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Hemingway e la Parigi di Festa mobile, di Ermira Shurdha

«Se hai avuto la fortuna di vivere a Parigi da giovane, dovunque tu possa poi andare per il resto della tua vita, Parigi te la porterai sempre con te, perché è davvero una festa mobile». Questo scrive Hemingway all’amico, nonché biografo, Aaron Edward Hotchner, nel 1950. In una frase, il senso di una vita. «La vita, diceva Kirkegaard, può essere compresa solo guardando indietro, anche se dev’essere vissuta guardando avanti – ossia verso qualcosa che non esiste», come fa notare Claudio Magris in Danubio. Non si tratta solo di Parigi, né tantomeno di un’epoca, ma del tempo che trascorre inesorabile, quello che registra i battiti nascosti del cuore, i chiaroscuri dell’anima. Figlio delle contraddizioni di un’epoca, Ernest Hemingway scrive un libro di ricordi degli anni parigini, pubblicato postumo (1964), che ha, anche oggi, tanto da raccontare. Un trascorso confuso, «un andirivieni febbrile di ambizioni e vocazioni, di incontri e brindisi», in cui ogni ricordo del passato è chiamato fantasia. Parigi – città in cui visse da giovane «molto povero e molto felice» -, «fu semplicemente il miglior posto al mondo dove lavorare, e rimase sempre la città più amata». Un sogno diventato nel tempo l’indimenticabile Festa mobile, un classico imperdibile, che conserva la nostalgia e la memoria dei ruggenti anni Venti. «Non è necessario andare a Parigi per respirare l’atmosfera della Rive Gauche nell’era del jazz», ricorda il figlio Patrick nella premessa al libro. «Semplicemente leggete Festa mobile e sarà il libro a portarvi là». Giusto per chiarire un po’ le intricate relazioni dello scrittore americano, Patrick, nato nel 1928, è il figlio di Hemingway e Pauline Pfeiffer, la seconda moglie di Ernest, con la quale rimase legato dal 10 maggio 1927 al 4 novembre 1940, dopo la rottura con Elizabeth Hadley Richardson.

Il titolo dell’edizione francese Paris est une fête rievoca immediatamente «The Paris Sketches», i “quadri” scritti nella Ville Lumière. Scoperto nel freddo novembre del 1956, anno del gelo e della storica nevicata, Festa mobile – titolo proposto dall’autore di Papa Hemingway, Hotchner, con la traduzione di Luigi Lunari che recupera l’originale «A moveable feast», titolo scelto da Mary Walsh, quarta moglie di Hemingway, sposata nel 1946 – viene pubblicato postumo nel 1964 negli Stati Uniti. L’introduzione al libro, a cura del nipote Seán Hemingway (figlio di “Gig”, o meglio “Gloria”), e la premessa del figlio Patrick, avvisano il lettore del caso fortuito che coinvolge l’hotel Ritz e le dimenticanze di Ernest Hemingway all’interno di due bauli da marinaio, rimasti dal marzo del 1928 nel deposito del magazzino del famoso albergo parigino. In partenza per Cuba e successivamente giunto a Ketchum, Hemingway avrebbe portato con sé il prezioso carico che conteneva vecchi vestiti, libri, ritagli di giornale, pagine dattiloscritte di narrativa e appunti relativi a Il sole sorge ancora. Durante l’estate del 1957, avrebbe cominciato a lavorare sui manoscritti e dattiloscritti che descrivevano un periodo fecondo della sua vita, tra il 1921 e il 1926, gli stessi anni vissuti con la prima moglie Hadley. Trasferitosi in Spagna, durante l’estate del ’59, e a Parigi in autunno, abbozza una prima stesura nel novembre dello stesso anno, senza mai portarla a termine.

Un libro scritto con «l’ambizione di distillare anziché amplificare», rimaneggiando frammenti di ricordi e reminiscenze degli anni Venti.  La nuova edizione contiene i titoli che l’autore diede a tre capitoli nella versione integrale, mentre gli altri capitoli, che seguono un ordine logico piuttosto che cronologico, sono stati ripristinati da Seán Hemingway, curatore dell’introduzione e dell’edizione – reintegrata da alcuni capitoli inopportunamente scartati da Mary -, ristrutturando pertanto l’indice dei racconti autobiografici e dei “quadri inediti” secondo le intenzioni dell’autore. Per essere uno scrittore alle prime armi, Hemingway ha già un suo stile – asciutto, laconico – e un proprio metodo di lavoro per i suoi bozzetti. Atrabiliare e irremovibile, sempre affamato, ancor prima d’esser affermato, nervosamente scribacchia.

Lavoravo sempre finché non avevo concluso qualcosa e smettevo sempre quando sapevo quel che sarebbe successo dopo. Così ero sicuro che il giorno dopo sarei andato avanti. Ma qualche volta quando stavo cominciando un nuovo racconto e non riuscivo a farlo partire, mi sedevo di fronte al fuoco e strizzavo le bucce delle piccole arance sul bordo della fiamma e guardavo lo scoppiettio di scintille blu che producevano. Restavo a guardare fuori sui tetti di Parigi e a pensare: “Non preoccuparti. Hai sempre scritto prima e scriverai adesso. Non devi far altro che scrivere una sola frase vera. Scrivi la frase più vera che conosci”. Così alla fine scrivevo una frase vera, e poi da lì andavo avanti. E allora era facile perché c’era sempre una frase vera che conoscevi o che avevi visto o che avevi sentito dire da qualcuno. Se cominciavo a scrivere in modo complicato, o come qualcuno che introduceva o presentava qualcosa, scoprivo che potevo benissimo tagliare tutti i fronzoli e gli arzigogoli e buttarli via per cominciare con la prima frase vera e semplice ed esauriente che avevo scritto. Lassù in quella stanza decisi che avrei scritto una storia su ogni cosa che conoscevo. Cercavo di farlo per tutto il tempo in cui scrivevo ed era una buona e severa disciplina. Fu in quella stanza che imparai a non pensare a niente di quel che stavo scrivendo dal momento in cui smettevo di scrivere fino a che non ricominciavo il giorno dopo. In quel modo il mio subconscio avrebbe continuato a lavorarci su e intanto io avrei potuto ascoltare altra gente e osservare tutto, speravo; e imparare, speravo; e leggevo in modo da non pensare al mio lavoro e rendermi incapace di farlo.

«Questo libro contiene materiale dalle remises della mia memoria e del mio cuore. Anche se la prima è stata manomessa e il secondo non esiste», confessa. Giornalista intrepido, ferrigno, nato a Oak Park nel 1899, arriva con la moglie Hadley sulla Rive Gauche nel dicembre del 1921 e soggiorna all’hotel Angleterre. Scrive da una camera con vista sui tetti grigi di Parigi, girovaga tra i vicoli e gli edifici del Seicento, in direzione di Jardin du Luxembourg e dell’omonimo museo, dove ammira i segreti nei quadri di Cézanne, di Manet, di Monet e degli altri Impressionisti. Quando la luce e i colori di Cézanne non riescono a dare il giusto conforto e una certa ispirazione, al giovane scrittore non rimane che allungare il passo verso rue de Fleurus, al salotto di Gertrude Stein, per discorrere con lei degli scrittori della «generazione perduta». Una scrittura che rapisce, con leggerezza, con sguardo curioso e attento giù per le vie della Senna, sulle vetrine dei negozi di antiquariato, delle piccole case editrici e degli atelier d’artisti. La lettura stanca facilmente gli occhi dopo alcune pagine, sazi di colori e profumi, tinte bohémien, note musicali e appunti di lavoro che prendono lo stomaco. C’è bisogno di sedersi insieme ad un tavolo, il tempo di un boccone ad un café. Gli occhi al cielo, la trasparenza del vetro e la gioia di un brindisi con un buon bicchiere di vino bianco, e una fanciulla leggiadra sullo sfondo – capelli neri come l’ala di un corvo, che tagliano la guancia con una netta diagonale – occhi socchiusi, immaginando una sera al chiaro di luna, stretti tra morbide braccia e soffici cuscini, pronti per gustare il primo sale del mattino.

Osservavo la ragazza ogni volta che alzavo gli occhi, o quando facevo la punta della matita con un temperamatite e i riccioli di legno cadevano sul piattino sotto il bicchiere. Ti ho vista, bellezza, e adesso tu mi appartieni qualunque sia colui che stai aspettando e anche non dovessi rivederti mai più, pensavo. Tu mi appartieni e tutta Parigi mi appartiene, e io appartengo a questo quaderno e a questa matita.

Hem – così viene chiamato dagli amici -, era nato per scrivere e vivere la sua vita al limite. L’edizione restaurata, con otto capitoli inediti (Milano, Mondadori, 2011) offre un’analisi interessante del processo narrativo dell’apprendista scrittore – futuro premio Nobel per la letteratura (1954) – che si rivolge a sé dando l’impressione di essere un altro e, nello stesso tempo, invita il lettore a partecipare alla sua storia dialogata. Una scrittura d’esordio che rivela i gusti, i piaceri segreti, le frequentazioni e le affinità elettive con i più importanti intellettuali del ’900, avendo in uggia la cosiddetta «scuola investigativa» della critica letteraria. Ci si lascia facilmente divertire dai pettegolezzi su Francis Scott Fitzgerald e la gelosia di Zelda verso i successi letterari di suo marito, dai combattimenti pugilistici nell’atelier di Ezra Pound – «grande poeta, uomo cortese e generoso, la bontà personificata» -. C’è tutto l’amore per il vino, per la neve, per le corse di cavalli in questo diario autobiografico, che stupisce per le rivelazioni di un Joyce miope, dell’irragionevole antipatia verso Ford Madox Ford, quel «acre odore di menzogne» che rendeva Hemingway sordo e insensibile verso lo scrittore britannico. Sono piacevoli gli scambi di battute e di letture al «Shakespeare and Company», libreria-biblioteca di Sylvia Beach – deliziosa pettegola – su Joyce, Dostoevskij e gli intellettuali russi, Eliot e Dos Passos, Picasso e Braque.

Anche nel capitolo finale dell’edizione ampliata, «Nada y pues nada», emerge un Hemingway avido di «realtà» (da scrivere tra virgolette, come insegna Nabokov), che non si arrende al peso e alle difficoltà degli anni, che vive ed ama alla follia, sempre in viaggio da un angolo all’altro del globo terrestre in cerca d’amore, di gloria e di verità. Sovente triste, talora felice, un uomo dal cuore tenero – un cuore che riesce a cogliere l’essenziale – ancora estraneo al senso di vacuità e smarrimento dell’ultimo, tormentato, periodo della sua vita. Le pagine più belle del libro sono quelle della vitalità dei mesi trascorsi in montagna, la complicità e la tenerezza amorevole nei confronti dell’amata Hadley, vera eroina di Festa mobile. «La fame», le ripeteva continuamente, come un mantra, «è un’ottima disciplina e t’insegna molte cose». Ad essere autentici, innanzitutto. La lettura di questo materiale, una vera e propria “capsula del tempo”, dona un’esperienza multisensoriale se compiuta ad alta voce, data l’importanza centrale nel racconto dell’orecchio, spesso associato alla composizione musicale. Aiuta a riflettere sul valore del ritmo, sull’uso delle parole iterate all’interno di una prosa che immortala immagini plastiche di una Parigi gloriosa, capace di trasmettere tutta l’intensità e la forza della capitale degli eccessi e delle feste senza fine, svelandone la decadenza vistosa. I segreti conservati con cura custodiscono la potenza delle parole, ne rafforzano il significato quando emergono in superficie, quasi fossero il risultato di una scrittura ottenuta per processo alchemico. Hemingway lascia in eredità piccole cose semplici di una vita privata, piccole verità che non possono essere assimilate rapidamente, ma hanno bisogno di tempo – a volte, una vita intera – per conoscerle ed acquisirle, e renderle finalmente universali.

La determinata sincerità di Ernest, earnest soprattutto, e la sua gratitudine estrema verso la vita.

«Scrivi la storia più bella che puoi e scrivila nel modo più diretto che puoi» diceva all’amico Francis Scott Fitzgerald. Ecco il paradosso della «festa mobile»: non c’è alcun algoritmo di calcolo né alcun computo ecclesiastico per stabilire le feste mobili. Da ragazzo aveva naturalmente avuto, da buon protestante, l’indottrinamento religioso, ma poi, in Italia, nell’infermeria sul fronte di battaglia, la notte dopo essere stato ferito da un colpo di mortaio, un cappellano cattolico gli aveva impartito l’estrema unzione. Libero di sposare Pauline, Hemingway acconsente a convertirsi al cattolicesimo e frequenta un corso di formazione religiosa. Evidentemente, Pauline valeva bene una messa! Il brogliaccio di memorie, che agli occhi di Hemingway rimase sempre incompiuto, diviene oggi un souvenir, qualcosa di utile al lettore, necessario per comprendere il suo vissuto. Un’esperienza primitiva ancorata apparentemente a un luogo, a un momento, uno stato d’animo – come la felicità o l’amore -, si trasforma invero in un’entità mobile ferma nel tempo e nello spazio. La felicità o l’infelicità, come insegnano gli stoici, dipendono unicamente da noi stessi; nessuno è schiavo per natura, schiavo è colui che si fa dominare dalle passioni. Testimone del suo tempo, obbedendo a una forza che agiva dentro di lui, non sapendo più vivere eroicamente, Hemingway volle morire da eroe.

Esseri sinceri, liberi nel pensiero e nelle azioni, seguire il proprio cuore, sperare e scrivere bene, sono le lezioni di Hemingway: istruzioni valide per i nuovi millennials.

ermira81@virgilio.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'autore

Ermira Shurdha
Ermira Shurdha
Ermira Shurdha è nata in Albania nel 1981. Si è trasferita nel 1993 in Italia appena adolescente. Oggi vive con la sua famiglia in Abruzzo, regione eletta per crescere le sue due figlie. Dopo una formazione scientifica si è dedicata alla sua vera passione, le lingue straniere, laureandosi all’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti - Pescara con una tesi sull’opera teatrale di Antonio Buero Vallejo. Nel 2017 ha conseguito una laurea magistrale con una tesi dal titolo “Últimas tardes con Teresa, més que una història”, romanzo eversivo ambientato nella Barcellona degli anni cinquanta di Juan Marsé, Premio Cervantes nel 2008 e prolifico scrittore di testi in castigliano. Ha analizzato l’opera data alle stampe nel 1965, all’interno del contesto storico - culturale catalano, con particolare attenzione al linguaggio musicale e cinematografico, associazioni con la poetica neorealista felliniana, accordando la critica in lingua spagnola, catalana e inglese alla cronaca degli amanti in sottofondo. Sempre attratta dalle tendenze creative del mondo della moda, attualmente gestisce una boutique di abbigliamento fondata nel 1991 a Giulianova.