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“The Dark Side of the Moon”: riflessioni per il 47° compleanno, di Daphne Grieco

Sebbene già pubblicato negli Stati Uniti il 1° marzo 1973, soltanto nel 23 dello stesso mese l’Europa arrivò ad ascoltare quello che sarebbe presto diventato un classico della musica contemporanea. Secondo disco più venduto di sempre, The Dark Side of the Moon fu infatti per i Pink Floyd un punto di svolta, grazie al quale arrivarono a toccare vette di fama, successo e guadagni mai immaginati prima di allora.

Il merito di tutto ciò va solo in parte alla musica innovativa che, sulla scia del precedente Meddle, si era già da qualche anno lasciata alle spalle gli estremi di psichedelia caratterizzanti la prima produzione del gruppo, dimostrando anche di aver ben digerito e superato la lezione progressive del più recente Atom Heart Mother. Difatti, a differenza dei precedenti album che avevano abituato il pubblico al prevalere delle parti strumentali, per la prima volta i testi – affidati integralmente a Roger Waters – ebbero invece uno spazio proprio, più ampio.

La scelta di un tema universale quale il lato oscuro dell’esistenza umana, parabola analizzata nelle sue tappe salienti e ancor più nelle sue note dolenti, si estrinseca in un linguaggio diretto, ricco di imperativi rivolti all’ascoltatore già a partire dalla seconda traccia, Breathe. Nello specifico, la distinzione tra chi canta e chi ascolta viene ad assottigliarsi brano dopo brano, così come quella tra I e you, fino ad arrivare ad Us and Them con una dichiarazione d’intenti presente già nel titolo, ma resa ancora più palese nell’incipit del brano: «Us and them / and after all we’re only ordinary men / me and you». Questa è la premessa necessaria per arrivare al finale, dove ciascuno è portato nel proprio lato segreto fino ad accettarlo come parte connaturata a sé, in armonia con il creato come ogni cosa che riluce sotto i raggi solari. Una relativizzazione della follia o dell’irrazionale, l’altro lato della medaglia che da sempre affascina l’uomo ma che l’uomo ha cercato col tempo di marginalizzare, di far diventare qualcosa di distinto da sé e ben riconoscibile, perdendo la consapevolezza che essa – come ben sapevano i tragici greci – poteva invece manifestarsi in chiunque e in qualunque momento: così come il sole è infatti alle volte eclissato dalla luna, la luna stessa in realtà si rivela di per sé scura, riflettendo su una faccia la luce dell’astro.

Non è da trascurare poi il ruolo delle registrazioni di suoni naturali o sintetizzati, ripetute in loop, caratteristica già utilizzata dalla band, ma mai esplorata fino in fondo nelle sue potenzialità. Il battito cardiaco, il celebre tintinnio della cassa di Money, spezzoni audio di conversazioni radiofoniche o frasi registrate ad hoc, suoni della natura: assunti perfino ad intelaiatura di alcuni brani, dimostrano un ampliamento di elementi nella virtuale orchestra dei Pink Floyd. Non c’è più distinzione tra ciò che può narrare un suono armonico, prodotto da uno strumento musicale, e una voce decontestualizzata che sembra provenire da lontano, dai meandri dello spazio radiofonico o dall’universo stesso. Il ticchettio del tempo, scandito da decine di orologi e pendole, assurge a dignità di strumento ritmico.

Continuando su di un solco iniziato anni prima con la fascinazione per la ripetizione di suoni sintetici, i Pink Floyd furono tra i primi a far comprendere davvero che tutto il suono è musica, persino il rumore, il fruscìo, il frastuono: a loro va il merito di aver liberato i compositori dai limiti strumentali intesi in senso più proprio, ovvero i limiti imposti dalla natura degli strumenti stessi, classici, elettrici o sintetizzati che fossero. In The Dark Side of the Moon è l’ambiente il vero protagonista, modellato e distorto per veicolare precisi contenuti ed emozioni, al fine di provocare un’immersione totale dell’ascoltatore: un tipo di atteggiamento accostabile alla composizione per il cinema, dove la contestualizzazione delle tracce è sovente affidata ad elementi e frammenti sonori decontestualizzati dalla loro origine; ma soprattutto si rivela interessante se guardato nella prospettiva della sperimentazione sonora in senso percettivo, che porterà il gruppo ad essere tra i pionieri dell’olofonia (i primi tentativi, poi perfezionati in The Final Cut, risalgono a The Wall).

Per queste e molte altre ragioni, dopo 47 anni è possibile dire che The Dark Side of the Moon è entrato di diritto non solo nella storia della musica, ma anche nella cultura di massa, provocando un’innumerevole produzione di tributi di vario genere, nonché citazioni più o meno colte. Da un lato infatti il titolo dell’album ha assunto un valore quasi proverbiale, tanto da essere utilizzato persino come titolo di ricerche scientifiche in astronomia, dall’altro esso è stato celebrato anche dai celeberrimi Simpson (in più di un’occasione il giovane Homer sfoggia il poster con il prisma, appeso nella sua cameretta). Non solo: il suo successo è legato a doppio filo con il film Monthy Pyton and the Holy Grail, nella cui produzione i proventi dell’album furono investiti. Sul fronte musicale, non si contano le cover edite o che pullulano sul web; al di là di tributi progressive –  come Return to the Dark Side of the Moon: A Tribute to Pink Floyd (2006) con musicisti del calibro di Adrian BelewTommy ShawDweezil Zappa, Rick Wakeman – infatti, in molti hanno riadattato il capolavoro su generi diversi, dalla musica a cappella fino al bluegrass, passando per quello che è uno dei più riusciti e divertenti di sempre, ovvero la versione del collettivo Easy Star All-Stars, Dub Side of the Moon (2003).

Cosa ci aspetterà nei prossimi anni? Quali nuovi Pink Floyd ci porteranno a scoprire il lato oscuro della luna, di noi stessi? Domande queste destinate a restare sospese, pur con una certezza: per chiunque si proporrà di attraversare il prisma cristallino della nostra percezione, The Dark Side of the Moon rimarrà un punto di partenza obbligato.

daphne.grieco@libero.it

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L'autore

Daphne Grieco
Italo-ungherese nata a Salerno nel 1995, dopo una laurea in Paleografia latina conseguita tra l’Università La Sapienza di Roma e l’Université Grenoble-Alpes, Daphne Grieco è attualmente dottoranda in Testi, Tradizioni e Culture del Libro. Studi Italiani e Romanzi presso la Scuola Superiore Meridionale di Napoli, dove conduce ricerche sulla tradizione manoscritta quattrocentesca dei Rerum vulgarium fragmenta. Parte del team del PRIN “Petrarch’s Itinera: Italian Trecento Intellectual Network and European Renaissance Advent”, ha collaborato in passato con il progetto ERC “Biflow: Bilingualism in Florentine and Tuscan Works (ca. 1260 – ca. 1416)”, occupandosi dei testi di Simone Fidati da Cascia e della loro ricezione presso il pubblico femminile; collabora anche con l’Istituto Italiano di Studi Classici per l’insegnamento della lingua latina. Si reputa fortunata per essere riuscita a fare della propria passione – fino ad ora – il proprio lavoro; nel tempo libero coltiva altri interessi, quali musica, cucina e viaggi, senza mai trascurare il rapporto con il suo cane.