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Ilaria Dinale intervista Gabriella Sica

foto di Dino Ignani

Gabriella Sica, originaria della Tuscia e romana d’adozione, ha insegnato all’Università “Sapienza”. Ha esordito nel 1979 su rivista, in particolare su “Prato pagano”, da lei fondata e curata, su cui nel 2018 la Biblioteca Nazionale di Roma ha allestito la mostra “Prato pagano e la poesia degli anni Ottanta” e il convegno “Prato pagano. Il futuro nell’antico”. Dopo le Poesie per le oche, prefazione di Giovanni Raboni nell’Almanacco dello Specchio (1983), nel 1986 esce il suo primo libro, La famosa vita, come “Quaderno di Prato pagano”. In versi sono poi usciti Vicolo del Bologna (1992), Poesie bambine (1997, postfazione di Emanuele Trevi), Poesie familiari (2001) e Le lacrime delle cose (2009, postfazione di Paolo Lagazzi e nota di Giancarlo Pontiggia), tutti insigniti di vari premi. Nel settembre 2014 ha ricevuto il Premio Internazionale del “LericiPea” per l’Opera poetica. Ha realizzato per la Rai alcuni video sui poeti del Novecento.

A distanza di dieci anni dalla sua ultima raccolta in versi, la fine del 2019 ha visto la pubblicazione di Tu io e Montale a cena (Interno Poesia). Il sottotitolo, Poesie per Zeichen, appare solamente nel frontespizio, lasciando quel tu da solo in copertina. Ci può dire di cosa si tratta?

Ho scritto poesie su un tu, amico e personaggio, che in fondo fa eco a un io altrettanto personaggio e fatto d’aria, controfigura stessa dell’autore, come nell’ultima poesia del ciclo delle 40. Il tu a cui mi rivolgo è poeta noto, autore di poesie e di imprese, personaggio impastato di romanità e fedele al suo essere sempre un eccentrico, uno venuto dai paesi nordici, più freddi e mediterranei, da Fiume in particolare, da nonni di origine austro-ungarica, da un padre che era stato un legionario nell’impresa di Fiume, diventato poi giardiniere, e una madre che se n’era andata troppo presto, quando lui era un bambino. Ma era diventato davvero civis romanus, romanissimo, abitante di una casetta arrangiata e con il tetto di lamiera ma a duecento metri da piazza del Popolo. Quando è stato colto dall’ictus, un fulmine a cielo sereno, ho scritto cinque poesie “indiziarie” fino a Valentino nel vento, che è la poesia in morte, un po’ controcanto in versi dell’articolo in suo ricordo che mi è stato richiesto da un giornale, e io, invece di andare in ospedale come mi accingevo a fare, dopo qualche titubanza, ho accettato. Nel mio “libricciolo” è una delle 2 prose senza alcuna modifica se non nel titolo ridotto.

Come si è passati da questi pochi scritti a un intero libro, e con quali tempistiche? Sfogliando il volume si può osservare che molti dei componimenti sono accuratamente datati: più che una raccolta, potremmo quasi dire di trovarci davanti ad un diario.

Vero. Direi che ho un’idea della poesia come diario del viaggio che è la nostra vita. E quindi mi piace datare, segnare il passaggio, sono sempre molto concreta e ancorata alla meteorologia. La poesia è un segnatempo. In questo caso si tratta del diario di un lutto in cui il lettore può trovare echi di un proprio lutto e riviverlo in altro modo. Come è capitato a me leggendo il bel libro di Roland Barthes Dove lei non è, dedicato alla madre. Oggi il lutto non esiste più in apparenza, eppure viviamo tutti nel nostro mondo interiore il dolore per un’assenza. Intanto va detto che quello che ora è il sottotitolo inizialmente era titolo e argomento del libro: Poesie per Valentino Zeichen. E il sottotitolo era numerico: 2 + 40 poesie + 2 prose. Le 2 poesie iniziali scritte quando il tu era in vita, irrequieto e un po’ impertinente, 40 poesie scritte senza un progetto preciso che si è sviluppato “a quel modo ch’ei mi dettava dentro”, nel tempo concentrato e limitato di quaranta settimane. Un tempo minimo per un lutto, ma è anche, mi sono accorta dopo, il tempo di una gestazione, che dura infatti nove mesi e dieci giorni, proprio quaranta settimane. Alla fine il tempo del lutto è lo stesso di una nascita, di una creazione letteraria.

Foto di Dino Ignani
Foto di Dino Ignani

Ho smesso di scrivere al numero 40 ma non ho deciso io: era finita l’ispirazione, parola inusuale oggi, mi piace chiamarla folgorazione, o meglio con eco etrusco fulguratura. Ma esiste: è lei che ha selezionato temi e argomenti, solo alcuni e non altri possibili. Non avrei mai potuto parlare di altro. Per esempio: Valentino è stato per oltre dieci anni, durante l’estate, mio ospite in un paese di mare, con la fidanzata storica, Mireille Hoster, ma la mia memoria non ne ha conservato tracce memorabili. Non mi è venuto niente da scrivere. Dunque 40 mi sembrava un bel numero. Sono i giorni della Quaresima o della quarantena. Numero sostanzialmente biblico perché quaranta sono i giorni della sosta di Mosè sul Sinai o del digiuno di Gesù nel deserto. Anche il personaggio Valentino è rimasto 80 giorni, il doppio di 40, come una doppia quaresima, su un letto d’ospedale, tra l’ictus del 17 aprile e la scomparsa il 5 luglio. E anche gli anni di Valentino erano 78 compiuti, mancava poco agli 80. Numeri e simmetrie che ritornano. Questo sottotitolo numerico è saltato a un certo punto. Il libro, nato in modo imprevedibile a me stessa come spesso negli ultimi anni mi capita, si è ampliato di senso e ha acquistato un’altra forma.

A questo punto la domanda viene quasi naturale: perché nel titolo l’unico nome che compare è quello di Montale? Qual è il suo ruolo nel titolo e nel libro in generale?

Ho immaginato qualcosa di impossibile e tuttavia possibile nella poesia. Montale non è mai stato il mio poeta preferito. Del resto non ho neppure un poeta preferito, piuttosto ne ho molti. E quei versi scuri e tanto sonanti del primo Montale quasi mi infastidivano. Amavo altri poeti appartenenti a una “linea in ombra” del Novecento, non sono mai stata una montaliana come nei miei anni giovanili erano tutti. Ricordo di aver avuto a questo proposito una discussione animata con Giorgio Ficara, dopo una trasmissione televisiva su Montale. Era sbalordito che io potessi osare tanto, irritato dalle mie parole sull’indiscutibile poeta, l’alludere a quegli ossi che a me apparivano quasi emblemi di una riduzione dell’anima italiana. Eppure proprio ora scrivendone mi viene da pensare che era uscito Satura nel 1971, anno formidabile della poesia, proprio quando ventenne ero stata catapultata dal fato nel mondo delle lettere in cui non si parlava che male, in modo furibondo, di quell’imprevisto libro, dal tono basso privo di sublime, su una lingua quotidiana e colloquiale. A me invece piaceva quella lingua spoglia e comune, quel tono familiare e confidenziale, per raccontare il dolore di una perdita, la moglie, oltre al disastro di una vita vissuta attraverso ben due guerre mondiali. E poi tornavano alla mia memoria le parole scherzose di Valentino sulla Mosca, o sui sambuchi di cui discutono Montale e la Spaziani. E alla fine viene anche fuori che Zeichen è stato un montaliano, come tutti i poeti-fratelli maggiori. Non ne abbiamo parlato molto, ma Marta, la figlia, mi dice che lo amava molto. E non mi meraviglia che un poeta celi qualche sua passione letteraria.

Ma in Tu io e Montale a cena il poeta ligure è diventato un altro personaggio, invitato a una immaginaria cena per parlare, capire il “nodo” da sciogliere e lo “snodo” da decifrare per quell’uscita dalla poesia del Novecento niente affatto compiuta. Ho cominciato a pubblicare all’inizio degli anni Ottanta scrivendo di noi a quel tempo giovani di una nuova generazione: “costoro non si affidano a qualcuno, sono diventati padri e madri di se stessi”. Non abbiamo avuto padri, come non li hanno i giovani di oggi. E forse per questo siamo ancora in un certo senso tutti figli del Novecento e ci torniamo e ci appassioniamo, instancabilmente. Insomma, ho provato con delicatezza a porre una questione irrisolta. C’è l’idea di un congedo sempre più urgente da un secolo lunghissimo da cui sembra davvero complicato sottrarsi. E nella poesia eponima, “banchettando ilari noi tre insieme”, si fa notare che non è “come un niente lo snodo al Novecento / il rallentato addio”. Ci sarà un tempo nuovo, l’era nuova sempre attesa? Forse no, forse è un’utopia, ma noi ci abbiamo creduto. E ci stiamo ancora lavorando, quasi senza accorgercene.

Montale non è però l’unica figura che accompagna il tu e l’io del titolo. Cosa può dirci degli altri personaggi che si avvicendano di pagina in pagina?

Sono figure che riemergono dal passato, e anche da una Roma tramontata. Ritornano gli anni del “noi”, quelli degli anni Settanta, quando ero una ragazza che faceva la gavetta e non pensava affatto alla propria poesia. Ritorna Elio Pagliarani, gran poeta che nei miei vent’anni frequentavo (e su cui avrei scritto un mio saggio davvero “giovanile” parlandone con lui per accompagnare il suo libro, Rosso corpo lingua nel gennaio del ’77) e mi capitava di vedere appunto con Valentino che, nel ’74, pubblicava il suo primo libro presso la Cooperativa scrittori, con la sua famosa prefazione. A volte dopo aver accompagnato Elio a teatro ci si incontrava intorno a piazza del Popolo, in un piano bar d’epoca, il Privé, nella famosa via dell’Oca, e dove tra l’altro a volte mi annoiavo non poco. Capitava più raramente che ci si vedesse al ristorante La Campana o a casa di Luigi Malerba, in via Tor Millina n. 31, centro della Cooperativa scrittori.

Appare anche la Szymborska, che condivide con Valentino una bella ironia. Nelle 2 poesie finali, scritte dopo le 40 settimane (alla fine le poesie sono 44), appaiono Moravia e Ungaretti, ora amici coinquilini al Verano, dove i tre continuano a essere impegnati in svagate passeggiate.

In fondo sono poesie di congedo da una Roma che non c’è più, irrigidita e ripiegata su sé stessa, dalla Roma del “noi” alla Roma del tu e dell’io, dall’ultimo ventennio del “noi”, nello scorcio del Novecento, all’io e al tu del primo ventennio travolto dal digitale, dalla solitudine e dai larghi spazi immaginari. È un viaggio in un tempo tramontato. Ora si fanno viaggetti nell’Ade, come tanti ne sono stati scritti. E mi piace ricordarli con il loro nome, perché prima di tutto sono stati persone e amici, poi naturalmente poeti.

Valentino Zeichen ha in questa raccolta molti volti e molti ruoli, dal momento che è insieme dedicatario, ricordo e personaggio: come è stata affrontata a sviluppata questa figura così particolare?

Zeichen è stato di suo un gran personaggio e nel ricordarlo mi sono però attenuta senza troppo pensarci a una poesia, la 509, di Emily Dickinson, Quando gli amici sono morti, che mi ha sempre colpito e che ho tradotto nel mio Emily e le Altre. In queste circostanze gli amici ci appaiono con i loro tic, le frasi ricorrenti, i gesti peculiari, come ci apparivano in una certa mattina, in quel luogo, immobili come in una foto. E ho voluto racchiudere le memorabilia di Valentino in un libro-archivio in cui ho inventariato tutto quello che poteva distinguerlo, prima che i miei ricordi, quelli dei suoi tanti amici e testimoni e il suo stesso corpo entrassero nell’ombra. Ricordi scelti dalla mente. E c’è già una differenza emotiva tra le prime poesie scritte in vita o durante la malattia e quelle scritte subito dopo la sua scomparsa. Alla fine mi appare in sogno, un vero e unico sogno in cui davvero l’ho sognato. Tu e io così diversi e lontani, eppure con uno stesso sentimento di disappartenenza al nostro stesso mondo. Ogni poesia è un tratto, un ricordo, una vicenda più della persona-personaggio che del poeta.

Qual è dunque la relazione che intercorre tra il tu e l’io del titolo?

Tu e io: c’è l’io che scrive abbagliato dalla morte del tu, piegato verso l’altro, ma l’io è momentaneamente sopravvissuto al prezzo della sua sparizione nell’altro. Dunque un libro in cui non parlo di me, e se lo faccio è appunto per interposta persona. La nostra era un’amicizia non tanto fondata su un’affinità letteraria che non c’era quanto invece cementata dal deserto di questi ultimi anni romani e dal ricordo di amici comuni, che se ne erano andati o da cui si era, come accade nella vita, lontani e separati. Dietro al tu ben riconoscibile si nascondono altri tu che restano segreti forse anche a chi scrive, schermo di un’altra o di più figure significative affettivamente e letterariamente, assenti sia perché sono scomparse o sia perché si sono interrotte le relazioni, e tutte premono per tornare alla luce. Ma quel tu potrebbe anche essere una prefigurazione di future assenze, di immaginabili lutti che poi, a libro finito, ho dovuto affrontare. Tu che muori e io che sopravvivo non so per quanto. Quindi per ora parliamo di te, o di voi, per me si vedrà. Alla fine, nel dialogo sotterraneo tra l’io e il tu, tra l’io e chi non c’è più, il dialogo vero è tra l’io e la morte che ci riguarderà. E si ripete la vicenda ritornante della poesia che prova a evocare e riportare in vita chi o cosa non c’è più, si chiamino Euridice o diversamente. E ci riesce solo in un altro modo: la vita sparita ritorna e si riforma in un libro.

È la prima volta che morte e amicizia si intrecciano all’interno della sua esperienza poetica?

Qualcuno si è stupito per il tema di questo mio libro, ma nell’antichità i poeti, mutatis mutandis, hanno messo in versi i funerali e rendevano omaggio ai poeti amici scomparsi, come Ovidio, che descrive i funerali di Tibullo o, in tempi successivi, Pontano che scrive della morte di Marullo.

Sabrina Stroppa, dedicandomi un saggio nel volume La poesia italiana degli anni Ottanta. Esordi e conferme III (2019) ha posto come centrale nel mio lavoro la poesia Poeti amici a Roma. Ecco Valentino è l’estrema immagine di figure precedenti perdute. Ho sempre vissuto con dolore i poeti che se ne sono andati, che hanno fatto parte della mia vita, magari nella giovinezza. E sempre ne ho scritto quasi per un improbabile risarcimento per quello che avevo o non avevo fatto, un’irrisoria restituzione per i loro destini troppo velocemente conclusi. Così ho scritto sia poesie che prose su Beppe Salvia, Nadia Campana, Pietro Tripodo, Giovanna Sicari, Dario Bellezza, Paolo Prestigiacomo, Amelia Rosselli e altri. Però, ammetto, non un intero libro, come in questo caso.

Che cosa ha trattenuto di Zeichen nella sua poesia?

Siamo diversi, e ci sono un tu e un io ben distanti. Se provo a immaginare cosa potrebbe dirmi, lui che sempre considerava e consigliava, gli piacerebbe certamente il fatto che sia un libro monotematico, tanto più su sé stesso. Lui si vantava di essere l’unico ad aver scritto libri monotematici in versi. E in effetti questo non è un libro di poesie raccolto intorno a un centro autobiografico, ma è scritto tutto di seguito e su uno stesso tema: la morte di un amico, la morte dell’altro, la morte che riguarda anche noi. E purtroppo non c’è niente del suo fantastico umorismo, solo un’ironia lieve che mi è più congeniale. Almeno spero. Sono una fedele seguace di una frase di Valery per cui lui, avendone la possibilità, tra un tono leggero e uno grave avrebbe sempre scelto il primo. Non amo la poesia grave, gremita, ostinatamente cupa. Non c’è bisogno, questo è il rintocco funebre della politica. Il nero e il tragico non mancano nella vita e davanti ai nostri occhi ma non penso che la poesia sia una mimesi meccanica. E anche un canzoniere in morte, come è dopotutto questo libro, si può scrivere in punta di penna, senza raschiare la carta.

Come già osservato, tra Tu io e Montale a cena e la pubblicazione della sua ultima raccolta, Le lacrime delle cose, sono trascorsi ben dieci anni. A cosa è dovuta questa lunga e silenziosa pausa?

Il fatto è che mi ha sempre interessato di più scrivere una poesia che pensare a un libro. Pensare di fare un libro va oltre il gioioso evento che è per me scrivere una poesia. Ogni volta prima di scrivere qualcosa penso che non ce la farò, che il miracolo non si ripeterà. Quando invece è lì la poesia, appena scritta o magari abbozzata ma già esistente, questo mi procura una gioia che mi basta. Mi basta lasciare una poesia nel cassetto o nel computer, a riposare, a smaltire l’istantaneità del tempo, abitudine oggi poco diffusa. Solo la stampa rende una poesia quella che è, in un certo senso immodificabile, e quindi preferisco aspettare. Facebook ha facilitato la pubblicazione ma non ha facilitato la poesia. Il passaggio tra scrittura e libro è sempre problematico, non è mai per nessuno una cosa immediata, e tantomeno per me. Sono chissà quanto volontariamente una pellegrina editoriale. Pellegrina lo sono naturalmente per la mia instancabile curiosità e perché sono nata a Viterbo, città dei pellegrini. E infatti potrei dire di aver pubblicato con molti editori (Il Saggiatore, Marsilio, Mondadori, Einaudi, Fazi, La vita felice e altri) ma un solo libro. Insomma, non mi sono mai accasata. Sulla scena della poesia italiana ci sto da quarant’anni, e anche di più. Sono da sempre una ricercatrice infaticabile, ricercatrice per mestiere e ricercatrice di poesia, ma la mancanza di una strategia editoriale è stata evidente e singolare. Anche per una questione di carattere, di ritrosia naturale, di scarsa diplomazia, o chissà, solo per caso. C’è inoltre una mia tendenza ad amare l’editoria a km 0, non per vicinanza geografica, ma elettiva ed emotiva, per il piacere dello sperimentare nuovi progetti editoriali, di stare ai margini. Ho sempre fatto la spola tra centro e margine, spazio e confine, e viceversa, per salvaguardare un’integrità funzionale alla poesia.

Mi piace ripetere la splendida esperienza di “Prato pagano” e la pubblicazione in un certo senso “indipendente” de La famosa vita. Non a caso sono stata vicina a editori minuscoli (la piccola e gloriosa “Rotundo” negli anni Ottanta o “Pegaso”, dove ho pubblicato Vicolo del Bologna, nata a Forte dei Marmi, sotto l’egida di Manlio Cancogni), o nascenti, come “Fazi” per esempio, per cui ho poi pubblicato le Poesie familiari, o anche “Gaffi” per cui non ho però pubblicato. E ora “Interno Poesia” mi ha attratto, in un certo senso è stata una scommessa. Cosa di meglio che pubblicare per un giovane elegante editore, che sa ascoltare, molto vivace sui social e che dispone della distribuzione nelle librerie? Che ha aperto le porte a una nuova generazione senza dimenticare la generazione precedente? Insomma, aspetto sempre con pazienza la buona soluzione editoriale, in cui sentirmi a casa.

Da La famosa vita dell’86 a Tu io e Montale a cena la poesia ha svolto un lungo e complesso percorso, non solo negli anni ma anche attraverso stili e generazioni differenti. Oggi cosa si dovrebbe fare, poeticamente parlando? Ha qualche idea o suggerimento in merito?

Credo che nel mondo attuale della poesia vada operato un riavvicinamento generazionale. Qualche poeta ha fatto molto su questo fronte, io quello che ho potuto scrivendo qualche prefazione a libri “giovani”, in ordine sparso. Sarebbe bello un incontro. Io ci ho provato con un convegno su «“Prato pagano”. Il futuro nell’antico», alla Biblioteca Nazionale. E molti giovani ci stanno provando. C’è un bel fervore. Devo dire che solo ora vedo davvero il profilo di una nuova generazione, dopo la mia. Certo difficile per loro avere dei padri e madri, come peraltro lo è già stato per la mia generazione. A volte i poeti rinunciano al potere e agli spazi. Però poi le cose accadono e si aggiustano spontaneamente.

Vede in questi anni la possibilità di un contatto tra la sua generazione e la nuova?

Sì, nell’immensa confusione vedo spiragli di luce che si aprono sul passato e dunque sul futuro, sono i giovani che devono accendere lampadine su chi li ha preceduti, anche se all’inizio prevale la ribellione, l’andare altrove magari per convenienza o semplicemente per sopravvivenza. Tanti sono i fili di pensiero e le interconnessioni. Per esempio in quella mia prima paginetta pubblicata sul n. 1 di “Prato pagano” ci sono già idee e premonizioni di lunga gittata, significative e vivissime tra i giovani di oggi, a mio parere. Si parla già di confini da scavalcare, di salvezza sulla zattera della poesia, si parla del vegetale, del molteplice, del femminile. Piacerebbe anche a me ricominciare da quel prato. Sarà perché mi sento sempre una principiante. Che ci siano dei giovani che ci riprovano non può non rendermi felice. Ripartono da quel lavoro che è stato fatto negli anni Ottanta anche se non lo sanno neppure, magari non li conoscono quei poeti e non se ne rendono conto. Tutto quello che c’è stato è comunque una realtà. Sentivo recentemente un giovane poeta che parlava di chiarezza necessaria. Ai miei tempi la chiarezza era scandalosa, furono scandalose le mie poesie sulle oche, che erano anche provocatorie, e sulle storie d’amore che raccontavo in un breve giro di pochi versi. Il lessico e la nuova postura mi sembrano, se non gli stessi, simili a quelli che si erano imposti quarant’anni fa. Con lo stesso lungo sguardo. Il Novecento non ci lascia mai, lì dove abbiamo a lungo camminato. 

Oggi qual è la definizione che darebbe delle sue stesse poesie? E, a questo proposito, continua a scriverne?

La poesia è cangiante prismatica variabile come la vita. Vorrei raccogliere qualche definizione delle tante che ho provato a trovare nel corso degli anni: ma si può “definire” la poesia per sua natura infinita? C’è stato un tempo in cui ho considerato la poesia uno sguardo sull’invisibile come materia prima della poesia (in Sia dato credito all’invisibile). Certo per me è stata libertà, esercizio di lode, sperimentazione incessante, vita salvata (di chi scrive e di chi legge). Ho sempre visto la poesia come l’essenziale, la concentrazione massima, un breve giro. Sempre al servizio della memoria. Oggi vedo la poesia come rammendo del mondo, rattoppo di quello che si è strappato, infranto. Rattoppo di buchi e di tagli, delle metaforiche ferite fisiche e morali. E urgenza di sciogliere nodi e riannodarne altri. Detto in altro modo, la poesia è una messa in forma del frammentato, o almeno il tentativo di trovare sempre un’armonia, per quanto possibile. Un’armonia tra il sé e il mondo e ricucire così gli strappi. Un’armonia classica ma lieve e senza orpelli su fondo turbolento, tuttavia riparativa. Sì, questa è l’epoca faticosa dei nodi e del rattoppo, del nonostante tutto. Per quanto mi riguarda, rattoppando qua e là, come faceva mia madre, ho scritto fin troppo.

Secondo quanto ci ha raccontato fino ad ora, la stesura di Tu io e Montale a cena è stata spontanea, quasi naturale, ma è sempre questo tipo di percorso a portarla a scrivere o possiamo parlare di un modus operandi poetico?

La naturalezza in poesia è splendida, è la punta di diamante, ma non è mai spontanea. Si può ritrovare il semplice della natura ma dopo un lavoro meticoloso e lenticolare di spoliazione dell’ornamentale, del finto, del retorico. E dopo aver vagliato, scelto e provato a trasformare nella propria voce. Questo è per me da sempre il semplice, la scrittura semplice e naturale, apparentemente facile, malgrado il mondo vada in senso contrario verso il caotico. Semplice lo sono anche nei modi quotidiani, cioè non credo di essere mai altezzosa o pedagogica, e dunque sono sempre troppo esposta e ovviamente fraintesa. Lo sono perfino in famiglia dove a volte non capiscono l’approccio elementare e disinvolto, e non capiscono che per me quello è solo il risultato di un percorso. Anche la parola più semplice per me è il risultato di una lunga storia. La parola della poesia è dopotutto custodia, memoria, raccolta di frutti.

Non ho una forma metrica preferita, ma tutte le ho attraversate. Forse ho un ritmo mio, ma non ho ancora capito quale sia. Del resto ogni poeta o scrittore ha un suo modo, un tono peculiare, uno stile originale e irripetibile che è il suo marchio profondo. Quello che mi preme alla fine è raccogliere partiture emotive e affettive, sonore e ritmiche. In Tu io e Montale a cena si sono affastellati in un proprio movimento endecasillabi e settenari, retaggio del ritmo della poesia italiana. Ho provato in tutti modi a sfuggire all’endecasillabo, e Le lacrime delle cose sono un repertorio di queste fughe, ma ho alzato bandiera bianca, almeno per ora. 

Parlare esclusivamente di poesia è tuttavia limitante, dal momento che oltre ai versi si è ampiamente dedicata anche alla prosa. Qual è il rapporto che esiste tra queste due dimensioni, spesso considerate opposte e scollegate?

In questi dieci anni ho comunque pubblicato due libri in prosa: Emily e le Altre e Cara Europa che ci guardi 1915 – 2015. Eppure penso sempre che devo smettere di scrivere in prosa. Da sempre questo pensiero torna ad assalirmi, mi insegue in periodi diversi. Per esempio quando ho smesso per mia esclusiva volontà di scrivere per i giornali, alla fine degli anni Settanta, e mi pareva che avevo bisogno di aria, tanta aria per far respirare le poesie che scrivevo. Per anni non ho scritto in prosa, niente o quasi niente. Ma poi la prosa è tornata, in una forma diversa, affine alla poesia, come un contrappunto necessario. Spesso i temi delle poesie ritornano nelle prose e viceversa, come chiedessero sempre una rivisitazione. Adesso vorrei smettere davvero, è sempre più faticoso e meno appagante. E poi ci ricasco, c’è sempre un’urgenza da ridisegnare, uno strappo da ricucire, un mosaico da ricomporre: quello che ho sempre fatto nella mia vita. E così posso dire di aver sempre scritto poesie e prose. Si è coniato in questi anni lo slogan “poesia in prosa” che è di fatto antico. Risale a Baudelaire, a Leopardi, a Petrarca. E che sia “poesia in prosa”. Senza contare che mai come oggi la poesia è plurima, c’è la lirica e la poesia tutta prosa che segue la linea della pagina. C’è la poesia concettuale, visiva, terapeutica e via dicendo. Per quanto mi riguarda provo a unirli insieme tutti questi fili, non a usarli per creare contrapposizioni e barriere. Ce ne sono di muri perfino nel mondo letterario.

Che ruolo hanno i social network e Internet, secondo lei, nell’ambito della poesia? Sono uno specchietto per le allodole o un utile strumento con reali e concrete potenzialità?

Uso i social con simpatia e anche con moderazione. Ho sempre utilizzato quel che serve e che proviene dal web. Ricordo quando, intorno al 1988, in un negozietto di via Conca d’oro o da quelle parti avevo comprato un’ingombrante antidiluviana macchina di videoscrittura. Ci andavano, ricordo, anche Marco Lodoli ed Edoardo Albinati. E con quella macchina ho scritto un libro pubblicato nel 1990. Credo di essere stata una delle prime, nel 2000, ad avere un mio sito, quando non pareva “educato”, per uno scrittore, un gesto del genere. Sono moderata e anche avventurosa. E ho una pagina su Facebook già dal 2009. Non scarto mai niente, non ho pregiudizi. E posso dire che la mia scrittura è nata con la macchina da scrivere, con una Olivetti 22, e ha camminato in questo modo, ma poi si è confusa e ha brillato su uno schermo. E sperimento sempre. Ma sui social la poesia non trova posto in realtà. Per me la poesia è come il vino, ha bisogno di fermentare. E ci parla del passato che non è più il presente per annunciare il futuro. Facebook per tanti aspetti è una vera meraviglia dei nostri tempi, è stato il vento di questi vent’anni sradicanti, un’utile brillante vetrina che si guarda dall’esterno ma dove non si può entrare, perché non è un luogo reale. Piuttosto è spaesante, a una sola dimensione, senza esperienza. Strumento eccezionale di comunicazione che finisce a mio parere per involvere in un sistema perverso e falso, di evidente costrizione, a volte mi pare una vera prigionia e quasi una trappola, dove si crea, come in una qualsiasi piazza di paese, un gruppetto di persone affini e amanti dei like, ma dove tutti guardano e leggono senza pagare pegno o like, e se capita copiano e incollano, e dove sono attivi squilibri e disuguaglianze di ogni tipo, dove la parola, che c’è fin dall’inizio del mondo, è sommersa dall’immagine, dalle autoinvestiture pervicaci e ossessive, dall’ansia di visibilità. Comunque questo niente ha a che fare con la poesia che in vario modo continua e riesce a farsi sentire, nei molti canali di comunicazione. Chiunque può scrivere e pubblicare una poesia: la poesia per tutti e di tutti. Qualcuno in passato l’aveva immaginato, ora è realtà. Non ci sono centri e gerarchie e va anche bene. E sempre la poesia è un bel mestiere antico fatto a mano, anche se oggi si usa la tecnologia, che si tramanda di generazione in generazione. In fondo la poesia è l’arte speciale dell’umano, nonostante si parli di post-umano, e non so cosa voglia dire. Forse il disumano che alligna nel mondo di oggi.

Guardando indietro negli anni – ormai più di quaranta – prova qualche rimorso o rimpianto, parlando di letteratura e di impegno? Ritiene di aver commesso qualche errore nel corso della sua carriera?

Sì, avevo pensato che la poesia dovesse uscire dall’università per diventare popolare. Forse perché portavo con me un sentimento molto intenso della poesia ascoltata da bambina tra i contadini, nelle mie vacanze al paese materno, e una zia, intenta alla cura di buoi e pecore, recitava per me Dante e Tasso. Avevo pensato che la poesia potesse perdere il suo carattere aristocratico e diventare popolare, ho sempre perseguito questo fine. Ho continuato a pensare che le nuove tecnologie avrebbero aiutato nel rendere la poesia quello che è, qualche cosa che riguarda tutti. Ma non è andata così. E il mercato ristagna (anche se non solo nella poesia ma in tutti i generi letterari), a parte i fenomeni pilotati mediaticamente che il pubblico stesso segue sempre meno. E ora penso che solo l’università può riconoscere la poesia e custodirne la trasmissione necessaria.

A conclusione di questa intervista, vorrei provare ad andare a ritroso fino al momento in cui è nata la sua passione: come si è avvicinata alla scrittura? E in che modo essa è riuscita a farsi sempre più spazio nella sua vita?

L’esperienza della lettura è stata per me fondante. Lettrice senza maestri, in una casa senza libri, come una rabdomante li ho cercati, desiderati e li ho letti fino a sentirli entrare in me, averli sotto la pelle. Già alla scuola media Ovidio, alla Balduina, al confine con la campagna, cominciavo da sola a leggere quello che si leggeva a quei tempi. Ricordo quando vinsi per meriti scolastici un buono da spendere nella libreria di via della Conciliazione (chissà perché) e io scelsi istintivamente ma già con un certo tempismo la prima edizione economica Feltrinelli del Gattopardo, che reca la data del febbraio 1963. Volevo conoscere e migliorare. E così non mi sentivo più sola, potevo sfuggire alle tenaglie della mia famiglia, avevo persone che mi parlavano e mi raccontavano come sarebbe stata la vita prima ancora di sperimentarla. Durante la scuola elementare frequentata a Orte, nella Tuscia, avevo un sogno che cercavo di realizzare con mosse adeguate, al fine di riuscire ad essere invitata dal giornalaio della stazione, luogo che mi appariva come il regno delle favole. E una meravigliosa maestra che ancora ricordo, Marisa Del Bufalo, che ci insegnò a leggere a memoria le poesie di Pascoli. Sprofondai poi nelle letture d’obbligo, da Piccole donne ai libri di Liala a tutti i fumetti possibili, tutto quello che trovavo intorno a me (a casa di due zii) lo divoravo. Di Cime tempestose mi innamorai leggendolo sui romanzi illustrati d’epoca, prima di leggerlo in libro. E ancora non sapevo che la lettura, intrecciata alla scrittura, sarebbero rimasti i compagni fedeli di sempre, e che a volte sarebbero stati le mie meravigliose zattere di salvezza dalle mareggiate della vita, la ricchezza che mi avrebbe fatto dimenticare ogni mancanza. Ricordo quando, già liceale, sul muretto d’estate, nella lunga pausa delle vacanze in campagna, leggevo I dolori del giovane Werther e le Affinità elettive, e a scuola mi appassionavo alla lettura dei lirici greci e dell’Iliade, e scovavo su una bancarella l’Oscar delle Poesie di Saba che affiancavo a quelle di Ungaretti. Le mie poesie da liceale erano infatti modellate su questi due poeti, e non sono andata poi troppo lontana. A diciannove anni entrai in un’aula affollata di Lettere alla “Sapienza” dove un professore straordinario, Walter Pedullà, insegnava Letteratura italiana moderna e contemporanea ma soprattutto trascinava con un talento speciale i giovani alla passione per la letteratura. E lessi di tutto, romanzi e poesie. Oggi si vuol far credere che leggere sia inutile, come se possa esistere solo l’utile, o studi convenienti. Leggere fa vivere meglio, ci arricchisce.

E la poesia è l’arte dell’umanità, non consegue altri profitti che rigenerare l’umano. Bisogna risalire la china, e se proprio è difficile il semplice gesto della lettura solitaria, ripartiamo dalla lettura insieme agli altri, incrementiamo le occasioni non di ascolto passivo ma di partecipazione alla ricerca del senso di un nuovo libro per creare nuove comunità. Per esempio, mi piacerebbe che qualcuno organizzasse un incontro con persone che abbiano già letto il mio libro e si mettessero a confronto i diversi modi in cui può essere vissuto e interpretato dalle singole coscienze. Nel presente della lettura si rinnova l’evento del testo e il suo sottotesto, il dire parole, raccontare oralmente ritmi speciali, come nelle caverne di una volta intorno a un falò, per dimenticare la paura E così in qualche modo operare una trasformazione del mondo. Certamente minuta, piccola come un granello di sabbia, ma comunitaria, propositiva, necessaria.

 

 

 

 

 

 

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L'autore

Ilaria Dinale
Ilaria Dinale
Ilaria Dinale si è laureata in Lettere Moderne presso l’Università degli studi di Roma “La Sapienza” con una tesi dal titolo “Scritture poetiche e narrative nei social network. Panorami italiani”. Presso il medesimo ateneo attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Linguistica.