In primo piano · Interventi

L’odore della carne in Bulgakov

Cuore di caneCuore di cane è un lungo racconto fantascientifico di Michail Bulgakov in cui si mescolano, sapientemente, satira politica e simbolismo, magismo e misticismo. Lirico e grottesco.

Dall’esattezza e minuziosità scientifica con cui il dottor Bormental’ compila la cartella clinica del cane da laboratorio, scopriamo le caratteristiche del paziente di Filìpp Filìppovič Preobažénskij, scienziato che si occupa di eugenetica e vive in una casa di lavoro sulla Precist’enka, l’aristocratica via di Mosca. Il professionista della medicina – uomo del suo tempo -, ha eseguito un operazione attraverso il metodo Preobažénskij, con trapianto combinato ipofisi-ghiandole genitali, prelevando gli organi dal cadavere di un uomo e trapiantandole nel corpo di un cane, Pallino, di due anni. L’intervento sperimenta l’attecchimento dell’ipofisi e la sua influenza sul ringiovanimento dell’organismo umano. Lo spirito tenace di Pallino è trattato «con dolcezza», ma il destino della sua vita è appeso a un filo. Sulla strada lottava per non morire, ora lotta per vivere. «Mi spiace per il cane. Era furbo, ma affettuoso». Il celebre Filìpp Filìppovič, luminare energico, dignitoso, sicuro di sé, prova pietà davanti al piccolo essere «cionco».

Il randagio, uno spilungone irsuto e spelacchiato, racconta i giorni infelici, i più felici della sua vita, quando si trasforma in un homunculus, il cittadino Poligràf Poligràfovič Pallinov, che legge, oltre a parlare, ma al contrario. L’homo novus incarna l’idea di un uomo in fieri, una creatura completamente priva di spirito, che possiede solo capacità spirituali inferiori, un homo socialisticus, che eleva il professore a divinità. Tutti gli specchi della casa gli rimandano l’immagine di un cane bello e fortunato, «un principe-cane in incognito»: un cane signorile, intellettuale, a immagine e somiglianza del suo idolo, nel quale riconosce il riflesso del suo destino subumano. Lo specialista si manifesta con la sua mano che non ha uguali in tutta Europa, e scopre che la sostituzione dell’ipofisi non provoca il ringiovanimento, ma una totale antropomorfizzazione. È l’ipofisi che determina la personalità allo stato embrionale, ovvero, quella dell’uomo trapiantata nel cranio del cane. L’héros funerario che anela a superare se stesso seguendo i principi del suo credo diventa signore della materia e decanta la poesia della teoria evoluzionistica che collega il cane al chimico Mendeleev. Nel suo «Autenrieth», il celeste Preobažénskij scopre «il ponte, l’anello mancante tra il mondo delle carte e il mondo delle cose».

«Serve a qualcosa imparare a leggere, quando l’odore della carne si sente anche da lontano»? Azzurro non sempre significa carne e la carne può essere bianca, rossa, umana. L’educazione del cane era iniziata sul marciapiede e l’evoluzione avviene dentro la casa del suo benefattore. Il bisogno della fame, la mancanza, un certo yearning cannibale, gli offrono un cuore umano, quello del proletario Klim, suonatore di balalaika nelle osterie. Per la sua opera di finzione Bulgakov sceglie un cane e il suo padrone per parlare del processo di trasformazione della società in seguito alla Rivoluzione d’Ottobre. Con precisione chirurgica, descrive la fauna umana moscovita divisa in eletti, illuminati dalla dottrina del socialismo scientifico, proletari da redimere, e borghesi bislacchi e signore dal cappellino piumato, pazienti alla stregua di omuncoli lussuriosi da perfezionare. Il cane borghese, che diventa capo del dipartimento comunale di pulizia dai randagi, è un’allegoria della polizia segreta sovietica. Le guardie riportano l’ordine andando a caccia degli aristocratici, gli «elementi estranei alla società», i nemici del popolo da sterminare a favore del collettivismo. La manipolazione dell’animale trasformato in uomo e nuovamente in cane, mediante un processo reversibile, è un pretesto per la rivolta di Bulgakov contro il potere del popolo, in realtà privo di diritti, incasellata nella simbologia di una «commedia endocrinologica» (Viveka Melander). Commedia che strizza l’occhio alla tragedia, o meglio al «dramma lirico» majakovskiano e riecheggia nelle note dell’Aida di Verdi. Alla luce dei tempi di composizione e agli atti dell’opera lirica, Cuore di cane acquista una pregnanza melodrammatica interna e ricorda gli studi universitari di Bulgakov nella facoltà di medicina. Risalgono al biennio 1923-25 i suoi primi tentativi letterari, mentre esercita la professione tra i contadini della Russia rurale. Tra gennaio e marzo del 1925 compone Cuore di cane. «I manoscritti non bruciano», ma sono censurati, sequestrati, proibiti. Nel 1925 Majakovskij, che di lì a pochi anni si suiciderà con un colpo al cuore, è in America e scrive Come far versi (1926).

L’animale è vittima della tragedia, la politica del comunismo militare che semina morte, fame e carestie. Una politica che ha l’odore del male come cosa sacra e porta alla distruzione dell’individuo attraverso la violenza sistematica. La voce di Bulgakov chiama la memoria, richiama i morti di un popolo vinto, umiliato, vissuto sempre in schiavitù. Cosa c’è di più nobile al mondo del trionfo di un mucchio di carne umana? L’actio dramatica subordinata al racconto interiore è centrale in Vladimir Majakovskij. La tragedia, conosciuta come La rivolta delle cose, è andata in scena la prima volta nel 1913 e vede il cantore della rivoluzione bolscevica, contemporaneamente, nella quadruplice veste di autore, regista, attore e personaggio. Il titolo cela l’argomento della lirica che si rivolge al mondo in prima persona. «Il titolo», dice Pasternàk, «non era il nome dello scrittore, ma il cognome del contenuto». Anche l’homunculus Poligràf Poligràfovic sceglie di chiamarsi col cognome ereditario, Pallinov, e diventa figlio illegittimo del professore. Un essere stupido e aggressivo che fa carriera, diventando cane da guardia che ripulisce Mosca dai rifiuti della società. Il cane dichiara la sua colpa alla fine del libro: nelle sue origini c’è qualcosa di poco pulito. «Molte cose sono cucite all’inverso», scrive Majakovskij. «Mi hanno tagliuzzato la testa in lungo e in largo, ma sono stato fortunato», conclude il cane di Bulgakov dopo aver espiato la sua colpa.

Nell’atto secondo della sua tragedia, Majakovskij è dichiarato principe e raccoglie le lacrime in una valigia. Anche Pallino si vede un «principe-cane in incognito», finché non arriva la valigia con il corpo di Klim. Alla «notte densa e maestosa della Precist’enka», al buio illuminato dai lampioni della strada («zar, in corone a gas») si sostituisce la luce abbagliante dei neon, bianca, sfavillante, accecante del «figlio della notte», «sola stella solitaria». Con la dolcezza nauseabonda del cloroformio, con la persuasione – «l’unico sistema possibile con un essere vivente» -, Preobažénskij viola tutte le leggi e «colpisce il cielo col dito». Proprio come una lampada, che prima di rompersi brilla di luce intensa, difende la sua personalità, l’indipendenza e la libertà borghese, pretendendo di occupare sette stanze e svolgere in ognuna di esse le sue funzioni vitali. Tutto ciò che esiste è degno di perire, Engels docet, per il suo ideale narcisista di purificazione, per la sua brama di appagamento passionale. Una metamorfosi che trasforma l’essenza della passione erotica e carnale in glauco livore apollineo per ristabilire l’armonia e il perfetto equilibrio. Il berretto bianco e il viso verde sono chiari segni di deformazione e disfacimento di un’anima putrida, che l’avvicina al giustiziere Apollo, dio Pizio. Illuminanti i versi di Majakovskij, il faro. «Appena con le dita vi toccherò alla testa / e a voi/ cresceranno labbra/ per baci immani/ e una lingua/ nativa di tutti i popoli. / E io, zoppichellando dall’anima, / me ne andrò al mio trono/ coi buchi delle stelle su logore volte. […] L’ho trovata una volta l’anima. / È uscita in vestaglia azzurra».

L’illustre predicatore svela la sua libertà come dio creatore che detiene il potere temporale e spirituale, allegoria della divinità egizia Ptah, simbolo di vita e di stabilità. Il satirista Bulgakov recita la sua parte e mostra pietà per tutti gli uomini, «sonagli sul berretto di dio», e nella calma surreale dell’ambulatorio fa riecheggiare le note di Celeste Aida. Amneris ha scoperto l’amore della bella etiope verso il suo promesso Radamès. Invoca lo spirito fecondatore di Fthà e il rito propiziatorio aumenta il pathos tra orchestra e palcoscenico, in un crescendo di tensione tra medico e paziente. Lo squillo di trombe della marcia trionfale incita alla guerra, mentre la principessa s’affligge per la sorte sua e quella del suo popolo. «Verso del Nilo le sacre sponde», canticchia il professore. Lo scorrere pacifico del fiume accompagna un flauto in una soave scena d’amore, violenta e drammatica. Il grido piano pianissimo del re Amonasro prepara il dramma degli amanti alla fine del terzo atto. Aida, combattuta tra l’amore per Radamès e la ragion di stato, dovrà uccidere il nemico. Il canto doloso della schiava si traduce in grida frammiste a singhiozzi. «Chi ti salva, sciagurato», sussurra segretamente. In Aida alberga la libertà dal male, dall’oppressione del sacro Egitto, ma alla volontà dei Numi la nobile principessa contrappone la religione dell’amore. L’Aida di Verdi esalta la sperimentazione, l’innovazione, la raffinatezza delle parate egizie e delle marce trionfali in nome della civiltà e della religione. Discernendo il bene dal male, Aida invoca la pace e sceglie di espiare la sua condanna col proprio sacrificio, nascondendosi insieme all’amato all’interno della fatal pietra.

Il divino Preobažénskij procede in armonia con la sua religione del terrore, come un angelo della morte in vestaglia azzurra. Con persuasione e violenza forza le cose e solleva il velo. Se da una parte abbiamo la confessione del fallimento dell’operazione che salva la pelle al professore, colui che trasfigura, perché la scienza non è ancora riuscita «a trasformare le bestie in uomini», dall’altra abbiamo la parodia del costruttore del comunismo. Il tempo di azione di questa storia mostruosa va da dicembre 1924 a marzo 1925, ma l’umanizzazione del cane termina la notte del 7 gennaio e l’intero processo di trasformazione del cane in un essere umano si compie dalla vigilia di Natale cattolica a quella ortodossa. La trasfigurazione finale annulla la creazione dell’homo novus nato nella notte dal 6 al 7 gennaio, il Natale ortodosso; finalmente, il reo confesso può ristabilire l’ordine sociale, politico e giuridico. In un’epoca in cui la libertà è fumo, miraggio, devastazione, in una civiltà senza Dio, il poligrafo Bulgakov denuncia la politica dei bolscevichi che si trasformerà in una guerra intestina, una sporca guerra di pacificazione tra fratelli, Rossi e Bianchi, di sradicamento dei Verdi, tutti sottoposti alla politica di repressione del terrore di massa. «Atavismo», è il responso del professore. Se il perdono è una cosa sporca, l’odore della morte è simile a una voce che canta, una voce che chiama. Con l’invocazione al canto corale dell’Aida di Verdi, Bulgakov punisce Pallinov e Klim, i cantori bolscevichi e proletari, ricostituendo l’ordine e la pace tra gli oppressori del passato, i Bianchi, e gli oppressori del presente, i Rossi. Caparbio a non rinunciare alla sua nobile causa, lo scrittore osa essere se stesso e intraprende una disperata battaglia solitaria per tenere viva l’eccitazione controrivoluzionaria quanto più a lungo possibile. La sua creatura, – umiliata, offesa, redenta -, è sdraiata sul tappeto, vicino al divano di cuoio, in un tiepido dormiveglia. La viltà degli esseri superiori, «il peggiore dei vizi», distingue i padri caritatevoli e persecutori dal cuore umano del cane Pallinov, coraggioso compagno in carne e ossa.

ermira81@virgilio.it

 

 

L'autore

Ermira Shurdha
Ermira Shurdha
Ermira Shurdha è nata in Albania nel 1981. Si è trasferita nel 1993 in Italia appena adolescente. Oggi vive con la sua famiglia in Abruzzo, regione eletta per crescere le sue due figlie. Dopo una formazione scientifica si è dedicata alla sua vera passione, le lingue straniere, laureandosi all’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti - Pescara con una tesi sull’opera teatrale di Antonio Buero Vallejo. Nel 2017 ha conseguito una laurea magistrale con una tesi dal titolo “Últimas tardes con Teresa, més que una història”, romanzo eversivo ambientato nella Barcellona degli anni cinquanta di Juan Marsé, Premio Cervantes nel 2008 e prolifico scrittore di testi in castigliano. Ha analizzato l’opera data alle stampe nel 1965, all’interno del contesto storico - culturale catalano, con particolare attenzione al linguaggio musicale e cinematografico, associazioni con la poetica neorealista felliniana, accordando la critica in lingua spagnola, catalana e inglese alla cronaca degli amanti in sottofondo. Sempre attratta dalle tendenze creative del mondo della moda, attualmente gestisce una boutique di abbigliamento fondata nel 1991 a Giulianova.