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Le Correzioni, esercizio di stile per il grande romanzo americano, di Ermira Shurdha

Pubblicato in America una settimana prima del crollo del World Trade Center, Le Correzioni di Jonathan Franzen vince il prestigioso premio statunitense National Book Award nel 2001. Il romanzo, edito in Italia nella pregevole traduzione di Silvia Pareschi (Torino, Einaudi, 2002), è un concentrato di vanità e umani desideri di una famiglia disfunzionale del Midwest americano, in caduta libera. Tracollo è la parola chiave e «correction» un termine tecnico a Wall Street per indicare un improvviso collasso finanziario. Il dramma domestico convoglia le esistenze della coppia Alfred e Enid e dei loro figli nei sobborghi gerontocratici di St. Jude, all’interno di una casa che è anima e fulcro della famiglia Lambert. Sotto la superficie dell’edificio, simile a una prigione, si annidano depressione, demenza, dipendenza e declino fisico. La costruzione, «un corpo soffice mortale e organico», ospita due persone caratterialmente incompatibili, introdotti con un melodico sottofondo di Strangers in the Night. La muta e reciproca intimità della coppia lascia il posto a pensieri confusi, spesso sgradevoli e ripugnanti, per cedere la parola al silenzio che regna sovrano nel tronfio egoismo di esistenze tremendamente solitarie.

Con una prosa minuziosa, scorrevole e levigata, la coppia viene solennemente ritratta nei momenti meno interessanti, tanto da chiedersi se le cose reali siano davvero «rozzamente proteiformi» o solo immaginate. Non è sempre piacevole ciò che si scopre su se stessi allevando una prole. I figli deludono, così come i genitori, ma restano l’unica àncora solida alla quale aggrapparsi, quando si sta per «affondare». Facendo leva sull’ignoranza volontaria come importante mezzo di sopravvivenza, Franzen confida che c’è sempre qualcosa di vitale da svelare alle prime luci del giorno. L’essere umano possiede disciplina e potere di opposizione di giorno, ma è continuamente attirato dal buio, sotto terra. Buio come assenza di luce e ignoranza, come mistero e peccato che adombra la vita del patriarca Alfred, perennemente in balia della confusione e della tristezza. Una filosofia semplice la sua: «Non importa cosa accade sotto la superficie, purché siano tutti civili».Una civiltà basata su restrizioni continue e la convinzione di essere nati per soffrire: chi sopravvive impara a curarsi da solo, rifiuta l’amore coniugale e si isola in ufficio, lontano dall’infelicità domestica.

Nel seminterrato, Alfred si dedica ai suoi esperimenti, ignaro di fare «qualcosa di buono»con l’aiuto della corrente elettrica. In quel sotterraneo sotto la cucina c’è anche il laboratorio alchemico di Enid: candeggina, sbiancante, acqua distillata e appretto. Vivere per Enid significa correggere Alfred, cambiare le sue abitudini. Intanto stira, appiattisce le pieghe, elimina le grinze. Ogni giorno si sforza di migliorare, ripulire la dizione, lisciare le maniere e schiarire le idee ai bambini. Saranno proprio i figli ribelli alle correzioni a minare l’autorità di Alfred, prima ancora della moglie dispotica e del morbo di Parkinson.

Creati con una sequenza di causa-effetto e relativo senso di colpa, i personaggi di Franzen incarnano l’essenza stessa del romanzo e salvano il «caso Lambert» dall’oblio. Gary, l’audace banchiere, vuole evitare gli errori del padre e godersi la vita da perfetto gentleman. La voglia esasperata di distinzione e affermazione della propria superiorità tradiscono un uomo assillato dal denaro, un millantatore dagli atteggiamenti tipici di un rigoroso materialista. L’anedonia e la dipendenza dall’alcol delineano un uomo di mezz’età fragile, affetto da incurabile depressione clinica, pur innamorato della sua forte investitrice di sangue quacchero.

L’ex accademico Chip è un perditempo in fallimento. Del padre eredita la mancanza di autostima, grazie alla madre scopre quel senso di futilità – chiodo fisso della sua vita – che ha il gusto del rifiuto e l’aroma del potere, l’odore dell’io e il sapore di lacrime incipienti. A trentadue anni diventa professore universitario, con un buon bagaglio di pubblicazioni e una serie di fallimenti di seconda mano. Da accademico a correttore di bozze con salario minimo, il passo è breve. Quello successivo è la fuga dalla giungla urbana per sbarcare nella capitale lituana. Costruita con blocchi di cemento radioattivo proveniente dalla Bielorussia, stretta nella morsa del crimine e dell’anarchia, Vilnius diventa per Chipper terra di speranza.

A Denise, la più piccola dei Lambert, Franzen non riserva grandi chances. Dopo il divorzio, la cuoca del ristorante Generator ha una certa familiarità col buio e la delusione. Cresciuta nei sobborghi di St. Jude, odiando tanto la sua ipocrisia provinciale quanto il santo patrono delle cause perse, Denise ama eccellere e splendere di una «lucentezza cangiante e vellutata». La sua vita cambia rotta quando incontra Robin Passafaro, nata a Philadelphia, una vera donna del Midwest, fiduciosa, entusiasta e animata di spirito collettivo. «Gli uccelli sono importanti», chiosa Franzen, birdwatcher di fama, e Robin, usignolo canterino, fa «quello che tutti vorremmo saper fare, ma ci riusciamo solo in sogno».

Le Correzioni, opera di finzione e, nel contempo, esercizio di stile per il grande romanzo americano – Libertà, romanzo del 2010, definito dal Time «Great American Novel» -, è frutto della fantasia di un Franzen «bacchettone», scrittore pazzo di letteratura, che si inserisce nel lungo solco del romanzo realista e sfida la letteratura contemporanea col saggio Forse sognare: nell’era delle immagini, un ragione per scrivere romanzi (Harper’s,1996). Con singolare sensibilità si diverte a muovere i destini dei suoi personaggi e sfida il politically correct con un romanzo intimo e socialmente impegnato, avvincente e seducente, ai limiti della decenza. È una scrittura abbacinante che colpisce tanto l’ipocrisia di provincia quanto il mondo accademico contemporaneo, senza risparmiare i colossi farmaceutici produttori di antidepressivi narcotizzanti e la cultura delle navi da crociera, capaci di ridurre la società al loro fantasma. Franzen focalizza l’attenzione sulla modernità e la perdita di valori, sulla correzione medica del cervello umano e sul lato oscuro della mente, analizzando i pensieri del capofamiglia dei Lambert, ingegnere ferroviario affetto dal morbo di Parkinson, e le problematiche familiari derivate dalla malattia.

Luce un’America vulnerabile e claustrofobica attraverso lo sguardo di Alfred e Enid che vivono in una società degradata e deformata, con visibili segni fisici di depressione e disagio generazionale sui corpi dei Lambert più giovani. Si denuncia un paese ossessionato dal sogno americano e dalla ricerca della felicità nell’era digitale:tormentato quanto debole, fruibile solo sotto forma di immagini. Una realtà inafferrabile che ha perso la fede nella letteratura e nei sentimenti. Se l’amore non è questione di avvicinarsi ma «tenersi a distanza», significa che gli americani hanno smarrito la retta via. C’è in Franzen il desiderio di capire il mondo e di cambiarlo, anche quando tutto sembrerebbe precipitare verso l’apocalisse, come testimonia anche l’ultimo suo libro La fine della fine della Terra (Torino, Einaudi, 2019). In Le Correzioni si percepisce un certo «odore di pensieri sconvolti», per dirla con Brancati, «il sudore della sua anima» ambientalista.

Pochi giorni dopo la pubblicazione del libro in inglese, pesanti accuse piombano su Franzen: diversi giornalisti ed esponenti politici lituani non avevano gradito la triste, avvilente immagine del proprio paese fornita dallo scrittore americano. «Trasparente, efficace e cordiale», come un moderno responsabile dell’anagrafe lituano, Franzen confessava di non aver mai viaggiato più a sud di Praga, né tantomeno aver mai messo piede a Vilnius, città dichiarata nel mese di novembre del 2019 «il punto G dell’Europa», come rivela l’originale spot premiato a Londra come migliore campagna marketing agli International Travel and Tourism Awards. La pubblicità (https://video.repubblica.it/mondo/vilnius-il-punto-g-dell-europa-la-pubblicita-ose-fa-aumentare-il-turismo/347519/348105) creata dall’Ente del Turismo lituano per sponsorizzare la capitale Vilnius e promuovere il turismo, invita il visitatore digitale a puntare il dito sullo schermo e iniziare a costruire la propria mappa del piacere con un click, utilizzando alcune frasi provocatorie per illustrare interessanti proposte turistiche della capitale lituana. Geniale, verrebbe da dire, dopo aver scoperto che Vilnius – un area di 400 chilometri quadrati – è sempre stato «un luogo favorevole alla coesistenza serena di cittadini liberi che abbina, con una perfetta e vibrante creatività, una gloriosa storia a uno spettacolare ambiente naturale», secondo le parole del suo sindaco sul portale della città (https://vilnius.lt/).

Al di là del bene e del male, il libro di Franzen azzarda a cercare una strada, a cambiare il modo di vedere e quello di errare, «rinverdendo l’innocenza naïf della provincia». Si troverà l’ottimismo della prateria, il mondo selvatico senza steccati dove regna il silenzio e la pazienza del Midwest, paese di meraviglie e di abbondanza, di querce conservatrici e di uno spazio interminabile di cui prendersi cura, per salvare la propria anima e cercare ancora l’armonia della natura.

(L’immagine in evidenza è quella dello scrittore Jonathan Franzen fotografato il 14 giugno 2011 a New York City da Pascal Perich / Getty Images).

ermira81@virgilio.it

 

 

 

 

 

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L'autore

Ermira Shurdha
Ermira Shurdha
Ermira Shurdha è nata in Albania nel 1981. Si è trasferita nel 1993 in Italia appena adolescente. Oggi vive con la sua famiglia in Abruzzo, regione eletta per crescere le sue due figlie. Dopo una formazione scientifica si è dedicata alla sua vera passione, le lingue straniere, laureandosi all’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti - Pescara con una tesi sull’opera teatrale di Antonio Buero Vallejo. Nel 2017 ha conseguito una laurea magistrale con una tesi dal titolo “Últimas tardes con Teresa, més que una història”, romanzo eversivo ambientato nella Barcellona degli anni cinquanta di Juan Marsé, Premio Cervantes nel 2008 e prolifico scrittore di testi in castigliano. Ha analizzato l’opera data alle stampe nel 1965, all’interno del contesto storico - culturale catalano, con particolare attenzione al linguaggio musicale e cinematografico, associazioni con la poetica neorealista felliniana, accordando la critica in lingua spagnola, catalana e inglese alla cronaca degli amanti in sottofondo. Sempre attratta dalle tendenze creative del mondo della moda, attualmente gestisce una boutique di abbigliamento fondata nel 1991 a Giulianova.