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Svegliati adesso, qui arriva il sole. Cinquant’anni di Abbey Road, raccontati dal vivo

Edward Elgar
Edward Elgar

Because the world is round… Da studente ho vissuto a Londra per un buon lasso di tempo ma incredibilmente, pur conoscendola bene, non ero mai stato prima in quella road che per un musicista o un appassionato di musica degno di tale nome ha più o meno lo stesso valore simbolico dell’ “Abbazia” di cui porta il toponimo. Un luogo sacro, di culto quasi, a prescindere dal genere che si prediliga, perché all’interno delle tre sale main degli Studios e di quelle complementari dell’Institute ad esse circostanti sono state registrate alcune delle più grandi meraviglie musicali che gli uomini del Novecento abbiano composto, a cominciare dalle grandiose inaugurazioni nel 1931 con Land of Hope and Glory di Edward Elgar e nel 1934 con la prima registrazione stereofonica mai eseguita, la Sinfonia n. 41 – Jupiter di Mozart, per opera di Alan Blumlein (l’inventore della stereofonia) a conduzione di Sir Thomas Beecham.

Mi rendo conto però, mentre sono in metro sulla Jubilee Line e trovo sulla mappa a parete l’indicazione “Abbey Road” segnalata al pari di un monumento come il Big Ben o la National Gallery, di quanto sia strano che proprio io non sia mai andato ad attraversare quelle strisce pedonali. Il mito personale di chi vi scrive, infatti e solo per dirne qualcuna, narra: che ancora in fasce si addormentasse solo ascoltando dischi dei Beatles sapientemente messi su dal papà; che abbia iniziato a suonare la chitarra a tredici anni dopo aver assistito al concerto di Paul McCartney al Colosseo; che, conseguita la maturità, sia partito per Liverpool in modo tale da andare a consacrare al Cavern e al Mersey due o tre piani che il suo segreto lago del cuore serbava per il futuro. Questo solo per abbozzare un rapido quadro particolare riguardo alla rilevanza musicale, artistica e culturale universale che l’opera dei Fab Four ha potuto assumere nella vita delle persone, decennio dopo decennio (e considerate che chi vi scrive è nato all’inizio degli anni ‘90).

Cinquant’anni proprio da quell’album poi, incredibile. Abbey Road, il canto del cigno dei Beatles, l’ultimo disco effettivamente registrato dai quattro insieme, solo tre settimane dopo aver abbandonato le sessioni di Let It Be che sarebbe sì uscito l’anno dopo (nel ’70, a un mese dallo scioglimento ufficiale della band) ma che era stato cronologicamente registrato prima. Una delle copertine o, per meglio dire, delle cover art più iconiche della storia della musica e della cultura moderna, si pensi solo che fino all’uscita di quel long playing gli Studios si chiamavano “EMI Recording Studios” e che mutarono nome in “Abbey Road Studios” a seguito della risonanza istantanea di quel lavoro. L’idea dell’attraversamento venne a Paul McCartney, che si prese anche la responsabilità di scegliere la foto definitiva tra le sei che Iain Macmillan aveva scattato in poco più di dieci minuti mentre un ufficiale di polizia fermava il traffico sulla strada. Cinquant’anni di uno dei dischi più sperimentali mai realizzati, il primo ad essere registrato mediante un reel-to-reel a otto tracce invece di quattro (come tutti gli altri incluso Sgt. Pepper), pubblicato in stereo e non in mono attraverso un inedito banco TG12345 Mk I che a quel tempo consisteva nell’avanguardia più sconfinata, controllato dalle geniali mani di George Martin e Geoff Emerick insieme a due giovani allora sconosciuti allievi dal nome di Alan Parson e John Kurlander, che sarebbero rispettivamente divenuti gli artefici di The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd e della colonna sonora del Signore degli Anelli, tra le tante possibili pietre miliari da citare. Cinquant’anni, soprattutto, dalla musica racchiusa in quei nastri: una miscela seminale di Rock, Blues e Psichedelia, ballate che muovono da un romanticismo quasi stilnovista – Something su tutte, ma anche She Came in Through the Bathroom Window – fino all’espressionismo acido e parossistico di I Want You, dall’inno generazionale Come Together alla trilogia conclusiva Golden Slumbers / Carry That Weight / The End (incise insieme come una piccola sinfonia) che in qualche modo vuole sigillare l’intera eredità dei Beatles nel distico di chiusura: “And in the end the love you take / is equal to the love you make”. C’è anche un verso in italiano, nel cut-up dell’onirica Sun King. Quattro artisti, insomma, al massimo della propria creatività e del proprio songwriting.

Scendo alla stazione di St John’s Wood e devo ammettere che l’atmosfera ha fin dalle prime battute qualcosa di letteralmente magico. Eleganti case bianche divise da cancelli neri e d’ottone, strade distese e piene di verde, con post-boxes rossi e bow-windows da cartolina, targhe fuori dalle abitazioni a testimoniare che in quel quartiere hanno vissuto alcuni tra gli scrittori, compositori e pittori maggiori della tradizione britannica: si percepisce il sole anche se il cielo è di quel consueto grigio londinese, comprendo come lì è potuta nascere una perla di pura trascendenza quale Here Comes the Sun e anche come lì i Beatles possano aver imparato la Meditazione Trascendentale da Maharishi Mahesh Yogi in persona rendendo di fatto possibile la rinnovata diffusione di una così preziosa tecnica nell’Occidente contemporaneo. [piccola digressione, si parla molto del viaggio dei quattro in India come moda per l’esotico ma pochi sanno – anche tra i beatlesiani più affezionati – che quotidianamente Harrison (fino alla scomparsa) e McCartney e Starr (ancora oggi) hanno continuato a praticare la meditazione trascendentale descrivendola a più riprese come una delle maggiori fonti di energia positiva ed equilibrio interiore alla quale poter attingere].

Nonostante sia una domenica, la lieve curvatura della via principale mi lascia intravedere un folto gruppo di persone compiere l’attraversamento rituale prima ancora di arrivare alla vera e propria strada. È uno spettacolo singolare, un poco sopra le righe per la raffinata cornice residenziale forse, ma bellissimo: persone da ogni parte del mondo e di tutte le età che cantano, si abbracciano, scattano foto, scrivono frasi e dediche sulle mura degli Studios (e ovunque possibile in realtà), genitori che spiegano ai figli perché quel luogo è così importante e intonano alla bell’e meglio alcuni dei motivi più celebri dei Fab Four. Si respira aria di gioia, di socialità, di colore, di libertà: è un’emozione farne parte.

Bravissimi a sapersi valorizzare su tutti i livelli, gli Studios hanno edificato un piccolo museo / shop pieno di memorabilia, dischi e merchandise a ingresso gratuito nel palazzo accanto. Sulle pareti colme di graffiti si può ripercorrere la storia di Abbey Road e ammirare le foto degli ospiti più illustri che lì hanno inciso, ce n’è davvero per tutti i gusti, dai Pink Floyd a David Bowie, dai Queen ai Police, dagli U2 ai Radiohead fino alle celeberrime colonne sonore di Star Wars di John Williams o del nostro Ennio Morricone. Il basso Höfner originale di Paul McCartney è dentro una teca attorno alla quale le persone si aggirano ad ammirarlo come una sacra reliquia, una gigantografia in versione poster di Noel Gallagher degli Oasis afferma: “Abbey Road è semplicemente il posto migliore dove si possa fare musica. Se dovessi scegliere solo uno studio di registrazione al mondo, sceglierei sempre e solo questo”. Per il cinquantenario lo Store ha preparato dei cimeli in versione limited edition che vanno a ruba, ogni dettaglio è curato al meglio e, soprattutto, non c’è la sensazione di posticcio da bieca commercializzazione fuori al santuario di turno, ma un’atmosfera molto più ecumenica che sembra dire “venite tutti, come together, il potere della musica e dell’arte custodita qui vi accoglie senza distinzione alcuna, esprimete voi stessi così come siete”. C’è anche rispetto nel sapere che quelle sale sono ancora attive e che in quell’esatto momento potrebbe esserci qualcuno all’opera; i più curiosi, infatti, buttano frequentemente un occhio oltre al cancello degli Studios o sulle scale dell’Institute per osservare i movimenti. A tale proposito, la sorpresa del racconto arriva ora.

È piuttosto incredibile da realizzare a quasi cinque mesi di distanza, ancora, ma a varcare la soglia dell’Institute per entrare a registrare un brano quel giorno ero proprio io. Il destino non agisce mai a caso e aperte quelle porte, messa la mia firma sul registro, tutto mi sembra assumere un senso più vasto: da bambino sognavo di poter un giorno attraversare quelle strisce pedonali anche solo per farmici una foto, ora mi trovavo lì per registrare un mio brano. Come musicista e scrittore di canzoni, forse il giorno più bello della mia vita. Ma questo è l’inizio di un’altra avventura, che sto portando avanti con una band che si chiama Panta e con Paolo Violi (tra i pochissimi italiani ad aver vinto un Master in Sound Engineering lì, il che dovrebbe renderci piuttosto orgogliosi!). Credetemi, non vedo l’ora di raccontarvela…

giuliopantalei@gmail.com

L'autore

Giulio Pantalei
Giulio Pantalei
Nato a Roma e laureatosi in Italianistica all’Università di Roma Tre con una tesi su P. P. Pasolini, Giulio Carlo Pantalei è oggi dottorando in Lettere nella stessa Università e Visiting PhD presso la University of Cambridge. Cantautore e musicista, oltre che ricercatore, è fondatore della band “Panta” e ha collaborato con artisti nazionali e internazionali tra cui Paolo e Carlo Verdone, Calexico + Iron & Wine, David Lynch Foundation, Capovilla, Canali e l’ong ONE di Bono Vox. La sua tesi, svolta tra Roma e Oxford, riguardo il rapporto tra la Letteratura Italiana e la musica angloamericana è stata pubblicata nel 2016 da Arcana col titolo di Poesia in forma di Rock, oggi alla seconda edizione.