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Poesia in forma di Dylan: preliminari italiani

I Rough And Rowdy Ways, quei «modi bruschi e turbolenti» che danno il titolo al primo album di inediti dylaniani da otto anni in uscita oggi, sembrano in qualche modo riuscire a sintetizzare la complessa e violenta situazione che gli Stati Uniti d’America stanno attraversando in questi giorni, attestanti per l’ennesima volta quel che Dylan scriveva nella storica Hurricane del 1976: «That’s just the way things go / If you’re black you might as well not show up on the street» («È come vanno le cose qui / Se sei nero faresti bene a non farti vedere per strada»). Preceduto da singoli di marca apertamente letteraria, rispettivamente shakespeariana in Murder Most Foul – da Amleto, Atto I, scena quinta – e whitmaniana in I Contain Multitudes – dalla poesia Song of Myself contenuta in Leaves of Grass –, il disco è il prosecutore di Tempest (siamo ancora idealmente dalle parti di Stratford-upon-Avon) uscito nel 2012 e la prima raccolta originale ad uscire dopo il discusso conferimento del Premio Nobel per la Letteratura nel 2016.

G. Pantalei, Poesia in forma di Rock. Letteratura italiana e musica angloamericana, prefazione di Carlo e Paolo Verdone, Arcana, Roma 2016, II ed.
G. Pantalei, Poesia in forma di Rock. Letteratura italiana e musica angloamericana, prefazione di Carlo e Paolo Verdone, Arcana, Roma 2016, II ed.

Senza riaprire la vexata quaestio che ha dato fuoco alle polveri di tanta critica nei lustri scorsi, quel che più interessa chi scrive – e non per meri motivi di orgoglio nazionale o di deformazione professionale, ma per più profonde ragioni di interdiscorsività comparatistica  – è continuare a essere estremamente felice per il fatto che sia stato proprio il “menestrello di Duluth” a costituire un ponte tra la storia della musica Folk / Rock / Pop contemporanea e la storia della letteratura italiana, da Dante alla modernità, qualcosa che ho affrontato in un più ampio lavoro di ricerca per la mia tesi magistrale tra Roma e Oxford riguardo l’influenza – spesso incredibilmente filologica e intertestuale – della nostra tradizione sulla musica angloamericana del Novecento. Il lavoro è stato poi pubblicato da Arcana nel 2016 (quattro mesi prima del Nobel, sic!) col titolo di Poesia in forma di Rock. Letteratura italiana e musica angloamericana.  I percorsi che seguiranno sono perciò presentati in onore al nuovo arrivato discografico, tralasciando in questa sede la più nota diatriba circa l’identità dell’«Italian poet from the Thirteenth Century» in Tangled Up In Blue (1975, https://www.youtube.com/watch?v=QKcNyMBw818) e optando per percorsi un poco meno conosciuti, forse, ma certamente non meno significativi.

Negli anni i variegati percorsi della vita e dell’intersezione tra poesia e musica mi hanno spesso condotto a ritornare sul rapporto tra Dylan e la letteratura italiana. Non c’è stata una volta in cui non abbia scoperto qualcosa di nuovo, grazie a documenti inediti pubblicati nel frattempo o a spicchi di testo che mi erano sfuggiti nel così vasto repertorio dylaniano. Ad essere onesto, questo – ovvero il fare esperienza diretta dell’inesauribilità di un’artista, rinnovata ogni qual volta la si interroga – mi è capitato solo con i grandi autori della storia letteraria di cui mi occupo. Che lo consideriate allora poeta laureato od onesto musicante, è forse bene riflettere sul fatto che in una società in cui tutte le arti e la poesia in quanto libera e gratuita espressione del proprio sé affogano sempre più nel petrolio del capitale e dell’obsoleto, menomale che ci sia ancora in giro qualcuno come Dylan. Lunga vita al bardo!

Via della Rivoluzione

Come una pietra rotolante, sulla strada, all’inizio degli anni Sessanta un ragazzo americano completamente imbevuto di musica folk e poesia beat prende in mano il testo per musica e lo trasforma in un contenitore inesauribile di echi, storie e citazioni, concedendo per la prima volta libera circolazione a metriche e metodi letterari entro i confini di quella che dalla metà del decennio precedente si stava consolidando come la forma-canzone pop-rock.

Per compiere un’impresa tale il giovane cantautore, quasi a mo’ di dichiarazione d’intenti, pensa per mesi a uno pseudonimo dietro cui celare la propria viscerale passione per la letteratura, fino a notare un giorno che il suo nome di battesimo – Robert – suona a meraviglia abbreviato in Bob accanto al nome di uno dei suoi scrittori preferiti, il poeta gallese Dylan Thomas. È quasi inevitabile allora che il punto di partenza di questa ricerca conduca alla figura e all’opera di Robert Allen Zimmerman, meglio noto come Bob Dylan (Duluth, 1941), vero e proprio turning point per quel che riguarda l’incontro tra parole e musica. Benché siano ormai studiate in sommo grado le “implicazioni” letterarie – da Thomas Stearns Eliot a Rimbaud, da Edgar Allan Poe a Walt Whitman, da Shakespeare a Melville – del menestrello di Duluth (si ricordino almeno i contributi di Fernanda Pivano, Marco Zoppas, Alessandro Portelli, Alessandro Carrera, solo per restare nella nostra penisola), nessuno ha finora mai messo in evidenza il fatto che Dylan sia stato anche il primo artista a menzionare direttamente opere o personaggi dalla storia della letteratura italiana oltre i confini nazionali nella musica angloamericana del dopoguerra.

Giacomo CasanovaNella lunga ballata d’impostazione distopica Desolation Row (1965, https://www.youtube.com/watch?v=hUvcWXTIjcU ) – brano di chiusura del capolavoro Highway 61 Revisited – probabilmente il componimento più denso di riferimenti letterari dell’intero repertorio dylaniano (e anche per questo tradotto in italiano da Fabrizio De André col titolo Via della povertà, 1974, https://www.youtube.com/watch?v=t8CubcnPJa0&index=5&list=RDpa8fUckf4lg ), il cantautore del Minnesota tratteggia una scena tanto surreale quanto evocativa in cui compare piuttosto sorprendentemente Giacomo Casanova:

 

Across the street they’ve nailed the curtains
They’re getting ready for the feast
The Phantom of the Opera
A perfect image of priest
They’re spoonfeeding Casanova
To get him to feel more assured
Then they’ll kill him with self-confidence
After poisoning him with words
And the Phantom’s shouting to skinny girls
“Get outa here if you don’t know
Casanova is just being punished for going
To Desolation Row”

(Sulla strada hanno affisso il sipario / Si stanno preparando al banchetto / Il Fantasma dell’Opera / Una perfetta immagine di prete / Stanno imboccando Casanova / Per farlo sentire più rassicurato / Poi lo uccideranno con piena consapevolezza / Dopo averlo avvelenato di parole / E il fantasma sta gridando alle ragazze pelle e ossa / “Andatevene via se non capite / che Casanova è appena stato punito / per essersi recato nel vicolo della desolazione” [Dylan 1965, traduzione mia])

È senza dubbio singolare che sull’asfalto di quella che il poeta Philip Larkin descrisse come «una maratona poetica dal suono incantevole e dalle misteriose, forse folli, parole» (All What Jazz, Londra 1985), accanto a una rassegna letteraria che include Cenerentola, Ofelia, Romeo, il gobbo di Notre-Dame di Hugo e persino T.S. Eliot ed Ezra Pound, appaia anche il nostro Casanova avvelenato per la sua stessa proverbiale disinvoltura. Se Dylan sia arrivato a conoscere il letterato veneziano mediante adattamenti cinematografici (come quello di Rupert Julian) o mediante diretta lettura dell’Histoire de ma vie non è dato saperlo, ma quel che stupisce è senza dubbio che all’interno di una popolazione letterariamente sui generis come quella del «vicolo della desolazione» vi sia anche uno scrittore molto peculiare, ai confini quasi del canone italiano, come Giacomo Casanova.

Abiure e bugie: Galileo e Pinocchio

Galileo GalileiAltre tracce che ci interessano da vicino sono contenute all’interno dell’enigmatico capolavoro della produzione narrativa dylaniana, Tarantula, concepito alla metà degli anni Sessanta e pubblicato nel 1971. Tra le dense pagine di questo poème en prose apertamente modellato sull’opera di Arthur Rimbaud e declinato in stile beat, infatti, appaiono accenni e suggestioni riconducibili alla letteratura, o almeno alla cultura nostrana.

Il primo riferimento è contenuto in apertura del capitolo Pocketful of Scoundrel e riguarda niente meno che Galileo Galilei, il più importante saggista e astronomo del nostro Diciassettesimo secolo, oltre che il padre della scienza moderna:

in a hilarious grave of fruit hides the wee gunfighter – a warm bottle of roominghouse juice in the rim of his sheepskin/ lord thomas of the nightingales, bird of youth, rasputin the clod, galileo the regular guy & max, the novice chess player. (B. Dylan, Tarantula, a cura di A. Carrera e S. Pettinato, Feltrinelli, Milano 2010) [In un’ilare tomba di frutti si nasconde il piccolo pistolero – una calda bottiglia di succo da camere di fortuna dentro l’orlo della sua pelle di pecora / lord thomas degli usignoli, uccel di giovinezza, rasputin il mendicante, galileo ragazzo perbene e max, lo scacchista principiante].

Come suggerito da Alessandro Carrera, i versi, oltre a citare furbescamente Sweeney Among the Nightingales di T.S. Eliot, sembrano constatare ironicamente che i manigoldi (scoundrels) di una volta – Galileo che si ribellò alla chiesa, Rasputin che plagiò la famiglia imperiale russa – oggi si sono imborghesiti.

Il secondo frammento riguarda invece uno tra i personaggi più fortunati della letteratura italiana negli Stati Uniti, vale a dire il celeberrimo burattino nato nel 1881 dall’immaginazione dello scrittore fiorentino Carlo Collodi:

translate this fact for me, dr.
blorgus: the fact is this: we
must be willing to die for
freedom (end of fact) now what
i wanna know is this: could
hitler have said it? de gaulle? pinocchio? lincoln? (p. 100)

Pinocchio(Chiarisca questo fatto per me, dr. / fessacchiotto: il fatto è questo: noi / dobbiamo esser desiderosi di morire per / la libertà (fine del fatto) ora ciò che / voglio sapere è questo: potrebbe / averlo detto hitler? de gaulle? pinocchio? lincoln?)

È plausibile che Dylan abbia conosciuto Pinocchio tramite la pellicola disneyana del 1940 e non per lettura diretta del romanzo (la cosa non è comunque da escludere, soprattutto in virtù di alcune affermazioni recenti sulla diffusione del libro collodiano negli States da parte di Patti Smith),  tuttavia è interessante notare come il cantautore americano impieghi la natura bugiarda della marionetta accostandola a figure storiche reali e controverse come il sanguinario dittatore tedesco, Charles De Gaulle e Abraham Lincoln, tra gli altri, in una sorta di mise en abyme di fantasia e realtà che reduplica a mo’ di collage postmoderno i fili rossi del libro, in primis la grottesca fallacia del potere e di ogni forma di prevaricazione degli uomini sugli altri uomini.

giuliocarlo.pantalei@uniroma3.it

 

 

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L'autore

Giulio Pantalei
Giulio Pantalei
Nato a Roma e laureatosi in Italianistica all’Università di Roma Tre con una tesi su P. P. Pasolini, Giulio Carlo Pantalei è oggi dottorando in Lettere nella stessa Università e Visiting PhD presso la University of Cambridge. Cantautore e musicista, oltre che ricercatore, è fondatore della band “Panta” e ha collaborato con artisti nazionali e internazionali tra cui Paolo e Carlo Verdone, Calexico + Iron & Wine, David Lynch Foundation, Capovilla, Canali e l’ong ONE di Bono Vox. La sua tesi, svolta tra Roma e Oxford, riguardo il rapporto tra la Letteratura Italiana e la musica angloamericana è stata pubblicata nel 2016 da Arcana col titolo di Poesia in forma di Rock, oggi alla seconda edizione.