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Ermira Shurdha intervista Natasha Sardzoska

Il ritratto fotografico di copertina è di Irena Mila Jovanovska

Natasha Sardzoska, nata a Skopje nel 1979, è poetessa, scrittrice, traduttrice, antropologa macedone. Ha vissuto a Parigi, Bruxelles, Milano, Stoccarda, Perpignan, Heidelberg, Barcellona e Lisbona. Ha pubblicato cinque raccolte di poesie: La camera blu (Dialog, Skopje, 1999), Pelle (De Odorico Casa, Skopje, 2013), Lui mi ha tirata con un filo invisibile (Poetiki, Skopje, 2014), Acqua vivente (Makavei, 2017), Osso sacro (PNV Publishing, Skopje; Armagedon, Pristina; Interno Poesia Editore, Milano, 2019), saggi in riviste internazionali e racconti. Il suo libro Pelle, pubblicato negli Stati Uniti e in Italia, è stato nominato miglior libro dell’anno per il premio nazionale Fratelli Miladinov al Festival Internazionale di Poesia di Struga. Una sua poesia contro l’abuso dei minori, Marionetta, è stata pubblicata in spagnolo e in inglese nell’Antologia Internazionale, nell’ambito del Festival di poesia Scream. Ha partecipato a vari festival, tra cui Ars Poetica a Bratislava, Poesiefestival a Berlino, Parole Spalancate a Genova e il Festival Sha’ar a Tel Aviv. Si è esibita a Genova, nel Palazzo Ducale, nel Teatro arabo-giudeo Yaffa a Tel Aviv, nell’Accademia delle Belle Arti a Berlino, nella Galleria d’arte moderna a Bratislava, nella Biblioteca nazionale di Sofia, nel Centro Culturale di Belgrado e nel Museo Revoltella a Trieste. Lavora come docente di antropologia a Skopje e come ricercatrice al Centro di studi avanzati di Sud-Est Europa a Fiume.

Lei è nata a Skopje e ha girato parecchio l’Europa, si occupa di traduzioni letterarie. Inoltre, si auto traduce e parla diverse lingue, recita e balla. Una passione per le parole e per il ritmo che le avranno trasmesso probabilmente fin da piccola. Com’è nato il suo amore per la lettura?

Nella solitudine, nel confinamento, nel lockdown, nell’isolamento con cui convivo da sempre. La lettura è la vera compagna della solitudine. L’unica arte che non implica movimento, spostamento, interazione è appunto la letteratura. Mio padre era un padre tradizionale, rigido, severo; ricordo che non mi era permesso uscire di casa con le amiche fino ai miei diciott’anni. Ma non ne provavo nessuna rabbia. Anzi. Mi trovavo spesso a disagio nei raduni, ero imbranata, chiusa, timida, mi faceva paura il mondo, mi sentivo come una che arriva troppo presto ad una festa o quando la festa è finita. In realtà, non mi piaceva coinvolgermi nel mondo effimero e triviale. Quindi, l’educazione ricevuta da mio padre ha dato spazio fertile alla scrittura e alla lettura. Ho iniziato a leggere i grandi poeti e filosofi con fervore sin dai miei quattordici anni nella mansarda della casa che mio padre ha creato per me. Avevo una stanza con una biblioteca in legno costruita da mio padre e mi sentivo felicissima, in cima al mondo. Provavo una forte energia sotto forma di dialogo con i grandi scrittori. Sentivo un’urgenza, davo importanza all’atto della lettura.

C’è una persona che ha avuto un’influenza importante, se non decisiva sulla sua vita (in campo ideologico-politico, privato, professionale)?

Devo molto a mio padre. Lui mi ha insegnato a vivere in verità, a essere fedele a me stessa, a saper abbracciare l’umiltà quando tutto crolla e a lottare con veemenza quando tutto si perde. Mi ha insegnato ogni giorno a lottare per i miei sogni, per la giustizia, per l’onestà, per la vita. Lui mi ha insegnato a non mollare mai, a non soccombere al brillio fatuo, effimero e precario della vittoria e a comprendere che nella sconfitta giace la ricchezza maggiore, perché la sconfitta non è mai definitiva, vi lascia sempre qualcosa di non concluso. Mio padre mi ha trasmesso il dovere di essere sempre in contatto con le mie origini, con i valori della famiglia, con i valori cardinali di un’umanità – oggi sempre più evanescente, effervescente – che nasce dall’etica, dalla benevolenza, dalla bontà: valori quali non mentire, non fare del male, non distruggere, non stuprare l’animo altrui, non rubare, non prendere mai quello che non è mio, che non mi appartiene.

Poi, senz’altro Pier Paolo Pasolini. Mi fa compagnia oramai da vent’anni, ogni giorno. In ogni campo, sia ideologico-politico che privato-professionale. Di lui ho assorbito il fervore necessario per le trasformazioni interiori che ho dovuto subire o innescare o attivare. Da lui ho imparato che dietro la brutalità si potrebbe nascondere la tenerezza e che non è violenza sempre e solo quello che ferisce. Ho imparato da lui che «bisogna saltare sulle braci come martiri arrostiti e ridicoli: la Via della Verità passa anche attraverso i più orrendi luoghi dell’estetismo, dell’isteria, del rifacimento folle, erudito».

Che cosa ne pensa dell’aforisma di Goethe: «Guardati da ciò che desideri in gioventù perché l’otterrai nella maturità»?

Penso semplicemente che dietro ogni nostro atto si nasconda un determinato potere anticipatorio. Penso che qualunque cosa noi facciamo ci sia sempre una determinazione conseguenziale che possa offuscare o illuminare il nostro cammino. Lo scrittore bosniaco Meša Selimović diceva che la vita non è breve, è molto lunga, e che bisogna fare attenzione alle scelte che prendiamo, perché dovremo convivere con queste scelte per anni. Ma lui ha anche scritto che il monte non incontrerà mai un altro monte, invece gli esseri umani si incontrano e questo dà speranza. Dall’altro canto, credo che esista una fatale imprevedibilità della vita, un’incontenibile impossibilità di calcolare l’itinerario del desiderio. Questo fa paura. Saramago scriveva che la vita ride delle previsioni e mette parole laddove ci immaginiamo silenzi e ritorni inaspettati quando pensavamo di non poterci incontrare più.

Se «tradurre è un po’ tradire», possiamo anche affermare che i libri subiscono gli effetti del rapporto con gli altri. Lettori e scrittori. Quali relazioni si instaurano tra traduttore e scrittore? Ci sono dei libri che ama rileggere?

Certamente un rapporto incantevole, geloso, intimo, quasi affettuoso. Il traduttore è la seconda lingua dello scrittore. La sfida tra ricreare lo scrittore che si traduce e rimanergli fedele è incommensurabile. Amo sempre rileggere i poeti con cui sono cresciuta: i grandi poeti dell’America latina, dell’ermetismo italiano, del simbolismo e del surrealismo francese. Ecco. Forse anche altri, ma lei, Alejandra Pizarnik, mi viene in mente per prima. Leggo spesso le sue poesie. Anche Sylvia Plath, Blanca Varela. Poi Pessoa, Montale, Darwish, Machado, Benedetti, Sabina, Sabines, Paz, Saba, Sanguineti, Espriu, Majakovski, Breton, Cocteau, Rimbaud, Celan, Fortini, Hikmet, Kavafis. Una volta avevo l’abitudine di rileggere i libri di Marguerite Duras.

Tutti ci ritroviamo a fare i conti con il tempo. Un tempo che scorre su binari che s’intersecano e si divaricano, procedendo in direzioni differenti e contrarie. In alcune sue poesie il tempo diviene «sgretolabile» (Vento vagabondo) o un orologio di sabbia che riporta ad un «inizio imperiale», altre volte si presenta «frantumato», come le ossa (Senzatetto). Della poesia Unhomed, colpisce l’orizzonte di underground trains with no drivers nor seconds nor directions.

Credo come Bergson che il tempo interiore sia ciclico. Il tempo, come un orologio di sabbia, come dico nella mia poesia, mi rovescia tutto dentro e così devo convivere con i vari tempi con cui ho vissuto ma che non sono miei. Vivere al di là del tempo è una mia scelta ontologica: si tratta di un processo di auto-esclusione che mi permette di vivere, metaforicamente, essere una persona senza una dimora fissa, una senzatetto, che non appartiene a nessun luogo, a nessun tempo. Così, io posso mantenere la mia freschezza interiore per imprigionare il tempo e provare la sua vertiginosa luminosità e velocità, che è lo stesso sentimento, devo dire anche un po’ brutale, come quando sei portato via da un moto violento che non puoi frenare, che non puoi governare, che assedia. È lo stesso sentimento che si prova quando si è in un treno senza direzione e senza secondi, senza nemmeno un capostazione che sappia indicarti dove vuoi andare. Ciò nonostante, io provo una fiducia ossessiva in questo movimento interiore perché ho saputo fidarmi delle mie gambe forti, che sono in qualche modo creatrici del mio tempo, della mia vita, della mia poesia; è la mia poesia che mi muove. Sinceramente, si tratta spesso di un movimento che mi confonde, che s’intreccia dentro di me, che s’aggroviglia nel mio mulino a vento interiore. Voglio con questo – attraverso la mia poesia – far comprendere che il tempo non esiste. Dobbiamo iniziare a fare i conti con lo spazio.

Il paesaggio è un modello della natura immateriale, secondo una definizione humboldtiana; e come tutti i modelli, non è un insieme di cose ma una maniera di guardarle e di concepirle. In quale modalità la sua memoria poetica si rapporta con il paesaggio?

Nella memoria sentimentale rinascono paesaggi rielaborati dentro un processo di astrazione, e quindi di ermetismo. Voglio riportare i nessi, gli anelli, gli agganci allusivi alla parola. Voglio ripristinare nel dettaglio il potere fulgorante, per poter scuotere, senza dover dare spiegazioni o collegamenti logici o semantici. Sono paesaggi sospesi nella mia memoria poetica e che comunicano tra loro attraverso la mia percezione soggettiva. Direi che si tratta di un procedimento anche fenomenologico. Hai presente i film di Abbas Kiarostami o la filosofia di Jean – Luc Nancy? Ecco. La mia memoria poetica passa attraverso l’astrazione per arrivare alla sensazione pura dello spazio che alla fine rimane privo di memoria.

Lei ha conseguito un dottorato all’università Karl Eberhard di Tubinga con una ricerca antropologica sugli effetti della dissoluzione delle frontiere ex-jugoslave, analizzando la vita e le opere di artisti in esilio. Guardare la frontiera a distanza significa anche giudicarla. Qual è il senso di ciò che si presenta oggi ai suoi occhi, il senso della frontiera?

Bisogna fare una differenza tra frontiera e barriera. Cioè, tra quello che si può trasfigurare politicamente, geograficamente, giurisdizionalmente, e quello che non si può prescindere, che impedisce, che frena, che implica un blocco. Io posso trasformare la frontiera politica – nella mia esperienza – in poesia, in racconto, ma la barriera interiore della mente umana, degli spazi umani, alle volte è difficile da oltrepassare o trasformare. Nel mondo globalizzato – prima della crisi COVID-19 – le frontiere, intendo dire i confini tra gli stati, erano per alcuni facili da varcare, per altri meno (oggi sembrano impossibili da varcare per tutti!). Negli spazi urbani, invece, nelle zone interurbane, in diverse regioni del mondo esistono – e sono sempre esistite – delle barriere invalicabili; quartieri o ghetti dove la polizia non entra nemmeno, dove si sviluppa un’umanità parallela, tra comunità quasi escluse dai movimenti planetari – e questo devo dire mi turba, mi perturba, mi disturba.  Voglio fare un patto con questa umanità esclusa attraverso la mia poesia. Di fatto, anche l’esilio, come richiamo assoluto di libertà, di spazio e di movimento, cambia, muta di significato. Oggi siamo tutti esiliati, espulsi, confinati. Adesso, se potessi, chiederei l’esilio, rinuncerei alla cittadinanza, andrei in Patagonia o nel Sahara. Questo spazio confinato mi soffoca come artista.

Quindi, per rispondere alla domanda, il senso della frontiera, malgrado il senso originario di protezione e salvaguardia degli stati e dei popoli, è anche quello della violenza, dell’intrusione, della fervida e fertile conflittualità che implica infine anche frizione, rinascita, creatività, dialogo, comprensione, scontro, riscontro, incontro. Quindi, tutti questi concetti non si escludono, anzi!

L’antropologo Marco Aime afferma che la lingua è testimone vitale della propria epoca, una cartina di tornasole dello spirito del tempo in cui si vive. Un linguaggio impoverito è conseguenza di un pensiero impoverito; bisognerebbe dunque dare il giusto nome alle cose. «Nominare male le cose è partecipare all’infelicità del mondo» ricorda Albert Camus.

Io credo che bisognerà nominare il mondo. Il nostro dovere come scrittori è appunto questo: fare sperimento con la lingua e usarla per trasmettere il mondo. La lingua vive attraverso il nostro corpo, attraverso i nostri organi: attraverso la lingua, la mano, la mente. Alle volte temo di scomparire se non scrivo. Alle volte temo che il mondo stesso svanirebbe se non lo scrivessi, se non gli scrivessi. Non credo però che esista un nome giusto delle cose. Ho imparato con amarezza e tristezza che il significato delle cose può variare a seconda delle persone e che ci sono bias interpretativi che possono turbare profondamente le nostre emozioni, e quindi si può cambiare soggettivamente il significato delle cose, il loro nome appunto. Quello che per me è l’amore, forse non è amore per l’uomo che io amo o credo di amare. Ecco, l’idea dell’incomprensione, del fraintendimento, del fallimento mi traumatizza. Uso le parole per curare ma anche per ferire. Ferire anche me stessa. Spesso rimango imprigionata dentro me stessa. Spesso sono distruttiva con le parole, perché credo che per costruire uno debba prima distruggere, e perché credo che la poesia debba scuotere, sconvolgere, far sentire, far riflettere cose che non vengono nemmeno concepite nella nostra esistenza. Roberto Juarroz diceva che possiamo scoprire la realtà solo inventandola! La poesia non è uno strumento della verità, come diceva Octavio Paz, ma un’equazione della verità, ribadiva Jean Cocteau. Io direi piuttosto un’equazione incognita della verità. Credo altrettanto che ognuno ha il diritto alla ribellione per liberarsi dalle oppressioni di ogni tipo. La poesia è un’espressione di ribellione molto potente. Ogni scrittore, in particolare ogni poeta, ha un rapporto particolare, quasi geloso, possessivo, ossessivo, passionale, con le parole. Togliere quest’arma al poeta significa ucciderlo.

«Le pagine invecchiano come le cose vive: fanno orecchie d’asino, si sgualciscono, avvizziscono. Come la mia pelle». Sono parole di Claudio Magris, tratte dall’ultimo libro Tempo curvo a Krems (Garzanti, Milano, 2019). Mi sono venute in mente quando ho letto la sua poesia Carne viva. Con la pelle noi comunichiamo, giusto?

Sempre lo dico, così io lo sento: la pelle è un organo di comunicazione. Noi parliamo attraverso la nostra pelle. Noi parliamo con la nostra pelle. Ma la pelle è al di là delle lingue. È il film, la membrana sottile che permette di fonderci con lo spazio attorno o di esimerci dallo spazio attorno. Sentiamo a pelle le persone che ci guardano anche senza parlarci. Sulla nostra pelle scivola l’unico linguaggio dell’anima che fuoriesce dagli occhi altrui. Nella mia poesia la pelle è un organo centrale. Anche altri organi umani sono per me gli altoparlanti del dolore, della sconfitta umana, ma la pelle lo è in modo particolare, appunto per la sua porosità e permeabilità, tra il qui e l’altrove, tra il dentro e il fuori, tra il sangue e la minaccia per il sangue. È veramente l’organo più fragile, più vulnerabile, e nel tempo stesso più teso, denso, intenso, protettivo della nostra tangibile, materiale esistenza corporale. Soltanto a pelle si può sentire il tremore, il fremito dell’altra persona. Nel mio libro Pelle ho fatto una dedica «a tutte le mie case, a tutti i posti dove ho lasciato pezzi della mia pelle». La pelle è la nostra casa.

Per definire il suo ultimo libro Osso sacro prenderei in prestito il verso «solo il dolore è vero», tratto da Il più lungo giorno di Dino Campana (riproduzione anastatica del manoscritto Vallecchi – Archivi, Firenze – Roma, 1973). Un puro artista che ha in mente Nietzsche mentre scrive: «E come puro spirito varca il ponte». Il dolore di chi soffre.

Dopo la perdita di mio padre il dolore per me è diventato un organo. Un organo inscindibile da me. Ho scritto questo libro a caldo perché dentro di me nascevano dei baratri che volevo mitigare e calmare, dar loro cibo, tregua, perché volevano ingoiarmi. Volevo dare voce agli organi dentro di me, renderli come una specie di portavoce del fallimento di una guerra che è stata quella di mio padre. Volevo scrivere un libro sulla sconfitta, un libro sul dolore, sul dolore del padre, della figlia, dei perseguitati, dei senzatetto, della donna che perde un bambino, dell’uomo solitario, dei malati lasciati in balia di un sistema sanitario malato. Volevo trasmettere quel dolore attraverso il corpo, attraverso la forma della croce dell’osso sacro dove tutti i nervi sono intrecciati, dove si trova anche l’utero, dove nasce la vita, in quell’invisibile focolaio nevralgico della nostra colonna vertebrale. E così ho inserito la lettera T (in quella sequenza lessicale la prima parola che apprendiamo nella lettera T è padre, cioè, tatko in macedone), a forma di croce, come simbolo dei limiti, delle finalità, della fine del corpo umano. Volevo scrivere un libro sullo sterminio degli ebrei, uno sterminio che è incorporato in ognuno di noi, attraverso strane ragnatele inconsce che ci inducono a localizzare il male sempre altrove, tranne in noi stessi; un libro sulla Shoah che dura ancora in tutti noi, nel nostro mondo, nella stagnazione della civiltà, nella cessazione della creazione e della produzione, nell’abisso ontologico di ognuno di noi, spezzati nella spietatezza delle società del consumismo in cui siamo tutti solo un numero, chiamati da un numero, chiamati per numero, esposti alla voragine della disumanizzazione. Alla fine, volevo scrivere un libro sul dolore organico che esiste febbrile nei nostri corpi, catturandolo, attraverso la metafora degli organi umani. Quindi, il libro è diviso in due cicli, il sacrum e il plexus. Bei Dao dice che scrivere poesie vuol dire piantare dei semi nella ferita vivente; Octavio Paz afferma che la poesia è una resurrezione di presenze; Joseph Brodsky proclama: «io non ho principi, ho dei nervi». Vale a dire, volevo scrivere un libro con i nervi, volevo vedere quali resurrezioni sarebbero uscite da quel processo e cosa sarebbe emerso dalla ferita vivente del mio corpo.

Oltre al dolore c’è la sconfitta umana, terrena, di soggetti mobili, esseri transeunti in continuo movimento sulla Terra, «tutti con la stessa involontaria sete di suolo dei gravi, traditi da una mira sbagliata» (Gente a pioggia, da Entro a volte nel tuo sonno, di Sergio Claudio Perroni, La Nave di Teseo, Milano, 2018), traduttore anch’egli, scrittore di prose poetiche.

Volevo indagare, ripristinare, conoscere, elaborare quel vuoto ontologico di ognuno di noi, quando si è disarmati, quasi anonimi, transeunti, fragili ed esposti alla frontiera, spesso anche di fronte a vari curiosi ispettori di polizia che ispezionano il nostro corpo, la nostra vita, il nostro itinerario. Nella mia poesia volevo vivere la vita dei profughi, dei senzatetto, degli esiliati, degli espulsi, dei migranti vittime delle tratte di esseri umani, degli outsider, dei vagabondi, degli estranei, «traditi da una mira sbagliata» come dice Perroni.

In quanto esseri umani, abbiamo tutti bisogno di fare la nostra provvista di sogni, parafrasando Saramago. Lei cosa si aspetta dal futuro?

Non lo so. Saramago ha scritto che se dovesse descrivere l’anima umana, essa assomiglierebbe a un labirinto. Mi pare impossibile attenderci qualcosa di certo da un labirinto. Di solito le persone si aspettano dal futuro cose fittizie, sfuggenti, indefinibili, instabili, come l’amore, la felicità, la prosperità. Ma queste sono delle cose soggettive e quindi non possono essere soggette a un cammino unico, tanto meno uniforme. Esse dipendono dal momento e dall’inclinazione presente. Anche quando vado al mercato o in palestra o al mare o in montagna, o quando scrivo o parlo con persone a me care, io vivo ogni momento come un sogno, ma anche come una cosa indefinibile, e quindi aperta e infinita. Anche se per certi versi sono spesso molto irrazionale, le mie aspettative sul futuro sono abbastanza razionali. Ma, in fondo, il futuro non ci appartiene, come nemmeno il passato: quello che possiamo gestire e possedere davvero è soltanto il momento presente. Ora lo abbiamo capito, più che mai.

«I grandi pensieri vengono dal cuore». È d’accordo?

Io credo che dentro l’essere umano ci siano vari movimenti e tumulti. Credo con altrettanta forza che il movimento più sconvolgente sia quello verticale: dal cuore verso il cielo. In questo movimento il pensiero viene capovolto – come quando si sta sulla testa nello yoga, l’unica postura del corpo in cui il cuore sta sopra il cervello – e viene mutato. Temo che nella vita senza la sincerità verso se stessi, una sincerità che nasce inevitabilmente nel cuore, si possa procedere difficilmente verso la rivelazione e quindi verso l’illuminazione dell’umanità. La trasformazione interiore avviene nel nostro fulcro, nel nostro nucleo, nel nostro cuore. Solo se parto dal mio cuore posso arrivare al cuore altrui, svegliare, destare la vita negli altri cuori. La vita dipende semplicemente dal cuore. Quando il cuore smette di battere, tutti gli altri organi si spengono umili e questa cerimonia è di una complicità assoluta, muta, devastante. Amo dire in italiano un abbraccio al cuore o in portoghese com peito aberto, che vuol dire «con cuore sincero» perché spesso risulta essere il richiamo, il dovere più difficile, ma un dovere assoluto, improrogabile, della nostra umanità.

«Sempre», per lei, vuol dire vivere o morire?

Senz’altro vuol dire vivere. Anche se paradossalmente è proprio la morte quella che dona senso alla vita.

C’è un paese in cui vivrebbe volentieri?

Ho vissuto in molti paesi europei. Ho amato la libertà intellettuale di Parigi, la felicità triste o la tristezza felice di Lisbona, la limpida e lucida estetica di Milano, la luce arcana di Roma, la festa e il cibo a Barcellona, il cosmopolitismo di Bruxelles, ma ho vissuto sempre e ovunque con una perenne irrequietudine. Devo dire che mi trovo molto bene e molto serena in Germania, in particolare a Stoccarda. Non mi piace molto vivere nella mia patria. Mi sento esiliata ed esclusa, qui in Macedonia.

 

 

L'autore

Ermira Shurdha
Ermira Shurdha
Ermira Shurdha è nata in Albania nel 1981. Si è trasferita nel 1993 in Italia appena adolescente. Oggi vive con la sua famiglia in Abruzzo, regione eletta per crescere le sue due figlie. Dopo una formazione scientifica si è dedicata alla sua vera passione, le lingue straniere, laureandosi all’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti - Pescara con una tesi sull’opera teatrale di Antonio Buero Vallejo. Nel 2017 ha conseguito una laurea magistrale con una tesi dal titolo “Últimas tardes con Teresa, més que una història”, romanzo eversivo ambientato nella Barcellona degli anni cinquanta di Juan Marsé, Premio Cervantes nel 2008 e prolifico scrittore di testi in castigliano. Ha analizzato l’opera data alle stampe nel 1965, all’interno del contesto storico - culturale catalano, con particolare attenzione al linguaggio musicale e cinematografico, associazioni con la poetica neorealista felliniana, accordando la critica in lingua spagnola, catalana e inglese alla cronaca degli amanti in sottofondo. Sempre attratta dalle tendenze creative del mondo della moda, attualmente gestisce una boutique di abbigliamento fondata nel 1991 a Giulianova.