate restano solo le poche contenute, insieme con sue originali traduzioni dai classici, in Altre visioni e quelle “senza verso” di Vampe del tempo. Mentre Emanuele Trevi, autore nel 2004 di Senza verso. Un’estate a Roma, affascinante racconto dedicato al Pietro “lunare” suo amico dalla fine degli anni Ottanta, ricorda che “Pietro come poeta partiva dalle traduzioni”… E indubbiamente le sue traduzioni, molte delle quali saranno oggetto degli interventi di oggi, sono di per sé l’opera di un “poeta”.

Eppure, come dicevo, Pietro ha molto scritto, in poesia, sin dalla metà degli anni Sessanta. Era sì inquieto e la sofferenza dello spirito, acuta almeno fino ai primi anni Ottanta, lo avrebbe portato a rivedere, accantonare, probabilmente distruggere molta parte di una produzione assai ampia e originale. Ma di quella produzione non poco resta, anche se non è ovvio come, oltre che se, possa essere resa fruibile a un pubblico meno intimo di quello cui forse intendeva rivolgersi Pietro. Io stesso ricevetti in custodia molte sue raccolte dattiloscritte, oltre all’“artigianale” volume ciclostilato, dal poco originale titolo di Opera poetica, che in più di 200 pagine raccoglieva una selezione della sua produzione tra il 1967 e il 1969. Questo volume causò a Pietro molti successivi ripensamenti e in effetti lo spinse a distruggere tutte le copie rimastegli. Ma non richiese indietro quelle che aveva lasciato agli amici allora a lui più vicini.

Queste sue raccolte erano poi, come tutti coloro che lo hanno frequentato certo ricordano, oggetto di un estenuante lavorio di correzioni, revisioni, aggiunte e sottrazioni. Pietro le richiedeva quindi indietro ma poi ne lasciava altre perché fossero conservate per un loro sia pure incerto futuro. Ne sono rimaste non poche, dopo un secondo tentativo antologico dei primi anni Settanta, in poco meno di 100 pagine, intitolato Il Copernico. Sia questa raccolta sia la precedente ciclostilata contengono traduzioni (o “rifacimenti”, come spesso le definiva), ma per la maggior parte erano formate da suoi brani poetici intensi e vitali, sulla cui qualità (che pure a un dilettante quale io sono pare ancora in taluni casi ben alta) non sono certo titolato a pronunciarmi; è certo, tuttavia, che essi sono il frutto di un percorso affascinante e complesso.

Le altre, più brevi, raccolte che ricevetti negli anni seguenti avevano titoli intriganti, che ancora ricordo: Rifacimenti, sostituzioni e altro, Flora – Visioni, Frammenti e ricostruzioni, Aracnide (con un’interessante elaborazione da Femme déserte, una poesia di Frenaud), Mese di marzo al bivio, per una sessantina di pagine. Ed erano al pari intriganti i titoli delle diverse sezioni delle due prime raccolte: Focus, Dal paese abbandonato, Ipnos, Dell’amore, Di Dio, Della terra, Thalassa, Dei lirici greci, Il Paracleto.

Un’ultima raccolta, ancora Flora (preceduta da un susseguirsi di ampliamenti e revisioni, in contenitori dai titoli che si ripetono… Visioni, Sovvisioni, Altre visioni…) raccoglie infine nello scorcio degli anni Settanta un insieme di poesie, che allora mi sembrava pressoché definitivo, di cui facevano parte diverse “versioni” (non necessariamente coincidenti con quelle che avrebbe poi reso pubbliche), da Pascoli, Ibico, Ausonio, Orazio e Catullo. Infine, credo sempre alla fine degli anni Settanta mi consegnò un dattiloscritto, Sepulcra maris, la eccentrica traduzione del Cimitiére Marin di Paul Valéry, che avrebbe poi pubblicato su “Dismisura” nel 1982, corredato di una densa, quasi illeggibile e ampiamente ritoccata a mano, appendice filologica e critica di 10 pagine a corpo piccolo e spazio 1 (Quid valérienne e note), che, come ricorda Raffaele Manica, all’ultimo minuto avrebbe poi deciso di non pubblicare.

Tutto ciò per dire che non come “poeta dopo traduttore”, e forse neppure “traduttore dopo poeta”, ma “poeta e traduttore”, come recita il titolo di questo convegno è appropriato ricordare Pietro Tripodo. Quanto di ciò che ha lasciato dattiloscritto, quando non scritto a mano, può, o dovrebbe, essere pubblicato non sta certo a me dire. Purtroppo ci è stato così presto rapito, senza avere avuto il modo o il tempo o la soluzione di enigmi a noi ignoti nella ricerca della perfezione, che non sappiamo cosa avrebbe deciso. Eppure la poesia vive anche oltre il suo autore, generando stupore e commozione; a me molti di quei versi dattiloscritti già paiono essere poesia alta, e generano commozione. Una loro possibile “liberazione” non può non costituire una questione da porsi, per i suoi familiari, i critici e i letterati, che lo hanno conosciuto e spesso amato o che hanno letto quanto da lui pubblicato negli anni Novanta, molti dei quali sono qui oggi presenti.

Sui suoi ultimi anni restano i ricordi, molti pubblicati su giornali, libri, riviste, dei suoi amici poeti, artisti, studiosi, scrittori. Me ne parlava, di queste sue nuove conoscenze quando ci incontravamo negli anni Ottanta; con un certo pudore mi raccontava dei doposcuola al Nazareno e di Raffaele Manica, di Prato Pagano e Gabriella Sica, di Walter Pedullà, importante professore alla Sapienza, e degli altri giovani, più giovani, poeti e studiosi con i quali era riuscito a stabilire un rapporto, come con l’Emanuele Trevi di via Merulana. E io lo vedevo star meglio, pur affaticato dal lavoro, dalle responsabilità familiari, dagli impegni letterari (non solo poesia, ma filologia, metrica, critica – insomma, si direbbe in inglese inspiration ma anche perspiration, ispirazione sì ma anche quanto impegno!), molto meglio dei difficilissimi, per lui, anni Sessanta e Settanta, e di questo ero contento. Pur con le incertezze, i cerimoniali, l’ossessione un po’ vana della conquista dell’esattezza e della perfezione, Pietro, il classico, in fondo era ormai pienamente consapevole parte di questo nostro non facile mondo, l’unico che abbiamo.

Vorrei chiudere ricordando che quando gli si chiedeva, negli anni Sessanta, “a che serve scrivere versi” Pietro rispondeva, come sono sicuro avrebbe pensato anche della sua straordinaria successiva attività di traduttore-poeta, che in ultima istanza serviva a illudersi di riuscire a vuotare, sia pure “per l’attimo fuggente”, la mente dai contrasti da cui è quotidianamente oppressa, e arrivare quindi a rasserenarsi, fino a commuovere, se se ne è capaci, chi legge. Pure, di fronte all’incredibile qualità del suo “rifare” e parlare per il tramite dei poeti coi quali finì per cimentarsi negli ultimi anni della sua vita – da Pascoli e Valèry a Callimaco/Catullo, da Trakl e George (e nella sua dedica della traduzione delle Liriche scelte di Trakl scriveva proprio, nel dicembre del 1991, “credo sia tutto incredibile”…) a Machado (con la naturale naturalezza con cui questi si rivolgeva alla natura e che mi pare così tanto presente in Vampe del tempo) e a Arnaut Daniel (quest’ultimo effettivamente oggetto di un incredibile, straordinario tour de force) – ho maturato una convinzione: forse anche per Pietro, in ultima istanza, possiamo, dobbiamo dire che “è del poeta il fin la meraviglia”.

(Intervento letto nel Convegno Vampe del tempo Pietro Tripodo poeta e traduttore, Firenze 29 ottobre 2019)

 

 

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L'autore

Ignazio Visco
Ignazio Visco
Dal novembre 2011 è Governatore della Banca d’Italia, istituzione nella quale è entrato nel 1972.

Dal 1997 al 2002 è stato Capo economista e Direttore del Dipartimento economico dell’OCSE a Parigi.

Laureatosi all’Università degli Studi di Roma ‘La Sapienza’, ha proseguito gli studi presso la University of Pennsylvania, conseguendo un Master of Arts e un Ph.D. in Economics. E' stato docente di Econometria e di Politica economica all’Università ‘La Sapienza’ di Roma.

E' autore di numerose pubblicazioni, da ultimo Anni difficili, Il Mulino, 2018.