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Nove idee su Dante. Perché leggiamo ancora la ‘Commedia’

1. Le parole e il mondo

Perché leggiamo ancora la Commedia? Prima di tutto perché è un’opera d’arte perfetta, nella quale Dante ha creato un mondo fantastico verosimile e coerente nel suo funzionamento. E la leggiamo per il suo realismo: nella letteratura medievale prima di Dante le descrizioni della natura, degli uomini e delle emozioni erano quasi sempre fondate su schemi fissi ereditati dalla tradizione; spesso erano molto efficaci, ma era come se i poeti non guardassero quasi mai dal vivo la realtà. Dante, che conosce e rielabora la letteratura latina e volgare, è invece un poeta della realtà, un poeta del mondo, di cui ammiriamo soprattutto la straordinaria capacità di osservare i fenomeni naturali e di tradurli in immagini e parole. Tutto questo lo fa nel momento stesso in cui fonda la tradizione letteraria italiana. Che è poi il motivo per il quale possiamo leggerlo ancora: perché la sua lingua è ancora la nostra lingua. E queste sono le ragioni – importantissime – che si spiegano di solito a scuola e all’università.

2. La ragione pratica

Leggiamo la Commedia anche perché ha un messaggio profondo che ancora ci interessa; perché oggi, quando molti non credono più nell’esistenza di Dio e pochi in un sistema di pene e di ricompense nell’aldilà, tutti hanno comunque un’idea di che cosa dovrebbe accadere dopo la morte. Il nostro mondo morale continua a fondarsi su quelli che Kant definiva i postulati della ragion pratica: l’immortalità dell’anima, l’esistenza di Dio e il libero arbitrio. La Commedia, in un certo senso, mette in scena questi stessi postulati: ci racconta che cosa accade dopo la morte ed è un altissimo elogio del libero arbitrio, della piena responsabilità dell’uomo nella determinazione del proprio destino. E la leggiamo anche perché è un’opera scritta per cambiare la vita degli uomini, come Dante ci dice in maniera molto chiara: il fine del poema è togliere i viventi dallo stato di infelicità in questa vita e di guidarli alla felicità. Non è arte per l’arte, è arte per la vita.

3. Teoria dei generi

Eppure, Dante non è nostro contemporaneo. Non lo è perché crede in tutta una serie di cose che non ci appartengono più: crede che la donna sia per natura intellettualmente inferiore all’uomo, che l’omosessualità sia un peccato, che la sete di conoscenza dell’uomo debba avere dei limiti. Per questo non ha senso la prospettiva di certi studi secondo i quali Dante – proprio perché è Dante – avrebbe voluto rivoluzionare il modo di concepire il comportamento della donna. Certo, Beatrice è il personaggio più importante della Commedia. Ma è anche una donna chiusa nel suo ruolo di genere. Cercare di separare Beatrice dal modo in cui Dante, come tutti gli uomini del suo tempo, concepiva i rapporti di genere, significa non comprendere che l’esaltazione della donna – che era già tipica della letteratura cortese – era possibile solo all’interno di quei ruoli. Dante non vuole rivoluzionare il modo di concepire il rapporto tra sesso e genere: vuole esaltare la virtù, l’umiltà e la bellezza di una donna la cui immagine tende a coincidere con quella della Vergine Maria. E in questo non c’è nulla di contemporaneo. Non ha senso tentare di avvicinare Dante alla nostra concezione dei rapporti tra i generi.

4. Vicino e lontano

In questa operazione di distanziamento non bisogna andare oltre certi limiti. Una volta mi hanno chiesto: “come si fa a spiegare agli studenti che l’amore di cui parlano Dante e Cavalcanti è una cosa completamente diversa da quello che si intende oggi?”. Ora, questa prospettiva è molto cauta, ma è giusta solo in parte. L’amore di cui parlano Dante e Cavalcanti è infatti lo stesso amore che intendiamo oggi. Lo è perché le nostre emozioni, le nostre sensazioni (il brivido che si prova davanti alla persona che si ama, il desiderio di possesso, la gelosia) sono esattamente le stesse che descrive Dante. Per questo è così facile sentirsi coinvolti dal canto di Paolo e Francesca, che parla del momento in cui ci si innamora e dell’impossibilità di resistere al desiderio. Quello che è completamente diverso è il sistema di idee all’interno del quale Dante inserisce quella cosa che chiamiamo amore. Un sistema che condanna duramente Paolo e Francesca. Ed è questo sistema di idee che dobbiamo cercare di ricostruire oggi per capire Dante. Ma per capirlo dobbiamo conoscere l’italiano antico, la storia e la filosofia del Medioevo. È la funzione della scuola: mettere tutti in condizione di poter leggere Dante.

5. Il nostro tempo

Molti si chiedono se Dante offre soluzioni per i mali del nostro tempo. Io penso che se a volte sembra offrirle – se qualcuno crede di poter trovare in Dante delle soluzioni – la maggior parte delle volte non sono soluzioni che ci piacciono. Pensiamo alle sue idee politiche, per esempio alle sue teorie per risolvere il problema della cupidigia. Siamo liberi di considerare Dante un predecessore delle critiche al capitale, all’accumulazione finanziaria, all’Europa delle banche. Ma quando lo facciamo dobbiamo sapere che la sua soluzione era concentrare tutto il potere e tutta la proprietà nelle mani di un imperatore assoluto che proprio perché possiede tutto non desidera nulla e mette in questo modo un freno ai desideri smodati di tutti gli altri governanti portando così pace e serenità in tutto il mondo. Questa è la soluzione di Dante, che oggi credo piacerebbe a pochi.

6. Canzoni contro la paura

Quello che deve interessarci è il fatto in sé che Dante avesse una soluzione per i mali del suo tempo, perché leggendo Dante veniamo a contatto con una idea di poesia e di letteratura molto diversa da quella oggi più comune. Basta pensare a Bob Dylan, premio Nobel per la Letteratura nel 2016, che quando gli è stato chiesto che cosa significano le sue canzoni ha risposto: «Non dipingetemi come un uomo con un messaggio […]. Tutto quel che posso sperare di fare è cantare quello che penso». Dante la vede in maniera completamente diversa: lui è esattamente il contrario di Dylan, è un uomo con un messaggio. Anzi: un poeta con un messaggio. Un poeta che vuole cambiare la realtà, che vuole trasformarla, che ama, odia e si vendica dei nemici scrivendo la Commedia. Dante non canta solo per sé, canta per gli altri, nel bene e nel male.

Per spiegare questo aspetto mi piace citare una canzone di Brunori Sas che si intitola Canzone contro la paura. All’inizio Brunori dà voce alla prima modalità, quella di Bob Dylan: Canzoni che parlano d’amore / perché alla fine, dai, di che altro vuoi parlare? / Che se ti guardi intorno non c’è niente da cantare / solamente un grande vuoto che a guardarlo ti fa male / perciò sarò superficiale / ma in mezzo a questo dolore / tutto questo rancore / io canto solo per me». Poi Brunori introduce anche l’altra modalità (che per me è simile a quella di Dante) e immagina che cosa pensa un tu: «E invece no tu vuoi canzoni emozionanti […] / Canzoni che ti salvano la vita, / che ti fanno dire “no, cazzo, non è ancora finita!” / che ti danno la forza di ricominciare, / che ti tengono in piedi quando senti di crollare».

Ora, è chiaro che Brunori non aveva in mente quello che ho in mente io. Però l’opposizione è la stessa: di solito pensiamo alla poesia come a qualcosa che parla d’amore, che parla di un vuoto che abbiamo dentro, di qualcosa che il poeta scrive soltanto per sé. Però ci sono anche poeti che scrivono per un pubblico che vuole delle cose diverse, poesie che salvano la vita e danno la forza di ricominciare. Ecco, Dante appartiene a questa seconda categoria.

7. Una poesia che cambia

La grandezza della Commedia sta quindi nella lingua in cui è scritta (che è ancora la nostra lingua perché Dante è davvero, come abbiamo imparato a scuola, il padre della lingua italiana). Sta nel mondo possibile che Dante ha creato, un mondo nel quale tutto è fantastico (il viaggio di un uomo nell’aldilà, i suoi incontri con le anime, i diavoli, i mostri, gli angeli e alla fine la visione diretta di Dio) eppure tutto è incredibilmente reale, perché Dante è un poeta della realtà che ci fa vedere le emozioni, la natura, che ci spiega la storia e le idee. E la grandezza sta anche nella sua idea di poesia, una poesia che cambia la realtà, che cambia gli uomini, che aiuta a vivere meglio.

8. La storia del nostro peregrinare

Ma c’è anche un’altra ragione per cui leggiamo ancora la Commedia: perché è forse in assoluto l’opera letteraria nella quale è più esplicito quel meccanismo per il quale tutti noi tendiamo a riconoscere la nostra storia nelle storie che leggiamo, cercando qualcosa che ci riguardi profondamente e che sia ancora vivo, attuale, presente. È un concetto che esprime benissimo Francesco Petrarca quando racconta che nelle Confessioni di Agostino aveva l’impressione di leggere non la storia degli altri «ma quella del suo proprio peregrinare».

In Dante il meccanismo è più esplicito: quella che sta raccontando è la storia di un singolo uomo che vuole ritrovare sé stesso, che vuole superare il peccato e per farlo deve conoscere ciò che accade nell’aldilà. Ma è anche la storia dell’umanità intera. Dante aveva certamente previsto che sarebbe scattato quel meccanismo di riconoscimento e scrive la Commedia sapendo che tutti i lettori futuri avrebbero ritrovato nel suo viaggio la storia del loro peregrinare.

9. Una poesia di appartenenza

In una delle più belle poesie di Satura, Montale scrive: «Dicono che la mia / sia una poesia d’inappartenenza. / Ma s’era tua era di qualcuno». Montale risponde a una critica e per spiegare che la sua non è una poesia senza destinatario si rivolge a un tu, alla donna che ha amato, e le dice che proprio per aver parlato a lei la sua poesia appartiene a qualcuno, è una poesia che si spinge all’esterno, che non è ripiegata sull’interiorità del poeta. Ecco, Dante avrebbe potuto rispondere più o meno nello stesso modo – «Ma s’era tua era di qualcuno» – perché uno degli aspetti più straordinari della Commedia è che sia pensata per lodare una donna che incarna la perfezione cui possono tendere tutti gli uomini e che questa donna occupi un posto centrale in Paradiso. La Commedia appartiene sicuramente a qualcuno perché appartiene a Beatrice.

Ma Dante avrebbe potuto rispondere anche in un altro modo, avrebbe potuto dire: «Ma s’era mia era di tutti». Perché la Commedia è la storia di Dante e di Beatrice, ma è anche la storia di tutti noi, la storia del nostro peregrinare.

 

 

 

 

 

 

 

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L'autore

Marco Grimaldi
Marco Grimaldi
Marco Grimaldi (Napoli, 1979) si è laureato all’Università Federico II, è stato borsista dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici di Napoli, ha conseguito a Siena il titolo di dottore di ricerca in Filologia romanza e ha lavorato all’Université Paul-Valéry di Montpellier e all’Università degli Studi di Trento. È attualmente ricercatore e professore aggregato di Filologia della letteratura italiana alla Sapienza, Università di Roma. Ha diretto l’unità romana del progetto FIRB 2013 L’Italia dei trovatori: repertorio informatizzato delle poesie occitane relative alla storia d’Italia (secc. XII-XIV). Si occupa prevalentemente di poesia italiana e occitana medievale. Oltre a numerosi articoli su alcune delle principali riviste internazionali di filologia e letteratura italiana e romanza, ha pubblicato un libro sui trovatori (Allegoria in versi. Un’idea della poesia dei trovatori, Bologna, il Mulino, 2012), un commento alle Rime di Dante (Le Rime della ‘Vita nuova’ e altre Rime del tempo della ‘Vita nuova’, Roma, Salerno, 2015; Le Rime della maturità e dell’esilio, 2019) e un saggio divulgativo su Dante (Dante, nostro contemporaneo. Perché leggiamo ancora la ‘Commedia’, Roma, Castelvecchi, 2017). È membro del comitato scientifico della «Rivista di studi danteschi». Il suo blog è www.marcogrimaldi.com.