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Gabriele D’Annunzio “poeta giapponese”

Nell’ambito delle celebrazioni dannunziane in Giappone, merita una menzione particolare una presentazione dal titolo Outa occidentale dannunziano – metrica giapponese in italiano, tenutasi all’Istituto Italiano di Cultura a Tokyo il 21 ottobre 2010, in occasione della X edizione della Settimana della lingua italiana, a dimostrazione della centralità e del ruolo culturale che il poeta Gabriele D’Annunzio continua ad esercitare ancora oggi in Giappone. Lo scrittore di origine abruzzese (1863-1938), autore del Piacere e padre del Decadentismo italiano, aveva con il Giappone un legame fortissimo, un legame alimentato da scambi di corrispondenza con i maggiori letterati del tempo e ricco di corresponsioni ideologiche e valoriali dal forte valore simbolico: D’Annunzio era fortemente radicato nell’immaginario giapponese quale poeta patriottico e delle umane passioni, era un punto di riferimento importantissimo quale detentore di valori unici nella società del tempo e nella cultura accademica dei primi decenni del Novecento.

Le innumerevoli traduzioni del Trionfo della morte in lingua giapponese, l’ammirazione completa di autori quali Jun  Ishikawa, Mori Ogai, Morita Sohei, Ikuta Choko, la fama pressoché totalizzante che accompagnava la lettura delle sue opere alla conoscenza mitica delle sue imprese, sono indicative dell’importanza che il  poeta aveva nel Paese del Sol Levante: D’Annunzio era, al pari di un samurai, il poeta che interpretava la difesa dei valori morali e patriottici, era l’eroe di Fiume, l’artista completo capace di grandi slanci, interprete di passioni e nuove istanze culturali, innovatore di stili e mode.

Dall’altro lato, il Giappone per D’Annunzio ha sempre esercitato un fascino particolare. Siamo nel clima ormai europeo del Japonisme, all’interno di quella cultura dell’esotismo ottocentesco che, a partire dalla Maison d’un artiste di Edmond de Goncourt e da quelle istanze orientaleggianti dei salotti aristocratici della Roma bizantina ed umbertina, fa delle Japonaiserie un modo estetico e artistico di concepire l’arte e la vita.

Ancora una volta il Vittoriale testimonia questa tendenza composita tipicamente dannunziana alla ricezione-rielaborazione di stili e oggetti d’arte. D’Annunzio era stato salutato come il poeta rinnovatore della lingua italiana, cui spettava il compito di uno svecchiamento dall’egida carducciana, di temi e forme letterarie. Uno svecchiamento che il poeta ha interpretato all’insegna di un eclettismo pressoché completo. Se nella Stanza della Cheli e nel Bagno blu non manca quell’oggettistica orientaleggiante che riconduce ad un’accoglienza variegata di opere e forme esotiche, un caso di assorbimento linguistico di questa cultura giapponese è rappresentato a livello metrico nella lirica Outa occidentale, pubblicata per la prima volta sul “Fanfulla della Domenica” il 14 giugno 1885 e inserita nella raccolta La Chimera (1890). Per la verità, D’Annunzio aveva dato prova sin dagli esordi di essere un grande appassionato di cultura giapponese, come sostengono in più occasioni Niva Lorenzini, Mariko Muramatsu. È infatti dalle pagine delle cronache mondane che scaturisce tutto quel repertorio di oggetti e forme d’arte e mode e raffinatezze cui il Vate attingerà per la produzione letteraria successiva: dal racconto Mandarina pubblicato sul “Capitan Fracassa” nel 1884, in cui si ammirano le “Giapponeserie” del negozio della signora Beretta sito in via dei Condotti, alle pagine del Piacere, l’estetismo del poeta assume tratti sempre più decadenti, all’insegna di una dimensione edonistica della vita e dell’arte che fonda sul culto della Bellezza la propria ragion d’essere.

Inserita ne La Chimera, dunque, la Outa occidentale vuole essere un ulteriore segno dello sperimentalismo del poeta come artefice della parola, capace di rinnovare un componimento tradizionale giapponese che presenta metrica molto semplice, di 5-7-5-7-7 sillabe, in lingua italiana. Il frequentatore dunque di quelle officine ideali, dalle cui mani d’artista e cesellatore prendono vita quelle preformazioni ideali che solo il poeta sa discoprire perché nascoste «nella oscura profondità della lingua», si mette alla prova con una poesia capace di immagini ricche «di una grazia spontanea, che invano cercheremmo nei nostri petrarcheggianti».

Se la raccolta, «coerente come un dramma» – come la definirà il poeta al Treves nella sua separazione dall’Isottèo – rappresenta l’evolversi dell’archetipo letterario all’interno della diacronia del testo, tra parnassianesimo e simbolismo, tra modelli verlainiani e preraffaelliti, tra stilemi orientali e estetici, tra lai e intermezzi, l’esercizio della outa è una importante prova di assorbimento metrico-linguistico e di risemantizzazione del dato originario.

«Guarda la Luna / tra gli alberi fioriti; / e par che inviti / ad amar sotto i miti / incanti ch’ella aduna» (vv.1-5). Il paesaggio descritto accosta immagini notturne e oniriche ad altre di diversa derivazione: gli amanti navigano lungo il fiume a bordo di burchielli sotto gli occhi della luna, mentre in alto nel cielo si vedono volare le gru. È interessante notare la presenza di elementi tipici giapponesi, uniti ad altri di diversa ispirazione: i capelli sciolti delle donne, i roseti al posto dei fiori di ciliegio, le belle mani, che ancora richiamano il preraffaellismo dell’Isaotta e le ricorrenti inflessioni verlainiane. La poesia ha dodici strofe, compreso il congedo, ognuna della quali è composta seguendo la metrica giapponese, quindi da trentun sillabe in cinque versi ma in rima, elemento che – sostiene la Muramatsu – nelle poesie giapponesi non è di regola. In ogni strofa si alternano con variazioni due rime secondo lo schema aBbBA, cDcDC, eFeFF. In una nota ne La Chimera, definendo l’organizzazione metrica del proprio componimento il poeta dirà, con una specie di autocritica: «Nella mia [outa] occidentale la frequenza della rima e il ritmo troppo accentuato tolgono alla strofa gran parte del suo carattere primitivo». La fusione della forma orientale avviene con influssi verlainiani e richiami estetizzanti occidentali, a dimostrazione di quello sperimentalismo, di quella tendenza ad abbracciare il vecchio e nuovo, che sarà alla base del D’Annunzio moderno, innovatore giapponese nella lirica italiana.

laura.dangelo86@gmail.com

 

 

 

 

 

 

L'autore

Laura D'Angelo
Laura D'Angelo
Laureata in Filologia classica, ha conseguito un Dottorato di ricerca in Studi Umanistici. Grande appassionata di letteratura e filologia, ha condotto numerosi studi su Gabriele D’Annunzio e ha partecipato a convegni internazionali con interventi in lingua italiana e inglese. Interessata da sempre alla scrittura scientifica e a quella poetica, ha ricevuto riconoscimenti in diversi concorsi letterari di livello internazionale. Ha pubblicato tra l’altro L’Isottèo di Gabriele D’Annunzio e la poetica della modernità, nel volume collettaneo Un’operosa stagione. Studi offerti a Gianni Oliva, Carabba, Lanciano, 2018.

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