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Giorgio De Marchis intervista António Manuel Pires Cabral

Entrevista em português

Frentes de fogoQuarantacinque anni separano Algures a Nordeste – la prima raccolta di versi di António Manuel Pires Cabral pubblicata, nel 1974, in una ormai rara edizione d’autore – da Frentes de fogo, il libro più recente, apparso nell’autunno del 2019. Volendo presentare la poesia di Pires Cabral – prosatore notevole (in Italia la casa editrice La Nuova Frontiera ha pubblicato, nel 2009, il romanzo Il Canonico) ma anche drammaturgo, traduttore e saggista – difficilmente ci si potrà esimere dal soffermarsi sulla sua ostinata marginalità all’interno del panorama letterario portoghese contemporaneo (marginalità solo geografica che non ha impedito all’autore di pubblicare le proprie opere con alcune delle più rilevanti case editrici di Lisbona, ricevendo prestigiosi riconoscimenti nazionali e il pressoché unanime apprezzamento da parte della critica portoghese) o ignorare la tenace vocazione periferica che caratterizza un poeta profondamente legato alla propria terra. Inevitabilmente, quindi, bisognerà prendere le mosse da quel Nordest del Portogallo – la regione di Trás-os-Montes, la più povera e isolata del paese, arroccata com’è in un remoto entroterra estraneo all’epopea atlantica, di cui ha conosciuto appena il riflesso, assai meno sfarzoso, dell’emigrazione – che dà il titolo nella sua apparente indeterminatezza alla prima raccolta, Da qualche parte a Nordest, segnando poi indelebilmente buona parte della produzione successiva, caratterizzata da un radicato sense of the place.

Trás-os-Montes, però, nella poesia di Pires Cabral non è solo un luogo di memorie, uno spazio biografico e personale – nato a Macedo dos Cavaleiros nel 1941, il poeta risiede da tempo a Vila Real – né, tanto meno, il pretesto per un recupero folcloristico di temi e figure in chiave regionalista. Il Nordest, nei versi di questo poeta, è soprattutto, come è stato giustamente detto, uno spazio universale di resistenza contro il degrado del mondo. In sostanza, il Nordest di Pires Cabral non è solo un luogo. È anche la sofferta memoria di un altro tempo ancora scandito dall’armonico alternarsi delle stagioni. Un’epoca in cui l’agricoltura era nei gesti quotidiani degli uomini e delle donne, in cui i villaggi non erano stati abbandonati e lo stesso fiume Douro non si era ancora lasciato addomesticare dalle dighe e dagli argini. Proprio questa sofferta percezione del fluire del tempo conduce inevitabilmente al tema che caratterizza le ultime raccolte: la morte e la fine di tutto, non di rado osservati attraverso il bagliore improvviso di momenti di luminosa ironia, che consentono al poeta di sopravvivere alla memoria nostalgica d’altri tempi. In ogni caso, sia che il poeta mostri l’inesorabile approssimarsi di ogni cosa alla sua fine, sia che osservi quasi con distacco (in realtà, solo apparente) la grottesca incapacità degli uomini a morire, è sempre da Nordest – terra postuma, per eccellenza – che arriva il suo canto universale.

Potrebbe aiutare il lettore a orientarsi nel Nordest, inteso come spazio geografico e poetico, così presente nei suoi versi?

Innanzitutto, penso sia preferibile orientarci da un punto di vista geografico, prima ancora che poetico. Il Nordest – uno dei termini con cui si indica la regione di Trás-os-Montes, il cui nome (Oltre le montagne) è, di per sé, significativo – si trova nell’interno dell’estremo nord del Portogallo. È una regione da sempre isolata da barriere geografiche difficili da valicare: la grande montagna del Marão a ovest, il grande fiume Douro a sud (a nord e a est, ostacoli non geografici, ma politici, che contribuiscono all’isolamento: la frontiera con la Spagna). Un aspetto non secondario: la montagna del Marão è la seconda montagna più alta del Portogallo. Il fiume Douro è il secondo fiume portoghese per lunghezza. Da sempre siamo condannati al secondo posto. Questa condizione secondaria non poteva non avere conseguenze umane. E infatti le ha avute: il Nordest è stato ignorato (messo in secondo luogo) nel corso dei secoli da i governanti del paese, che lo vedevano quasi come un tumore indesiderato che non è opportuno né prudente estirpare e con il quale si deve convivere – ma il più lontano possibile. A seguito di questo, il Nordest si è chiuso in se stesso, generando una propria cultura.

È di questo Nordest che parlo nei miei versi: una regione dimenticata, povera, depressa, ma, per altri versi, sorprendentemente autonoma nella sua quasi orgogliosa assunzione della differenza. E – per rispondere direttamente alla domanda – certamente potrei aiutare il Lettore a orientarsi nel Nordest in quanto spazio geografico e poetico. Potrei farlo, ma non è quello che voglio nel momento in cui ne faccio uno degli oggetti principali della mia poesia. Diciamo che ho obiettivi più egoisti che fare il cicerone del Nordest. Più che farlo conoscere, mi prefiggo di rafforzare il mio amore per il Nordest. Contemplarlo per comprenderlo meglio e addentrarmi più in profondità nelle misteriose radici della sua identità. Scoprire il luogo che occupano sulla sua scacchiera le persone, i luoghi, gli animali e le piante, i costumi e le tradizioni, tutto, insomma. I miei versi, più che uno specchio sono una zappa.

Certo, nel momento in cui accetto di pubblicare i miei versi, non posso evitare che le persone che mi leggono traccino una mappa mentale del Nordest. Diciamo che è un effetto collaterale – un effetto collaterale che accolgo con piacere.

«Mas sei de lugares onde há pedras / que conversam comigo». [«Ma so di luoghi dove ci sono pietre / che conversano con me»] La natura (animali, fiori, fiumi) in molte delle sue poesie emergono come intercolutori privilegiati, ma sembrano parlare da un altro tempo, un tempo lontano.

Quei versi si trovano nel libro Arado [Aratro] – titolo che non è casuale né innocente. Dopo il libro d’esordio, Algures a Nordeste [Da qualche parte a Nordest] (titolo che pure non è casuale né innocente), Arado è probabilmente quello in cui ho scavato più in profondità le mie radici. Quei due versi dicono tutto della mia relazione con il Nordest – una relazione di intimità, quasi di identificazione. Attenzione: non dico «pietre che parlano con me», come sarebbe lecito aspettarsi, ma anche più convenzionale e presuntuoso. Dico «pietre che conversano con me», il che implica convivenza e familiarità. Come se il Nordest (le «pietre») e io fossimo due vecchi compagni in permanente dialogo.

Le «pietre» sono, in primo luogo, una metafora della ruvidezza del Nordest. Ma sono anche una metafora dell’insieme e di tutte le parte che compongono il Nordest. Ognuna di quelle parti può essere convocata in una poesia – e io ne ho convocate a decine. Ma questa convocazione, lo ammetto, è in effetti spesso inquinata dalla percezione che ho del Nordest come un mondo a rischio di desertificazione. Forse più che desertificazione: disintegrazione. E, allo stesso tempo, mi approprio poeticamente di quelle parti desiderando inconsciamente che il semplice fatto di nominarle equivalga a ritardare il loro annichilimento. È come se, nominandole, le perpetuassi.

Ovviamente, questa è solo un’ingenuità da poeta: credere nel valore incantatorio delle parole che si scrivono.

Cosa significa per lei, in veste di poeta, l’ambiente?

Cos’è l’ambiente? Ricorro a un dizionario e leggo: l’ambiente è «l’insieme delle condizioni biologiche, fisiche e chimiche in cui gli esseri viventi si sviluppano». Questo è il punto di vista di qualunque uomo. Per interrogarsi e riflettere sulla complessa problematica dell’ambiente non è necessario essere un poeta.

Salendo di un gradino, non posso esimermi dall’aggiungere a questa definizione elementare la considerazione che l’ambiente non è qualcosa che si possa considerare garantito ad aeternum, ma qualcosa che deve essere rispettato e protetto, anche contro il desiderio di coloro che hanno il potere di decidere sulla vita e la morte sulla faccia della terra.

Anche questa considerazione non è esclusiva dei poeti, ma è condivisa da quanti hanno sviluppato una coscienza, diciamo così, ecologica. Considerando il disprezzo e gli abusi a cui viene sempre più sottoposto, finiamo per vedere l’ambiente come un organismo vivente aggredito da ogni parte e sempre più vicino alla morte. No, non credo che un poeta, per il fatto di essere un poeta, possa avere una speciale concezione dell’ambiente. Nei suoi confronti non ho (almeno in maniera consapevole) un atteggiamento didattico o apologetico, e non mi pongo come un suo custode. Me ne servo come di qualcosa che può essere cantato, tutto qui.

Ritiene che la poesia ambientale possa avere un ruolo sociale?

In linea di massima, tutto ciò che esiste sotto il sole svolge una funzione sociale. Ma bisogna relativizzare. Non facciamoci troppe illusioni sulla poesia come strumento di cambiamento sociale. La poesia può emozionarci, farci infuriare, spingerci a ribellarci e anche divertirci. Ma non dimentichiamoci che il palcoscenico della poesia è un regno che non esiste. Vive in un mondo parallelo al cosiddetto mondo reale. Questi due mondi sono in un certo senso reciprocamente refrattari, non convergono nella pratica e raramente la poesia deve aver svolto un’influenza decisiva nei grandi sommovimenti sociali. La rivoluzione russa sarebbe andata nello stesso modo senza gli incitamenti poetici di Majakovskiy. Al massimo, la poesia può costituire una sorta di sfondo artistico, su cui si stagliano i grandi avvenimenti storici. E tutta l’arte (poesia inclusa) aggiunge sempre un po’ di prestigio agli oggetti su cui si affaccia.

Si può ritenere che la poesia tenda a influenzare lo sviluppo della società. Tende a farlo. Il che non si significa che riesca effettivamente a farlo. Una cosa sono le intenzioni, un’altra i risultati. Ma non ci vedo neanche nulla di male nel fatto che noi, i poeti, si viva nell’illusione di avere una parola da dire sul divenire storico. E, in questo caso, sulla salvezza della biosfera.

L’intervista è stata realizzata in collaborazione con Sapereambiente

 

 

 

L'autore

Giorgio De Marchis
Giorgio De Marchis
Giorgio de Marchis è docente di Letterature portoghese e brasiliana presso il Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Straniere dell’Università Roma Tre. Nell’ambito delle sue ricerche, si è occupato prevalentemente di letteratura portoghese e lusofona del XIX e XX secolo. Ha tradotto autori angolani, brasiliani, mozambicani e portoghesi.

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