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Laura Maniero e Ugo Fracassa intervistano Gerda Stevenson

 

interview in English

Gerda Stevenson è una poetessa, drammaturga, attrice, regista teatrale e cantante scozzese. In Italia il suo primo libro di versi, Se questo fosse vero, è stato tradotto nel 2018 da Laura Maniero per l’editore Ensemble (qui l’intervento di Ugo Fracassa). È imminente la traduzione del suo secondo libro, Quines. Poems in Tribute to Women of Scotland (Luath, 2018).

La tua poesia, fin dalla prima raccolta di versi (If This Were Real, 2013), mostra grande attenzione verso le lingue minori, a rischio di estinzione, come il Gaelico e lo Scots. Credi che la difesa della biodiversità e quella delle differenze culturali al tempo della globalizzazione siano parte della stessa battaglia per uno sviluppo sostenibile?

Sì, certo. Ognuno di noi è parte di tutto su questo pianeta e, per quanto deleteria, la globalizzazione, paradossalmente, ci rende consapevoli della nostra intrinseca interconnessione. Ho sempre pensato alle lingue come a una sorta di biodiversità. L’estinzione di una qualsiasi specie è una perdita profonda. La perdita della lingua è una questione di diritti umani.

Oltre all’attenzione per il paesaggio, l’elemento centrale della tua scrittura poetica è il femminile, inteso nella doppia polarità di forza e grazia. Quale parte spetta alle donne nelle sfide ultimative che il pianeta si trova a dover fronteggiare all’inizio del terzo millennio?

Le donne che celebro nella mia raccolta di poesie QUINES: Poems in Tribute to Women of Scotland avevano certamente grazia ma molto poche tra loro avevano potere. Eppure, contro ogni aspettativa, hanno dato contributi significativi alla Scozia e al mondo intero. Nel corso della storia, le donne sono state escluse in così tanti ambiti lavorativi e sociali, a discapito della società stessa – come può essere giusto discriminare metà del genere umano? – nel mio libro QUINES cerco di ripristinare l’equilibrio, portando all’attenzione dei lettori 62 donne straordinarie della Scozia, tra cui scienziate, politiche, artiste, sportive, la maggior parte delle quali, completamente dimenticate.

Non è mia intenzione insinuare che le donne sono le sole ad avere il dono della grazia e, pertanto, in grado di essere leader migliori – del resto, la Gran Bretagna è stata afflitta da Margaret Thatcher, che aveva potere ma non grazia. Il suo retaggio è stato devastante per il sistema sanitario, l’istruzione e l’ambiente.

Vero è, ne sono convinta, che le donne sperimentano la vita in modo diverso dagli uomini ed è importante che questa diversità sia rappresentata a tutti i livelli della società. Si prenderebbero decisioni migliori se i processi decisionali fossero rappresentativi di questa diversità. Sono le donne, solitamente, a prendersi cura dei giovani, dei vulnerabili, dei malati e degli anziani, nella maggior parte delle società. Queste funzioni essenziali sono enormemente sottovalutate.

Durante la pandemia di Covid-19, le donne alla guida di Nuova Zelanda, Germania, Taiwan, Finlandia, Islanda e Danimarca hanno agito bene, dando prova che le donne sanno essere altamente competenti nella gestione di una crisi; le loro prese di posizione potrebbero ricondursi alla loro specifica e pregevole esperienza di donne. Le donne sono state anche esponenti chiave nella richiesta di intervento per combattere i cambiamenti climatici – Greta Thunberg e Luisa Neubauer.

È inaccettabile che le donne vengano escluse dalla partecipazione ai processi decisionali. Donne e uomini devono essere coinvolti in egual misura nei processi di cambiamento e devono avere uguale partecipazione e responsabilità quali custodi del nostro pianeta e dei suoi ecosistemi.

In un articolo intitolato ‘Poesia & Verità’ del poeta statunitense David Yezzi, l’autore scrive: “I poeti, come i giornalisti e gli storici, ricercano la verità. Ma esattamente che tipo di verità troviamo nella poesia?” Che risposta suggeriresti?

Avrei da ridire sul fatto che storici e giornalisti ricercano la verità. La storia è spesso stata scritta dai vincitori e a molti giornalisti non interessa la verità; vogliono vendere storie, che siano vere, o che non lo siano. Di certo le eccezioni ci sono: esistono giornalisti e storici lodevoli e brillanti. Ma ‘verità’ è una parola difficile. Non dovrebbe esserlo ma lo è diventata in quest’era di ‘post-verità’. Innanzitutto, ogni scrittore può solo scrivere di ciò che conosce. La sua verità, dunque, deve fondarsi sulla sua esperienza oppure su una ricerca meticolosa, instancabile, priva di pregiudizi. Forse, la verità del poeta deve essere rigorosa in un modo diverso, nel senso che la poesia è sempre una distillazione: l’intensificazione di un’esperienza. Anche l’ambiguità è spesso al centro della grande poesia. Pertanto, l’intuizione della ‘verità’ di un componimento poetico richiede l’impegno attivo da parte del lettore; la verità emergerà dall’incontro di due esperienze: quella del poeta e quella del lettore.

In un recente articolo la scrittrice indiana Arundhati Roy ha scritto: “il coronavirus ha messo in ginocchio i potenti e posto un freno al mondo come nient’altro prima d’ora”. Pensi che le persone e i governi si dimostreranno più sensibili verso le problematiche ambientali dopo questa tragica pandemia di coronavirus?

Questa è una domanda complicata. Non so quanto essere ottimista. La storia ci ha mostrato che i potenti rinunciano al potere solo con riluttanza e raramente senza lottare. Il capitalismo – la ricchezza scandalosa di una piccola porzione di umanità alle spese della maggioranza che ha creato quella ricchezza – ha portato il pianeta, la fauna selvatica, gli ecosistemi e gli habitat sull’orlo di una catastrofe legata ai cambiamenti climatici. Ma gli esseri umani sono drogati dal consumismo. Non aspettano altro che ‘tornare alla normalità’, alle loro macchine, ai loro acquisti e a tutta quella plastica che non serve. Ma quel ‘normale’ non era praticabile prima del Covid-19. I governi devono varare leggi che impediscano alle grandi aziende e industrie di creare e promuovere prodotti dannosi. Ma i partiti politici e i governi sono finanziati dalle imprese private, dunque sembra alquanto improbabile che ciò venga attuato senza una massiccia pressione collettiva.

Uno spiraglio di ottimismo viene dal fatto che le popolazioni hanno dato prova di attenersi alle necessarie misure draconiane introdotte dai governi durante il coronavirus. Questo, forse, potrebbe dare ai governi la fiducia di poter fare lo stesso per i cambiamenti climatici. È necessaria un’azione drastica e i governi si sono ora resi conto che si può fare. Tuttavia, i governi conservatori, come abbiamo visto con Trump negli Stati Uniti e Boris Johnson, qui, nel Regno Unito, sono spinti dai margini di profitto più che da qualsiasi altra considerazione.

Nella tua ultima raccolta, Quines, dedichi una poesia a Nan Shepherd, poetessa, romanziera e saggista, le cui opere svelano tutto il suo amore per il paesaggio montano del nord della Scozia, pur inquadrato nella sua storica mutevolezza. Il paesaggio e il tempo sono centrali nei suoi testi. Che ruolo hanno il paesaggio e il tempo nelle tue poesie? Come pensi che il tempo influirà sul paesaggio in Scozia?

Ovviamente, il paesaggio della Scozia è cambiato dalla notte dei tempi. La Scozia e l’Inghilterra, per esempio, erano in passato divise da un oceano. E migliaia di anni fa, l’area degli Scottish Borders, dove vivo, era coperta da un’antica foresta autoctona. Sono nata e cresciuta in una comunità rurale, con colline, fiumi, boschi e laghi. Ho vissuto in città in tutto il Regno Unito, tra cui: Glasgow, Edimburgo, Manchester e Londra, e sono tornata a vivere a due miglia di distanza dal luogo in cui sono nata. Edimburgo è a circa mezz’ora di macchina da casa mia ed è una delle città più belle del mondo, costruita su sette colline, con intorno molte aree selvagge. Ma la mia immaginazione abita perlopiù il paesaggio rurale originario. Ho un profondo interesse nel tempo, nel come la storia tende a ripetersi – impareremo mai? – e come la nostra comune umanità ci unisce attraverso i secoli. Ma per secoli è stato il profitto, più che il tempo, a modificare il paesaggio in Scozia. Il popolo indigeno (i Gaeli) fu sfrattato dalle Highlands della Scozia dai proprietari terrieri per trarre profitto, prima dall’allevamento ovino, poi con lo sport, nello specifico, la caccia al cervo: le Highlands divennero il terreno di gioco dei ricchi. Poi si scoprì il petrolio nel Mare del Nord e ingenti operazioni commerciali furono avviate da società americane per salassare ancora una volta l’ambiente, destabilizzando le economie locali.

Una delle compagnie teatrali più influenti della Scozia, 7:84 (il nome deriva dal fatto che negli anni ’70 il 7 per cento della popolazione deteneva l’84 per cento della ricchezza nazionale – da quanto ne so, ora il dato è addirittura peggiore), produsse una famosa opera proprio su questo, intitolata ‘The Cheviot, the Stag and the Black, Black Oil’ (La pecora cheviot, il cervo e il nerissimo petrolio).

Per un decennio, a partire dal 1979, il governo britannico di Margaret Thatcher concesse delle agevolazioni fiscali a facoltosi personaggi televisivi con residenza a Londra per piantare alberi nel Flow Country nella zone dell’estremo nord della Scozia, danneggiando seriamente una delle più vaste distese di torbiera e una delle più importanti aree selvagge del mondo. Tuttavia, le pressioni sul governo da parte degli attivisti ambientali ebbero infine successo: gli alberi vennero abbattuti e lasciati a decomporre, ripristinando così la singolare biodiversità del paesaggio; l’area è stata ora proposta come sito patrimonio dell’umanità.

La scia di devastazione ambientale legata al profitto continua: lo scorso anno la Scottish Natural Heritage, SNH – agenzia governativa per la protezione ambientale, ha segnalato che le dune di sabbia dell’Aberdeenshire, uniche nel loro genere, nel campo da golf costruito recentemente da Donald Trump, rischiano di perdere la loro designazione a sito di particolare interesse scientifico (SSSI) perché “parzialmente distrutte” dal campo da golf.

Il paesaggio fa spesso da scenario, talvolta è il vero soggetto della mia poesia. Ho scritto numerosi componimenti nella voce di paesaggi specifici, tra essi, la poesia in tributo a Nan Shepherd, un altro componimento nella voce di un fiume ispirata dalla regista e scrittrice scozzese Margaret Tait e uno nella voce di un bacino idrico locale dalla storia affascinante, qui nelle Pentland Hills della Scozia.

Ho anche scritto un’opera teatrale in Scots, dal titolo Skeleton Wumman (la donna scheletro), una sorta di poemetto drammatico, magico-realistico, basato su un racconto Inuit che gioca con il tempo e il paesaggio. È ambientato negli abissi, in un tempo futuro, nella catastrofe del post cambiamento climatico e il personaggio principale è uno scheletro, che un tempo era un’adolescente disabile. Si schizza avanti e indietro nel tempo, tra i paesaggi costieri di casa sua, nella Scozia contemporanea, e la sua situazione presente, (cioè nel futuro), in fondo al mare, dove si ritrova ad assistere al collasso dell’ecosistema oceanico. In quest’opera, il quesito che pongo richiama quanto formulato da T.S. Eliot nella sua poesia ‘Il viaggio dei Magi’: “…siamo stati condotti per tutta quella strada per una Nascita o per una Morte?”.

Che ruolo giocano oggi la natura e l’ambiente nell’esperienza di un poeta?

Dipende dal poeta e dalla sua esperienza individuale. Alcuni poeti non trattano per nulla la natura o l’ambiente. Altri, invece, trattano questi temi in modo esteso: il poeta irlandese Michael Longley, per esempio, di cui adoro le opere, con la loro intensa e dettagliata osservazione del paesaggio e della natura selvaggia che circondano casa sua, nel Carrigskeewaun, County Mayo, è straordinario; la spesso dimenticata poetessa, romanziera e scrittrice di racconti scozzese, Violet Jacob: il suo stile potente e vivido, sia in Scots che in inglese, si radica nella contea di Angus, dove nacque; e dalla sua casa, nel rurale Kentucky, il grande poeta americano, Wendell Berry, scrive eloquentemente di natura e ambiente. La raccolta di Berry ‘The Peace of Wild Things’ (La pace delle cose selvagge) è una lettura, secondo me, fondamentale per tutti, estremamente rilevante, come pure i suoi saggi e racconti. Mi sono imbattuta per la prima volta nelle sue opere molti anni fa, mentre studiavo recitazione a Londra e avevo nostalgia delle colline di casa – una poesia intitolata ‘To a Siberian Woodsman – After looking at some pictures in a magazine, (A un boscaiolo siberiano – guardando alcune immagini in una rivista’), scritta durante la guerra del Vietnam. È una poesia determinante per me. Ci sono tornata più e più volte.

Nel mandato sociale del poeta, oggi scarsamente riconosciuto, può rientrare l’impegno a favore di una coscienza ambientale condivisa?

Penso che il mandato sociale di ogni essere umano dovrebbe includere l’impegno per una coscienza ambientale condivisa. Non solo dei poeti. Ma ciò dipende dall’educazione. I poeti non necessariamente cambiano il mondo e neppure dovrebbero sentirsi responsabili di farlo. Ma possono interpretare il nostro mondo in profondità. Nel corso dei secoli, i poeti si sono espressi contro il sistema e hanno perorato la causa degli oppressi. E il pianeta Terra è ora oppresso. Il compito degli artisti è di creare connessioni, di renderci capaci di vedere gli aspetti del mondo e delle nostre vite in una luce nuova. Non c’è mai stato un tempo in cui fosse così necessario capire come tutto sia connesso.

L’economista Yanis Varoufakis cerca di far ciò nel suo libro brillante e arguto ‘Talking to My Daughter – a brief history of Capitalism’ (‘È l’economia che cambia il mondo: Quando la disuguaglianza mette a rischio il nostro futuro’). Il coronavirus ha dimostrato con effetti devastanti quanto profondamente tutto sia connesso nel nostro pianeta. E i poeti stanno rispondendo in modo vigoroso. Ecco alcuni esempi di siti dove questo sta accadendo e a cui ho contribuito:

https://www2.mmu.ac.uk/write/

https://pestilencepoems.blogspot.com/?m=1

(traduzione di Laura Maniero)

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L'autore

Laura Maniero
Laura Maniero
Laura Maniero È traduttrice (EN>IT) e docente di lingua e cultura inglese e di italiano L2. A luglio 2010 consegue la Laurea Specialistica in Lingue e Letterature Straniere, Università Ca’ Foscari di Venezia, ottenendo il massimo dei voti e la Lode. Nel 2015 ottiene il Master in Traduzione di testi postcoloniali in lingua inglese, Università di Pisa. Ha tradotto una selezione di poesie postcoloniali e canzoni in lingua inglese e scozzese degli autori Roger Lucey (Sudafrica) e Gerda Stevenson (Scozia) in occasione di Poetry Vicenza 2016, festival di poesia contemporanea e musica, e Incroci di Civiltà 2016, Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha poi tradotto alcuni testi di Sandeep Parmar, James Byrne, Steven Fowler, Brian Johnstone per Poetry Vicenza 2018. Alcune sue traduzioni sono state pubblicate nei testo “Poetry Vicenza, rassegna di poesia contemporanea e musica”, a cura di Marco Fazzini, Diagosfera, Edizioni ETS, 2016 e 2018, e sulle riviste letterarie online L’Ombra delle Parole, Patria Letteratura, El Ghibli, Insula Europea. Nel 2017 viene selezionata per una translation residency a Cove Park, Scozia, finanziata da Creative Scotland e Publishing Scotland. Nel 2018 pubblica la sua traduzione integrale in italiano della prima raccolta di poesie dell’autrice scozzese Gerda Stevenson, If This Were Real, Smokestack Books, 2013, Se questo fosse vero, Edizioni Ensemble, Roma, 2018. Nel 2019 vince la prestigiosa borsa di studio Edwin Morgan Translation Fellowship che seleziona soltanto due traduttori a livello internazionale dando loro la possibilità di frequentare in un ricchissimo contesto multiculturale, corsi di Letteratura Moderna, Contemporanea e Scozzese, SUISS, Università di Edimburgo. Sta ora lavorando alla traduzione di Quines: Poems in Tribute to Women of Scotland, Gerda Stevenson, Luath Press, 2018 che verrà pubblicata nell’autunno 2020 da Edizioni Ensemble, Roma.

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