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“Il vero storico e l’uomo”. La peste in Alessandro Manzoni, di Laura D’Angelo

Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme,

che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire.

(Manzoni, I Promessi Sposi, cap. XXXI, 1842)

Tornare ai Promessi Sposi, capolavoro indiscusso di Alessandro Manzoni e romanzo importantissimo (al di là dei detrattori o meno) della nostra letteratura, è ogni volta motivo di riflessione, e di umana commozione. Le problematiche emerse recentemente nel Nord Italia ed in particolare i casi registrati nella città di Milano risultati positivi al virus Covid-19, hanno riacceso i riflettori sulle pagine manzoniane, portandole all’urgenza dell’attualità ed istituendo sottili parallelismi tra la situazione odierna e alcune descrizioni che l’autore fece in merito alla diffusione della peste nella città milanese del Seicento, nonché nel resto di altre zone lombarde (sta circolando sul web proprio in queste ore la lettera di un Dirigente scolastico di un Liceo di Milano che, in merito al provvedimento di chiusura delle scuole, cita i colti versi manzoniani per rivolgere un accorato appello alla razionalità ai propri studenti).

L’irrompere del “vero storico” nel romanzo di Manzoni, non è, come direbbe il De Sanctis in riferimento alle digressioni romanzesche delle commedie d’intrigo, un mero “accidente storico”.

La diffusione delle peste nel romanzo, non è né un fatto meccanico, né tantomeno il deus ex machina scelto ad un certo punto dall’autore per risolvere con un espediente scenico e d’effetto i nodi dell’intreccio. Manzoni parla della peste e traspone sull’immenso ed eterno palcoscenico della vita quei suoi eroi che non si limitano più così esclusivamente “al piccolo palcoscenico dello scrittoio dell’autore” (G. Getto).

L’irrompere del “vero storico” nel libro del “guazzabuglio del cuore umano”, è ancora una volta per l’autore occasione per riflettere sulla dimensione umana, per scandagliare le miserie e le grandezze degli umili e dei potenti, le verità degli uomini, tutti uguali e fragili di fronte alla realtà della vita. Manzoni non ha esperienza diretta della peste. La studia a tavolino, consulta dei documenti.

Eppure la sua descrizione ricorda molti comportamenti e allarmismi che in questi giorni stanno stravolgendo a mo’ di psicosi la nostra quotidianità.

Per Manzoni, quel “turbine vasto, incalzante, vagabondo”, che a partire dal XXXI capitolo travolge ogni cosa, sconvolge le folle come foglie al vento e incrina sul territorio la vasta presenza di autorità, distrugge certezze e altera la percezione della dimensione del vivere, s’incastona nell’ordine cronologico e nella dimensione spazio- tempo del romanzo nella prospettiva della compattezza e concretezza storica.

Colpiscono le pagine di profonda umanità: “La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero […], ed invase e spopolò una buona parte d’Italia” (cap. XXXI, vv. 1-5).

Lo sguardo del Manzoni accarezza una umanità privata delle sue sicurezze, della sua identità. È Milano il centro dell’attenzione. Piazza Duomo, le tante vie del commercio e delle amenità diventano lo sfondo per scandagliare una comunità cittadina colta nella drammaticità del suo dissolvimento. Cadaveri accumulati e insepolti, bambini morti abbandonati, e ancora i gesti di pietà dei medici del lazzaretto, la paura della gente, la distruzione dei rapporti civili, con la diffusione della disonestà dei monatti e della caccia all’untore.

Si è parlato di veridicità storica, di pagine che non costituiscono una frattura all’interno del romanzo ma contribuiscono ad affidare alla penna il compito di scrivere “un tratto di storia patria“. La prospettiva dell’autore non è quella, come si è detto, di proporre un oscuro meccanicismo nei rapporti di causa- effetto né tanto meno avanzare interpretazioni escatologiche o di una superiore giustizia divina e punitiva, ma è quella di analizzare il comportamento umano, di riflettere sul resoconto dei fatti, con al centro sempre l’attenzione per la umana dignità.

Oltre alla peste, qual è il vero male per Manzoni? La paura, il fanatismo, la superstizione, la diffidenza, fino al crollo della ragione. L’imbarbarimento dei costumi, la perdita dei valori umani, il pericolo che ognuno può costituire. Quando Renzo torna verso casa sua, a dominare è lo scoramento. Colpisce il suo silenzio, che è quello dello sgomento e del dolore, un dolore che è stanchezza, senza parole e senza pianto. Sembra di sentire la pena delle strade una volta piene di vita, amene, centro di scambi commerciali e di prosperità e adesso vuote, fredde, senza vita. La morte, la dura realtà delle cose, il morbo che ha aperto gli occhi, per cui non ci sono parole. Le uniche parole sono quelle di Gervaso, saltellante e incantato dalla malattia che ripete in continuazione “a chi la tocca, la tocca“, mentre lo spaesamento di Tonio si rivela in tutta la sua drammaticità, nell’afasia del morbo che lo ha reso uguale al fratello scimunito. La costernazione di Renzo, nei capitoli dedicati alla peste, è la voce tragica di tutto un popolo.

Con uno sguardo pieno di malinconia e umana compassione, l’autore ritrae la tipica società del Seicento, attratta dai lussi e terrorizzata dalla fragilità, attenta alla pompa lussuosa e a quella funebre. E riflette sulla facilità con cui la superstizione, la paura per se stessi e degli altri, la diffidenza, prendano il posto della ragione, su “come il senso comune” riesca a dominare “il buon senso“. Se tragico è lo spettacolo di una città in dissolvimento, ridotta ad un mortorio, ancora più drammatico è il delirio irrazionale che priva l’uomo della propria identità, e che lo lascia in balia dei propri mostri, dei propri stessi fantasmi. Ben più doloroso è il “povero senno umano che cozzava co’ i fantasmi creati da sè“. E allora alla condanna della perdita della ragione, si accompagna quella più profonda, per la deprivazione della comunità sociale, per la scomparsa dei legami umani, di un’umanità sofferente e lacerata nella sua identità.

L’appello di Manzoni, tra dolcezza e malinconia, sembra essere ancora una volta quello alla moderazione, alla razionalità. Appello tuttora valido, ancor più perché oggi abbiamo dalla nostra anni di ricerche e studi scientifici. Se per l’autore dei Promessi sposi l’angoscia non è mai senza sollievo, la risposta è ieri come oggi nel bisogno di amare, nell’invito ad essere profondamente umani.

laura.dangelo86@gmail.com

 

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L'autore

Laura D'Angelo
Laureata in Filologia classica, ha conseguito un Dottorato di ricerca in Studi Umanistici.

Grande appassionata di letteratura e filologia, ha condotto numerosi studi su Gabriele D’Annunzio e ha partecipato a convegni internazionali con interventi in lingua italiana e inglese. Interessata da sempre alla scrittura scientifica e a quella poetica, ha ricevuto riconoscimenti in diversi concorsi letterari di livello internazionale. Ha pubblicato tra l’altro L’Isottèo di Gabriele D’Annunzio e la poetica della modernità, nel volume collettaneo Un’operosa stagione. Studi offerti a Gianni Oliva, Carabba, Lanciano, 2018.