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Viteliù e il viaggio per ritornare, di Laura D’Angelo

“Era il fiore della gioventù safina, diceva Tata, quell’anno partirono i giovani più valenti che quel popolo avesse mai partorito. Forti come giovani tori, figli di buone stagioni di raccolta e allevamento. I settemila, cari a Mamerte, non sapevano ancora di essere nati per creare una grande nazione […]”

Ci sono parole che diventano luoghi del cuore e della memoria. Parole che definiscono identità, che hanno dentro le storie che il tempo porta con sé. Non omnis moriar scriveva il poeta Orazio per sottolineare l’immortalità del suo monumento di versi e poesia, monumentum aere perennius, un «monumento più duraturo del bronzo», laddove il potere della memoria resta scolpito nelle parole che riescono a perpetrare il ricordo e a farne patrimonio comune, a portare con sè il senso di un popolo, di una storia, di un’idea, di un sogno condiviso.

È il merito di Viteliù, romanzo di Nicola Mastronardi (Itaca Edizioni, 2012), quello di consegnare alla dignità della memoria storica il sogno di libertà nato attorno alla parola “Italia”, di cui le genti sannite sono state prime interpreti e portavoci.

Un sogno pagato con il sangue di queste popolazioni, condannate da Silla a scontarne il fio nell’oblio della damnatio memoriae a seguito della conquista romana, e che si presentano al lettore come le prime voci della Nazione, Viteliù, Italia, «il nome della libertà».

È Mastronardi che con abilità storica e vena poetica ricostruisce questo importante momento della storia della nostra penisola, una storia troppo spesso ignorata e dimenticata, tra sprazzi di cielo e paesaggi tersi di valli e montagne, nell’andare e venire della scrittura che sola può raccontare il senso del metaphorein di greca memoria. Uno spostamento che è nell’espressione della parola raccontata un ricongiungersi all’origine, ad una radice comune, intimamente legata al territorio e all’io, per farsi voce di tutti, emblema di tutta una comunità.

Sono le parole che Mastronardi sapientemente e poeticamente usa per ridare valore a quanto abbiamo dimenticato. Onore, Virtù, Dignità, Senso del Dovere, Valore, Dolore, e da qui rinascita, nuova Vita. È in questo senso che lo scrittore originario di Agnone scrive un libro di spessore, perché Viteliù è così permeato di amore e di vita, di dolore e di rinascita, di storia e umanità, che parla al cuore di ognuno di noi, all’Uomo di ieri come a quello di oggi, anzi, ancor più a quello di oggi, che ha perso il legame con il suo “io” e con la sua terra, in una spersonalizzazione che dimentica i confini ontologici del tempo e dei luoghi, e che vede sempre più reciso quel rapporto embrionale con i territori che sono patria e identità.

È Tito Livio, nella sua opera Ab urbe condita, a parlarci della tempra indomabile dei Sanniti: «Non fuggivano la guerra, ed erano così lontani dallo stancarsi di una difesa anche senza successo della loro libertà, che preferivano essere conquistati piuttosto che rinunciare a sforzarsi di vincere» (Livio, X, 31.14). E ancora: «alla guerra questi s’erano preparati con lo stesso impegno e con gran dovizia di fulgide armi; e ricorsero anche all’aiuto degli dei, giacché i soldati erano stati iniziati alla milizia prestando il giuramento secondo un antico rito […]» (Livio, X, 34).

Nel romanzo di Mastronardi tutto questo resta sullo sfondo. Non ci sono più le guerre sannitiche, né gli scontri delle dodici tribù italiche contro Crasso e Silla. Con un sapiente salto nel tempo, infatti, il romanzo inizia ben 17 anni dopo le guerre sociali.  È Gavio Papio Mutilo, Embratur sannita, a farsi carico della coscienza di dolore, distruzione e morte del genocidio di tutto il suo popolo. È attraverso lui, e soprattutto attraverso la figura del nipote Marzio, discendente sannita sopravvissuto all’eccidio, che il viaggio nella terra dei padri diventa viaggio nei luoghi del tempo e dell’anima, un nostos, un ritorno che ha in sé il sapore del disvelamento della verità, la riconquista di una giustizia, il risanamento di una ferita, in un universo di dolore e di perdita:

Aveva urlato di nuovo. Si quietò, e mentre tornava a sedersi si coprì il volto con le mani. Pianse. “Sono più crudeli gli uomini o gli dèi?” disse asciugandosi le lacrime. “Quando e a chi servirà tanto dolore e la scomparsa di un intero popolo… quanti giovani e quante famiglie innocenti… Che ne sarà della memoria di noi?” Continuava a piangere sommessamente. Il vento si alzò, gli rubò le ultime lacrime e le gettò nel lago, dove si unirono a miliardi di loro sorelle, lì versate nei secoli (Nicola Mastronardi, Viteliù. Il nome della libertà, Itaca Edizioni, Castel Bolognese, 2015, p.157).

Uno spostamento, dunque, un viaggio di iniziazione, un viaggio come nuovo inizio, un viaggio per ritornare. È Gavio Papio Mutilo che porta impresso, infatti, il dramma della distruzione e della perdita.

È lui che vede la realtà delle cose, lui che reso cieco in battaglia, conosce come un cantore greco fattosi saggio il peso della gravitá della verità. Quello che gli occhi non vedono, percepisce il cuore, e lì dove il cuore non regge, comprende la mente. Il pathei mathos, «la conoscenza attraverso la sofferenza», diventa per Marzio memoria storica e familiare, destino e rinascita, nuova vita. È in questo senso che il testo di Mastronardi si apre a più livelli di interpretazione, non soltanto come romanzo storico o romanzo di formazione.

C’è molto di più nelle pagine che colmano un vuoto storico, che restituiscono ai Safini la dignitá umana della memoria. C’è Roma, la nuova erede del sogno dei Vitelios, da costruire con e insieme agli italici. C’è la grandezza dell’uomo che comprende la lingua degli dei e se ne fa portavoce, c’è la forza costruttrice del dialogo, delle idee, a dispetto della violenza, il senso del viaggio, la grandezza della pace:

Ho finito, piccolo Papio. Il mio cuore spera che tu tragga il meglio da tutto ciò che hai conosciuto in questo viaggio. A te la scelta su ogni cosa della tua vita, ma ovunque andrai, costruisci la pace, dovunque tu viva non fare guerre, usa tutta la tua forza per costruire, non per distruggere, e per fare il bene. Sceglierai di vivere lì dove il tuo spirito sentirà di essere a casa, ma, ti prego, ricordati chi sei, piccolo Papio, salva la memoria della tua gente e il nostro onore e ricorda i nomi che ti ho insegnato. Uno, più importante tra tutti: il nome segreto, impronunciabile se non in una cerimonia sacra, del grande santuario della nazione che si trova sulle Alture del Pago del Toro sacro: Safnio (p.374).

E soprattutto:

Non dimenticarci. E fa che il mondo non dimentichi per sempre il sacrificio del valoroso popolo dei Safinos Pentri. (Ibidem).

Un senso del sacro, un’umanità che si riflette nel paesaggio che accompagna il viaggiatore – lettore ad una riconquista di sé, che ripercorre silenzioso secoli di storia, cieli stellati e lacrime e preghiere, e che è ancora una volta il significato della lettura, ovvero quello di conoscere e comprendere, il dovere del ricordo, il dono della memoria, per rimanere umani.

laura.dangelo86@gmail.com

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L'autore

Laura D'Angelo
Laura D'Angelo
Laureata in Filologia classica, ha conseguito un Dottorato di ricerca in Studi Umanistici. Grande appassionata di letteratura e filologia, ha condotto numerosi studi su Gabriele D’Annunzio e ha partecipato a convegni internazionali con interventi in lingua italiana e inglese. Interessata da sempre alla scrittura scientifica e a quella poetica, ha ricevuto riconoscimenti in diversi concorsi letterari di livello internazionale. Ha pubblicato tra l’altro L’Isottèo di Gabriele D’Annunzio e la poetica della modernità, nel volume collettaneo Un’operosa stagione. Studi offerti a Gianni Oliva, Carabba, Lanciano, 2018.